sabato, Agosto 8

Putin e Chiesa ortodossa: un rapporto proficuo Sono passati secoli da quella che veniva definita ‘sinfonia diarchica’, ma con Putin, Cremlino e Patriarcato di Mosca sono tornati in rapporti idilliaci.

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Come da tradizione, anche quest’anno, il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha partecipato alle celebrazioni della Pasqua ortodossa nella Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca. Accompagnato dal suo fedelissimo Primo Ministro Dmtri Medvedev, il presidente russo ha presenziato alla cerimonia tenuta dal Patriarca moscovita Kirill, a simboleggiare la vicinanza fra il potere politico e quello religioso in Russia. È un appuntamento fisso: in diciotto anni di presidenza, Putin non ha preso parte alle celebrazioni in una solo occasione, ossia quando, nel 2003, si trovava in Tagikistan per un viaggio diplomatico – non mancò comunque di andare alla celebrazione nella locale cattedrale ortodossa.

Questo fatto non deve destare sorpresa. Infatti, Vladimir Putin ha operato nei suoi anni di presidenza un riavvicinamento fra le due entità, facendo in modo che Stato e Chiesa ortodossa trovassero ognuno legittimazione nell’altro, si sostenessero a vicenda con reciproci vantaggi. E la scelta di Putin non è un unicum nella storia russa, ma anzi continua nel solco della lunga tradizione inaugurata già ai tempi degli zar e bruscamente interrotta negli anni dell’Unione Sovietica. Le dichiarazioni di Putin in occasione della Pasqua ortodossa parlano chiaro: «La Pasqua unisce il popolo attraverso valori e ideali spirituali eterni»: la religione diventa dunque uno strumento di coesione politica.

La scorsa settimana, abbiamo ripercorso la storia del rapporto fra Stato russo e Chiesa ortodossa con Rosa Maria Parrinello, docente e autrice di molti libri di Storia del Cristianesimo. Oggi andiamo ad analizzare più nello specifico il rapporto fra queste due entità negli anni della presidenza Putin. Come indicato da Fernando Salleo nel suo intervento al dibattito «Il new normal delle relazioni con la Russia. Tramonta l’idea di un partenariato di lungo termine tra lo spazio euro-atlantico e la Russia? Il ruolo dell’Italia e dell’UE per la ricerca di un nuovo equilibrio nelle relazioni euro-russe»:per comprendere Putin occorre tener presente alcuni caratteri che le sue iniziative mostrano, nonché la base politico-culturale in cui il Presidente russo si è formato e le caratteristiche storiche costanti del popolo russo, orgogliosamente patriottico fino al nazionalismo, per secoli padrone di un grande impero, convinto di essere investito di una missione storica, la Terza Roma, la cui caduta coinciderà con la fine del mondo”. L’influenza culturale di Berdjaev, di cui si è già detto nell’articolo scorso, porta il Presidente russo a considerare la politica culturale come strumento per la diffusione dei valori russi, attraverso la duplice via dello Stato russo e della Chiesa ortodossa.

D’altronde, quelli che Putin considera anni di destabilizzazione – ossia gli anni Novanta – sono stati momenti difficili per la Russia: dopo settant’anni di comunismo, l’ondata di liberalizzazioni economiche e di libertà politiche ha sconvolto gli equilibri interni alla Russia, portando anche a una relativa disgregazione sociale e politica. Le caratteristiche proprie della Federazione Russa, da un punto di vista territoriale, morfologico e naturale ha delle ripercussione sul piano politico: come si fa a tenere insieme uno Stato così vasto, senza confini naturali e composto di così tante e diverse etnie? La religione ortodossa è la risposta. La religiosità ha sempre contraddistinto e permeato la storia russa ed è sempre stato un collante per i popoli che abitano il vasto territorio. Anche nel periodo comunista, quando la religione cristiana venne ripudiata, permase un afflato quasi mistico al socialismo: ai sovietici era stata assegnata la missione di diffondere e difendere il comunismo nel mondo, così come ai russi della Terza Roma era stato assegnato quello di difendere i valori cristiani.

Dunque, la Chiesa ortodossa è, a pieno titolo, uno dei due baluardi dell’unità del popolo russo: tuttavia, sotto la sua giurisdizione ricadono altri popoli che vivono al di fuori dei confini del gigante euroasiatico. Ed è qui che le cose si fanno interessanti, perché la Chiesa ortodossa, nella figura del Patriarca di Mosca, si rende centro di attrazione delle popolazioni non russe appartenenti agli ex Stati sovietici, curandone le esigenze religiose e fungendo da tramite politico. È come se l’Unione Sovietica, sepolta da quasi trent’anni, fosse sopravvissuta, nei suoi retaggi, proprio in quell’istituzione che per lunghi decenni ha tentato di sopprimere. Con le sue proprietà al di fuori dei confini russi, dunque, la Chiesa ortodossa russa funge da diplomazia alternativa a quella ufficiale, istituendo canali privilegiati con le popolazioni al di là del confine e, talvolta, influenzando la politica estera russa. Un grande successo, in questo senso, è stata la riunificazione fra la Chiesa ortodossa russa è la Chiesa della diaspora, ossia quell’istituzione religiosa nata per rappresentare le esigenze religiose di quei russi che si erano rifugiati all’estero in seguito della Rivoluzione d’Ottobre: avvenuta nel 2007, questa riunione ha consentito alla Chiesa ortodossa di estendere ulteriormente la propria influenza anche alle zone che non condividevano il comune passato imperiale-sovietico con la Russia.

Il rapporto fra le due entità passa anche attraverso la vicinanza personale fra il Presidente Putin e il Patriarca Kirill: entrambi di San Pietroburgo, pur dichiarandosi autonomi l’un dall’altro (il patriarca invocò, in un’occasione, la ‘non interferenza’ fra i due poteri), Presidenza e Patriarcato seguono spesso un percorso comune. Non è un caso che le parrocchie russe siano aumentate da 6 mila a 35 mila sotto Putin: Kirill, strenuo difensore, insieme al Presidente, dei valori tradizionali russi, non ha paura a prendere posizioni anche forti in difesa del Cremlino, come quando invocò la legittimità della ‘guerra santa’ in Siria, per difendere la Russia dal terrorismo. E l’apporto della Chiesa ortodossa non si limita alla politica estera: religiosi partecipano ad occasioni civili, le feste religiose diventano feste nazionali e, in alcuni casi, il clero viene interpellato per dirimere questioni legali. Per queste ragioni, si parla di ‘risacralizzazione della vita pubblica’.

È quella che Iosif di Volokolamsk, secoli fa, chiamava ‘sinfonia diarchica’: i due poteri, lungi dall’essere concorrenti, si completano a vicenda, a difesa dell’identità e del popolo russo. A cinque secoli di distanza, la Russia è retta ancora da questa particolare forma di Stato, formulata ai tempi dell’antico impero russo, che sembra non essere passato del tutto. E forse non è un caso che Vladimir Putin sia soprannominato ‘lo Zar’.

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