martedì, Settembre 29

Putin a Belgrado, un’amicizia confermata, ma problematica La Serbia vuole entrare nella UE ma non nella NATO e la Russia potrebbe accontentarsene. Ma chissà gli altri interessati

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Anche la Serbia disputata tra Russia e Occidente come l’Ucraina? L’interrogativo si impone, dopo la visita compiuta da Vladimir Putin a Belgrado nei giorni scorsi. Una visita breve, anche perchè il ‘nuovo zar’  doveva rientrare di fretta a Mosca per il rituale tuffo di massa nel ghiaccio con cui gli slavi ortodossi celebrano ritualmente l’Epifania, in ritardo di due settimane per le loro Chiese rimaste fedeli all’antico calendario giuliano. Un rito che, pare, sta diventando popolare anche sulle rive della Sava e del Danubio.

La visita, di per sé, non costituisce un evento memorabile. Putin a Belgrado si era già recato più volte, la prima nel 2011 in veste di capo del governo russo nonché tifoso dello Zenit di Pietroburgo, sua città natale e non solo. E poi nel 2014, per festeggiare il 70° anniversario della liberazione della capitale serba dai nazisti ad opera dell’Armata rossa. Con l’attuale presidente della Republika Srpska, Aleksandar Vucic, si è già incontrato ben undici volte nel giro di sei anni.

Una simile assiduità, ampiamente ricambiata, si spiega con quasi proverbiali legami soprattutto storici tra i due Paesi e popoli. La comune appartenenza al ceppo slavo conta ormai poco, basta pensare ai rapporti sinceramente quanto profondamente ostili tra russi e polacchi. Il panslavismo, un tempo in voga e assai paventato in Occidente, oggi si può considerare praticamente scomparso. Conta poco nella fattispecie anche la vicinanza linguistica nonostante il comune alfabeto cirillico d’altronde non proprio identico.

Conta invece molto la condivisa fede ortodossa, malgrado la forte caratterizzazione nazionale delle sue Chiese. Tant’è vero che, a partire dal 19° secolo, il periodo di maggiore inimicizia tra Mosca e Belgrado, intesa come capitale anche della Serbia oltre che della Jugoslavia nata dopo la prima guerra mondiale, fu quello in cui, dopo la seconda, al regno dei Karageorgevic subentrò una federazione comunista votata all’ateismo ufficiale come la Russia sovietica, senza che poi cambiasse gran che con la precoce rottura tra il maresciallo Tito e Stalin e la scelta jugoslava di una diversa “via al socialismo”.

Con il tracollo finale, negli ultimi anni ’90, di entrambe le vie percorse all’insegna di una bandiera più o meno rossa negli ultimi anni ’90, i rapporti tra i due Paesi e relativi Stati sono tornati parecchio simili a quelli generati nella prima metà dell’Ottocento dal determinante appoggio della Russia zarista all’emancipazione della Serbia dalla lunga dominazione ottomana e poi alla resistenza di Belgrado alla tendenziale egemonia austro-ungarica nei Balcani combattuta in generale dalla stessa Russia.

Il tutto coronato, nel fatidico 1914, dall’intervento russo in difesa della Serbia dall’aggressione asburgica che provocò lo scoppio della prima guerra mondiale, con conseguente abbattimento interno dell’impero zarista ma anche la sconfitta, la caduta e la disintegrazione della Duplice Monarchia che permisero ai Karageorgevic di unificare la nuova Jugoslavia sotto il proprio scettro e anche potere reale.

Un passato difficile da dimenticare o sottovalutare, insomma, e che tornò infatti di attualità in occasione dei conflitti intestini che affossarono anche la Federazione fondata da Tito. La Repubblica federata serba cercò invano di scongiurare tale esito con l’uso delle armi, perdendo il confronto con quelle separatiste, Croazia e Slovenia in testa, sostenute politicamente e militarmente da alcuni membri della Comunità europea, Germania e Austria in particolare, e dagli Stati Uniti.

I quali finirono con l’usare direttamente la forza (almeno quella aerea) per costringere Belgrado a subire anche l’amputazione del Kosovo, antica culla della nazione serba ma abitato da una maggioranza ormai schiacciante, e incontenibilmente ribelle, di albanesi. A tutto ciò la Russia postcomunista, indebolita dal decesso dell’URSS, dovette assistere impotente, anche se il suo primo leader, Boris El’zin, oggi accusato in patria di totale e colpevole arrendevolezza nei confronti dell’Occidente, qualche tentativo lo fece di proteggere in modo concreto, al di là della manifesta simpatia, la vecchia e maggiore amica balcanica.

Ne rimase soltanto il rifiuto di Mosca di riconoscere il distacco e poi l’indipendenza del Kosovo, peraltro non privo di qualche tangibile implicazione dato il diritto di veto di cui la Russia dispone nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, competente quanto meno a ratificare una soluzione definitiva del problema. Il peso del quale, nei rapporti tra Belgrado e Mosca e riguardo alla collocazione internazionale della Serbia, si presenta tuttavia alquanto ridimensionato, benchè la Russia di Putin, tanto rafforzata sotto ogni aspetto e più assertiva rispetto a quella di El’zin, su quel non riconoscimento tenga più che mai duro nel quadro dell’attuale braccio di ferro con l’Occidente tendenzialmente esteso all’area balcanica.

Messo di fronte, anche lui impotente, all’inclusione della Slovenia e della Croazia sia nell’Unione europea sia nella NATO, Putin ha dovuto incassare l’avvicinamento alle due massime organizzazioni occidentali delle restanti repubbliche ex jugoslave, compresa la stessa Serbia, sotto la spinta di esigenze economiche e di opportunità politica riguardo ai sempre delicati, o persino precari, equilibri e rapporti con i gli immediati vicini. In questi ultimi anni, soprattutto, è partito decisamente alla riscossa nella regione, non senza prospettive incoraggianti e riscuotendo, certo, qualche promettente successo quanto meno di prestigio e credibilità.

La carta Kosovo, tuttavia, si sta rivelando meno proficua del previsto da giocare. A Belgrado l’obiettivo dell’ammissione nella UE sembra ormai prevalere su ogni altro, salvo sorprese sempre in agguato. Di qui l’accordo raggiunto con il governo di Pristina per uno scambio di rispettive zone di confine abitate da opposte minoranze, con annessa rinuncia serba, esplicita o implicita, a contestare alla radice la secessione kosovara e conseguente normalizzazione dei rapporti bilaterali.

Il tutto posto come condizione, dall’Unione europea, per dare il via al laborioso processo prescritto per la suddetta ammissione. A questo punto, però, c’è stato un alquanto sorprendente ripensamento di Bruxelles, preoccupata per i possibili contraccolpi del convenuto scambio di territori in altre parti dell’ex Jugoslavia, ossia per una temuta rimessa in discussione di confini e altri aspetti più o meno precari del suo complessivo assetto per lo più faticosamente imposto anche dall’esterno al termine dei successivi conflitti. Contraccolpi, innanzitutto (ma non solo), in Bosnia-Erzegovina, dove la componente serba, scalpitante fin dall’inizio, minaccia di cogliere l’occasione per staccarsi del tutto da quella musulmana e quella croata e ricongiungersi con Belgrado.

Bruxelles, insomma, blocca la pacificazione tra Serbia e Kosovo, si vedrà con quali seguiti, mentre la situazione diventa piuttosto imbarazzante per la Russia. Sulla questione specifica, infatti, Mosca non può ovviamente sostenere la causa nazionalista di un Paese amico con maggiore intransigenza del suo governo, può magari gradire che tra Belgrado e Bruxelles le cose si complichino e non a caso rende noto, in concomitanza con la visita di Putin, di non voler interferire nel contenzioso tra Serbia, Kosovo e altri eventuali interessati. Può darsi che cambi idea in seguito ad ulteriori sviluppi, avendo precisato lo farebbe qualora interferissero gli Stati Uniti, i quali invece incitano Belgrado e Pristina a tenere duro sul loro accordo.

Intanto Mosca punta comunque su altre e più utili carte per consolidare i legami con la principale erede della defunta Federazione jugoslava nonché con l’”entità” serba di quella bosniaca, il cui leader, Milorad Dodik, guarda al Cremlino, ricambiato, non meno di Vucic. Senza dimenticare, peraltro, che Putin e compagni coltivano attivamente i rapporti anche con ogni altro Paese ex jugoslavo o balcanico non necessariamente amico della Serbia e che non si tiri indietro.

A Belgrado la Russia non può competere a tutto campo con Bruxelles in materia economica. La sola BERD, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, il cui impegno resta concentrato da quasi un trentennio nell’area ex comunista, ha finanziato investimenti di vario genere in Serbia per oltre 5 miliardi di euro a partire dal 2001, e nello scorso anno si è fatta carico di una serie di nuovi progetti destinati a rinvigorire e modernizzare un Paese ancora arretrato e afflitto da alte dosi di povertà e disoccupazione. Le aspettative dall’ammissione nella UE, che il governo conta di ottenere entro il 2025, sono perciò tante quanto legittime e giustificate.

Belgrado conta molto, però, anche sulla multiforme cooperazione con la Russia, e non solo come strumento di pressione sugli interlocutori occidentali per indurli a concedere quanto più possibile. La firma durante il soggiorno di Putin di oltre una ventina di nuovi accordi, protocolli e memorandum di intesa non ha fatto che confermare lo slancio di un processo già largamente in corso e al centro del quale permangono comunque la quasi totale dipendenza serba dalle forniture di gas russo e il consenso di Belgrado al transito sul suo territorio di un tratto terminale del gasdotto che attraversa la Turchia per approdare nel cuore del vecchio continente.

I lavori per la sua costruzione dovrebbero cominciare quanto prima, secondo il boss di Gazprom, Aleksej Miller (che ha naturalmente accompagnato Putin), per concludersi entro la fine dell’anno, se Bruxelles non solleverà obbiezioni o non porrà condizioni preclusive, finora però non emerse. Di ovvia rilevanza anche politica è poi l’acquisto serbo di armi russe (un replay dell’approvvigionamento nell’URSS della Jugoslavia di Tito) in aggiunta a manovre militari comuni tra i due Paesi.

Entrambe le cose non piacciono alla NATO, con la quale Belgrado comunque intrattiene e intende mantenere un’analoga collaborazione compensativa nonché collaterale al rapporto con la UE. La più recente spesa militare serba (sette caccia Mig-35 e tre elicotteri da combattimento Mig-17) non suona del resto impressionante né tanto meno allarmante.

Ci si deve domandare, a questo punto, che cosa la Russia possa aspettarsi da un partner come la Serbia, singolarmente presa e nel quadro di una più ampia strategia balcanica, come frutto concreto di un vecchio amore, di una proverbiale fratellanza storica tra i rispettivi popoli e soprattutto, adesso, della straordinaria popolarità del ‘nuovo zar’, accolto in terra serba quasi trionfalmente da folle oceaniche.   In veste di ‘eroe’, secondo alcuni cartelli, ovvero col fregio di statista straniero di gran lunga più ammirato ed amato, stando ai sondaggi.

Come minimo, inutile dirlo, un amico in più fa sempre comodo, anche se piccolo, contrariamente a quanto sosteneva il cavalier Benito Mussolini (‘molti nemici, molto onore’), in quanto partner di affari ma per qualsiasi evenienza concepibile. Come estremo opposto, Mosca potrebbe ipoteticamente rivendicare un legame infrangibile e inviolabile a qualsiasi titolo con esso, ammesso che trovasse a Belgrado adeguati riscontri, e comportarsi nei suoi confronti come con l’Ucraina.

Ma la Serbia, naturalmente e nonostante tutto, non è l’Ucraina e neppure appartiene a quel “vicino estero” rispetto alla Russia che Mosca, più o meno apertamente e coerentemente, considera una propria area di prevalente e irrinunciabile influenza e coincide con il grosso delle altre repubbliche già sovietiche e ora indipendenti. Si sa peraltro che simili visuali e conseguenti comportamenti possono variare anche molto a seconda delle circostanze, ossia dei rapporti di forza internazionali, della percezione di minacce esterne più o meno gravi a propri interessi vitali, di opportunità impreviste e imprevedibili e così via.

Al momento attuale, comunque, il Putin sceso a Belgrado anche, se non soprattutto, per tuonare contro la recente e sgraditissima adesione alla NATO del Montenegro, già fratello minore ma quasi gemello della Serbia, e mettere in guardia contro quella possibile o probabile della Macedonia e del Kosovo, sembra potersi accontentare di quanto gli offre il convento serbo tramite la persona di Vucic, uno degli ormai parecchi capi di Stato dell’Europa orientale che si distinguono per un debole nei confronti dell’odierna Russia, per lo più in contrasto con lo stesso governo oltre che con i sentimenti popolari.

Non è questo però il caso della Serbia, benchè il suo attuale presidente, un ex ultranazionalista passato su posizioni più moderate ed aperte, mostri verso la grande Russia un’attrazione più calorosa degli altri massimi dirigenti, a cominciare da Ana Brnabic, prima premier femminile in assoluto del Paese. Sul ‘che fare’ concretamente non pare esistano, ad alto livello politico e statale, dissensi di qualche rilievo. Si tratta di una scelta che qualcuno definisce, attendibilmente, ‘di testa’ e al tempo stesso ‘di cuore’, e che consiste (come la presenta Vucic con particolare nettezza) nel perseguire risolutamente l’ammissione nella UE sotto la spinta di concreti interessi, controbilanciandola mediante l’ulteriore coltivazione dei legami in più campi con la Russia e la recisa esclusione di un’adesione alla NATO.

Una scelta, certo, sul cui esito incombono dubbi e incognite a volontà innanzitutto sul fronte esterno. Ma che presenta, se andrà a buon fine, un duplice pregio dal punto di vista moscovita. Aumenterà infatti il numero degli amici o simpatizzanti per la Russia nel consesso di Bruxelles, tenuto conto che già adesso la Serbia osteggia decisamente le sanzioni a suo carico. E potrebbe persino servire come modello per risolvere in via di indispensabile compromesso la questione ucraina, nonostante tutte le differenze del caso.

    

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