giovedì, Novembre 21

PSE: svolta a sinistra? Intervista a Giorgio Grimaldi, ricercatore all’Università di Genova, redattore di HopeEurope

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I partiti di centrosinistra in Europa cercano una via d’uscita dalla crisi diffusa di consenso e radicamento che li attanaglia nel Continente, con una virata ‘a sinistra’ in vista delle prossime elezioni del Parlamento europeo. Questo, in estrema sintesi, quanto emerge dall’agenda programmatica approvata al congresso del Partito dei socialisti europei (PSE), svoltosi a Lisbona il 7 e 8 dicembre, che ha visto la scontata nomina dell’olandese Frans Timmermans a candidato capolista per la presidenza della Commissione europea (secondo la procedura informale dello Spitzenkandidat adottata alle scorse elezioni europee), unico nome in corsa dopo il ritiro a novembre dello slovacco Maroš Šefčovič. Primo vice-presidente della Commissione europea, commissario europeo per le relazioni inter-istituzionali e lo stato di diritto, ed ex ministro degli affari esteri nei Paesi Bassi, Timmermans sarà il primo portavoce delle proposte con cui i socialisti europei contenderanno il voto sia alle forze populiste che al centrismo di Macron, platealmente sconfessato nel corso della due giorni in Portogallo. Il presidente francese è stato definito nell’intervento di Udo Bullmann, leader del gruppo socialista al parlamento europeo, addirittura «un presidente dell’élite dei super-ricchi», chiarendo che «non è un alleato nello sforzo di modernizzazione sociale dei nostri paesi». Una netta presa di distanza da un nuovo ‘centrismo’ di impronta liberale e globalista che è riecheggiata in diversi interventi da parte di autorevoli esponenti della famiglia socialista europea. E che ha trovato espressione nelle risoluzioni che hanno composto una piattaforma che, in sostanziale continuità con la visione generale e gli obiettivi del socialismo europeo, pone l’accento su misure redistributive, dalla proposta di tassazione per i giganti del web, alla definizione di un salario europeo al di sopra dei livelli povertà, fino alla flessibilità nei vincoli europei sul budget per investimenti legati a interventi per politiche sociali e infrastrutture.

Misure che possano rispondere alle domande di un elettorato sempre più attratto dal radicalismo delle forze ‘populiste’ che raccolgono consensi nel Continente proprio sull’onda della crisi dei tradizionali partiti socialisti e socialdemocratici europei. Il PSE si lancia quindi all’inseguimento dei popolari europei, dati in vantaggio in un sondaggio dello scorso 5 dicembre, con uno stacco di 38 seggi dai socialisti.  Fino a che punto Timmermans e l’agenda del PSE di Lisbona rappresenta una ‘svolta a sinistra’ per i partiti di centrosinistra in Europa? E quali sono le chances per il PSE di fronte alle forze populiste e al ‘macronismo’? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Grimaldi, ricercatore e docente all’Università di Genova, studioso dei partiti europei e redattore del sito di documentazione sulla politica europea ‘Hope Europe’.

 

Il congresso del PSE di Lisbona ha confermato la nomina di Timmermans a candidato capolista per le prossime elezioni europee: che profilo ha lo Spitzenkandidat dei socialisti europei? Un nome che esprime continuità o discontinuità nel PSE?

Timmermans è sicuramente un esponente di alto profilo del PSE e avendo svolto l’’incarico di vice presidente della Commissione europea rappresenta una figura rappresentativo della classe politica europea. Il problema principale che vedo, però, è legato alla fatica che ancora il PSE fa – non essendo il solo in questo – a creare una vera e propria politica partitica a livello europeo. I vari partiti in molti casi hanno già scelto o stanno scegliendo i loro candidati di punta che eventualmente ricoprirebbero il ruolo di presidente della Commissione europea, come già successo nel 2014 con Juncker. Un simile sistema, per quanto informale, potrebbe contribuire a dare peso effettivo alle elezioni europee. Il problema che si è riscontrato anche nel congresso di Lisbona è la prospettiva concreta. Anche in quel caso è stata votata una piattaforma contenente misure e policies specifiche, ma senza affrontare i veri nodi di fondo: in primo luogo quello delle riforme istituzionali per completare l’integrazione europea. Le forze che si professano europeiste, in questo caso il PSE, invocano una maggiora integrazione delle politiche europee, ma allo stesso tempo sul ‘che fare’ concreto non si produce alcun avanzamento, perché i nodi non vengono sciolti. La piattaforma del PSE mette in evidenza molte tematiche e proposte a sinistra, soprattutto enfatizzando la lotta alle diseguaglianze sociali: ma il punto è che con quali fondi e grazie a quali meccanismi decisionali poter far sì che l’UE possa davvero mettere al centro questi obiettivi. La proposta dei socialisti da questo punto di vista è in continuità col passato e Timmermans esprime bene questa tradizione: ma allo stesso tempo, sia l’agenda di Lisbona che il candidato capolista del PSE non sembrano prospettare, al di là delle buone intenzioni, delle soluzioni e proposte concrete per determinare un cambiamento reale del sistema istituzionale dell’Unione europea, da cui dipende la realizzabilità delle proposte di politiche sociali e redistributive. Da questo punto di vista lo stesso piano Juncker, che è stato importante, mette in luce sempre di più la necessità di una riforma, in primo luogo a livello fiscale, e quindi sul piano dell’Unione politica.

Andando alla piattaforma di Lisbona cui accennava: a suo parere quali sono le proposte e misure che prospettano una virata ‘a sinistra’ dei socialisti europei?

Da un lato vedo una grande continuità con le proposte storiche del PSE. L’agenda dei socialisti europei ha sempre guardato nei suoi programmi alle politiche sociali e sul lavoro, nutrita dalle solide esperienze di governo dei partiti che compongono il PSE. Questa piattaforma contiene elementi più audaci a mio avviso soprattutto in merito alle politiche ambientali e alla green economy, così come nel richiamo alla flessibilità a determinate condizioni dei vincoli europei. Complessivamente emerge però il programma di una forza tipicamente di centro sinistra, con alcuni elementi di radicalità più accentuati, ma che non si discosta sostanzialmente dal profilo tipico del PSE. Ciò significa che restano irrisolti sul tavolo i nodi fondamentali. C’è quindi un’enfasi sulla necessità di democratizzare l’Europa, anche sulla scorta del ruolo di Timmermans come commissario europeo allo stato di diritto: ma allo stesso tempo si resta in mezzo al guado, senza definire in che modo sarebbe possibile realizzarla nel quadro attuale. Il rischio è quello di un programma in continuità con la proposta socialista e socialdemocratica degli ultimi anni, che sia però insufficiente, perché alle buone intenzioni e alle proposte condivisibili non corrispondono misure che possano incidere sostanzialmente sui rapporti di forza interni all’UE. Senza una capacità fiscale a livello europeo, senza un aumento del budget europeo ecc…, le proposte più avanzate dei socialisti europei rischiano di restare ancora una volta lettera morta.  Mi pare che anche internamente al PSE – come negli altri partiti, bisogna dire – sia mancata una seria riflessione su questi temi e sulla capacità dei partiti nazionali di affrontarli in un’ottica seriamente europea. Ciò è anche dovuto alle divisioni e alle diverse anime che compongono il PSE. In tal modo sarà difficile contrastare le spinte nazionalistiche.

In riferimento alle diverse anime interne al PSE e alle necessità di riforme istituzionali per l’Europa bisogna però considerare che i maggiori partiti socialisti dei Paesi del Nord Europa, di cui Timmermans è anche un rappresentante, sono anche quelli ad aver frenato le proposte di una maggiore condivisione degli oneri e rischi comuni, particolarmente a livello fiscale, spesso allineandosi ai popolari europei. Con queste premesse fino a che punto è possibile una ‘svolta a sinistra’ per il PSE?

Non credo che nella situazione attuale la cosa più rilevante sia vedere se lo spostamento a sinistra sia di un certo grado o no. A mio avviso siamo in un momento delicato in cui emergono anche nuove forze europeiste a sinistra: penso a DiEM 25 o anche gli stessi Verdi, che sul fronte europeista mi sembrano anche più credibili sul versante delle riforme istituzionali. Il problema è che tra le forze europeiste c’è sicuramente una volontà di cambiare. Ma dal versante dei socialisti credo che questo sarà perseguito non tanto sul piano ‘ideologico’, per così dire, ma in un senso più ‘pragmatico’. Sul piano europeo il futuro credo si giocherà sulle soluzioni concrete che si potranno fare per garantire l’effettivo avanzamento del processo di integrazione, al di là delle divisioni fra destra e sinistra. Il vero dilemma a mio avviso è fra europeismo nel senso di procedere alla costruzione dell’Unione politica o in alternativa un ripiegamento verso i rispettivi confini nazionali. Da questo di vista il PSE si professa europeista, ma al di là delle parole non pare volersi spendere politicamente in tal senso. In questo senso il congresso di Lisbona a mio avviso non ha quindi determinato una “svolta” effettiva. In una intervista recente fra l’altro Timmermans ha ammesso che il PSE non ha alcuna intenzione di spostarsi più a sinistra, come d’altronde era logico e prevedibile, e come la sua nomina a Spitzenkandidat ha confermato. Il PSE intende restare una forza di centrosinistra, tale da creare una prospettiva più “pragmatica” alla soluzione delle questione europee e alla mediazione fra anime contrastanti al suo interno. Chiaramente il rischio è che l’elettorato a questo punto preferisca gli opposti estremismi, di connotazione più nazionalistica, piuttosto che la solita “minestra riscaldata” – per così dire – del socialismo europeo e dei partiti europeisti che si legano all’Europa così per come è.

A questo proposito: in che modo il PSE si è attrezzato o si sta attrezzando per contrastare i populismi a destra e sinistra in Europa, cercando di recuperare un pezzo consistente di elettorato?

Penso che la cooperazione e il dialogo fra PSE e altri partiti europei, in primo luogo gli ecologisti e la sinistra, per la creazione di un forum comune in contrasto ai nazionalismi sia un elemento altamente positivo. Ma il passo decisivo sarebbe edificare un fronte progressista, con un’alleanza che vada oltre il PSE, per un programma più direttamente federalista a livello europeo. Il tutto in una prospettiva pragmatica. Un elemento funesto a una simile causa è stata la notevole divisione e frammentazione fra le diverse forze politiche europeiste, minando alla credibilità di una simile prospettiva. Il PSE, in quanto seconda forza politica ne Parlamento europeo, e considerando le tante sensibilità al suo interno, potrebbe svolgere al contrario un ruolo federativo centrale in questo senso. E questa sarebbe a mio avviso la migliore risposta strategica che in generale la sinistra potrebbe dare all’avanzata delle forze populiste nel Continente. Ma questo punto di vista, a giudicare dalla piattaforma di Lisbona, siamo ancora molto lontani da un simile obiettivo…

Il PSE e Macron: i socialisti europei hanno voltato le spalle al presidente francese e al ‘macronismo’ come opzione politica interna al centrosinistra in Europa? Fino a che punto il congresso di Lisbona ha preso le distanze da Macron?

Macron ha avuto il merito di avanzare una proposta di riforma dell’eurozona e dell’UE abbastanza ambiziosa, per rimettere al centro il motore franco-tedesco, che è sempre stato cruciale per il processo di integrazione europeo. La situazione adesso è delicata, come è chiaro. Dopo una brevissima luna di miele adesso si trova palesemente in difficoltà e non è riuscito a colmare un vuoto lasciato proprio dal governo Hollande e dai socialisti francesi, dalla lor incapacità di far fronte ai problemi aperti con la globalizzazione e la crisi economico-finanziaria. Adesso Macron è corteggiato dai liberali e dai liberal-democratici. Il rischio è che comunque perda anche lui la bussola di fronte agli avvenimenti attuali. La protesta dei gilet gialli è sintomatica di un’ambiguità: da un lato ha inteso affrontare il tema della transizione a un diverso modello di trasporto, ma tale percorso  – se mantenuta nei confini nazionali – non può essere sviluppata senza creare conflitti. Anche quella è una questione che richiede una risposta europea, con piani di investimento comuni e politiche di innovazione per tutti gli Stati membri. Da questo punto di vista il PSE si distanzia da Macron in senso strategico e tattico, in modo da recuperare consensi proprio da quelle fasce della popolazione escluse e sofferenti, da sinistra a destra, che in qualche modo riflettono la composizione variegata e contradditoria dei gilet gialli in Francia. Ma l’esperienza di Macron e la sua parabola servono al PSE per riflettere sui limiti del leaderismo, da cui diversi partiti della famiglia del socialismo europei non sono affatto stati immuni in questi anni, tornando a porsi il tema della costruzione di organizzazioni politiche solide e funzionanti al di là dei loro leader. Il primo compito per il PSE dovrebbe essere proprio questo, innanzitutto per non disgregarsi: allo stesso tempo, non essere più ostaggio dei partiti nazionali e costruire un profilo effettivamente europeo.

Da una parte Macron, dall’altra Corbyn: due anime opposte del socialismo europeo. Quale la strada che il PSE e il socialismo europeo imboccherà in vista delle prossime elezioni europee?

A mio avviso il tentativo sarà di trovare una mediazione pragmatica, che però – come ho detto – al di là delle parole potrebbe rischiare di non essere credibile, proprio per la mancanza di una concreta volontà politica di affrontare i problemi alla base. Inoltre Corbyn e i laburisti inglese adesso sono in realtà fuori gioco come “modelli” a livello europeo, considerando la Brexit e anche le difficoltà che stanno avendo rispetto allo scenario che si va delineando. Di certo non potranno svolgere un ruolo di riferimento o di “ponte” all’interno della sinistra in Europa, avendo scelto di giocare anche loro al di fuori del campo europeo. Le istanze di radicalità espressi dal Labour di Corbyn sono il vero nodo: ma anche lì, di nuovo, le risposte concrete possono essere date solo nel quadro di un’Unione politica a livello europeo, non se ne esce.

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