venerdì, Dicembre 13

Provvisionato nella trappola di una spy story?

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«Associazione finalizzata alla truffa ai danni dello Stato nel settore della sicurezza». È questa l’accusa che il Governo mauritano rivolge a un bodyguard di Cornaredo, in provincia di Milano. Cristian Provvisionato, trattenuto da 10 mesi in un’accademia della Polizia di Nouakchott, la capitale, parte dall’Italia il 16 agosto 2015 su incarico della società spagnola V-Mind,  di cui è proprietario l’italiano Davide Castro.  Secondo una lettera aperta scritta da Cristian in Mauritania, ad attenderlo nel Paese c’è un altro italiano, esperto di ‘open source intelligence’, che lascia Nouakchott due giorni dopo. Da allora Cristian non è più riuscito a rientrare.

La stampa mauritana nel maggio 2016 si interessa al caso e comincia a parlare di vendita di soluzioni tecnologiche per il monitoraggio remoto di sistemi, di una truffa che sarebbe stata fatta ai danni del Governo locale nel corso delle transazioni. Un puzzle internazionale intricato, difficile da dipanare. Anche perché le società coinvolte sono tante. I file di Wikileaks ci dicono che dentro c’è anche l’italiana Hacking Team. Ma la più importante sembra essere Wolf Intelligence, una multinazionale della cyber security con sede centrale a Monaco, in Germania: è questa società a fornire le soluzioni tecnologiche alla  V-Mind di Davide Castro nell’affair mauritano.

Il responsabile tecnico della multinazionale nel corso della vicenda è indiano e si chiama Manish Kumar. È lui l’uomo che durante l’operazione dialoga con il Governo mauritano, in particolare con il braccio destro del Presidente, Ahmed Bah. È lui a darci una prima versione.

Ci dice che all’inizio le cose stavano andando per il verso giusto, pur tra mille difficoltà e sospetti da parte del Governo mauritano. Wolf Intelligence consegna le prime dodici soluzioni tecnologiche. Manca ancora la tredicesima per completare la transazione: deve arrivare da un fornitore di Tel Aviv, in Israele. Il tredicesimo item è molto costoso: tutto deve essere pagato in anticipo. Ma nel luglio 2015 una delle società coinvolte, la Keradmand Trading Company, con sede a Dubai, ritarda i pagamenti alla Wolf Intelligence. L’affare salta. Da Tel Aviv il tredicesimo item non arriverà mai. “Abbiamo perso il nostro venditore a Tel Aviv”, racconta Manish Kumar. “Chiedo che Cristian venga rilasciato immediatamente: non è coinvolto. Non fa parte di questa vicenda”.

Ma chi è esattamente questa Keradmand Trading Company che manda tutto a monte?  “Era il nostro principale distributore”, spiega Manish Kumar. “L’uomo di questa società era Mr. Rohit, un indiano che viveva a Dubai da 20 anni. Adesso… si trova in Kenya”.

Riguardo a cosa servissero queste tecnologie, le idee di Manish Kumar sembrano essere chiare: “si trattava di tecnologie legali che servivano a controllare i terroristi”. E l’item 13, così costoso e determinante,  serviva a completare l’opera.  “SMS silenziosi per infettare i telefoni cellulari”, spiega Manish.  Quando gli chiediamo se il sistema contenesse un malware, risponde così: “il sistema doveva servire al Governo mauritano per monitorare terroristi. Non per spiare la Mauritania. Anche perché loro controllavano ogni singolo codice del sistema. Abbiamo in mano i certificati di consegna e installazione che ci sono stati rilasciati dopo i controlli da loro effettuati”.

Durante l’intero corso della transazione, che dura quasi un anno, un tecnico indiano di cyber security è quasi sempre presente in Mauritania, a disposizione di Ahmed Bah. Ma nel luglio 2015, quando per Manish è chiaro che l’affare è saltato, esattamente nel momento in cui il fornitore israeliano dell’item 13 esce dal gioco, gli indiani lasciano la Mauritania. È a questo punto che, quasi inspiegabilmente, nel Paese arrivano gli italiani. Coincidenza o meno, l’8 luglio 2015, proprio nei giorni in cui saltava la consegna dell’item 13, Wikileaks rivelava al mondo più di un milione di email della società italiana Hacking Team, svelando le connessioni con l’affare in  Mauritania.

E c’è una domanda cui Manish Kumar non ha ancora risposto: “L’item 13 è mai stato consegnato alla Mauritania?

In questi ultimi giorni dalla stampa locale  si è appreso che il Presidente mauritano ha sospeso il permesso di lavoro  dei dirigenti di Mauritel, detenuta al 54% da Marocco Telecom. Motivo: attraverso la società i servizi segreti del Marocco spiavano la Mauritania.

L’ultima notizia dal Paese africano è la revoca dell’incarico al nostro Console onorario nel Paese, Ahmed Baba Azizi.

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