martedì, Luglio 16

Provenzano, un 'vegetale' al 41 bis field_506ffb1d3dbe2

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Diciamolo subito, perché così si fugano subito possibili equivoci: Bernardo Provenzano è un capomafia che nel suo ambiente, dove nessuno è delicato di stomaco, chiamano ‘Binnu u’ Tratturi’, ‘Bernardo il trattore’ e non si allude certo a una vocazione mai avuta per il lavoro nei campi; piuttosto per la violenza e la determinazione con cui ha eliminato i suoi nemici, chiunque gli faceva ombra. A pieno titolo appartiene a quella congrega di assassini che sono stati Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e tanti altri che nelle storie di Cosa Nostra vengono definiti ‘i corleonesi’. Non si è mai ‘pentito’, e del resto il termine riferito a lui ha il sapore di una beffa; al massimo può ‘collaborare’, ma non è certo il tipo; magari, per una sua convenienza, ha contribuito a che fosse catturato Riina, ‘vendendolo’; ma, appunto per un suo tornaconto, e probabilmente non lo sapremo mai. Binnu sconta svariati ergastoli, tutti meritati, per una caterva di delitti, e probabilmente sono meno di più quelli che ha effettivamente commesso e ordinato.

Binnu, insomma, è uno di quei casi che a un credente fa chiedere perché il padreterno si è distratto, nel momento in cui è nato. Arrestato l’11 aprile del 2006 in una masseria a Corleone, probabilmente è il mafioso che per quel che riguarda la latitanza ha battuto tutti i record: è stato latitante (o gli hanno consentito di esserlo), per ben 43 anni.

Da oltre due anni Provenzano giace in un letto d’ospedale del reparto ospedaliero del carcere San Paolo di Milano. Immobile da mesi, il cervello, dicono le perizie, distrutto dall’encefalopatia; si deve nutrire con un sondino nasogastrico; pesa 45 chili. Ha 83 anni; il suo cuore – si citano sempre le perizie mediche – continua a battere, ma ha perso la cognizione dello spazio e del tempo. In una parola, è un vegetale. Già il 23 maggio del 2013 la trasmissione televisiva ‘Servizio Pubblico’ condotta da Michele Santoro manda in onda un video che ritrae Provenzano nel carcere di Parma, durante un incontro con la moglie e il figlio; il boss appare fisicamente irriconoscibile, mentalmente confuso, non riesce a prendere in mano la cornetta del citofono per parlare con il figlio. Non riesce neanche a spiegare al figlio l’origine di un’evidente ferita alla testa: prima dice di essere stato vittima di percosse, poi di essere caduto accidentalmente.

La richiesta di differimento pena sollecitata dal magistrato di sorveglianza dopo che i medici avevano definito incompatibili le condizioni del boss con il carcere,  viene respinta dal  tribunale di sorveglianza di Milano; respinta anche la subordinata dell’avvocato di Provenzano:  lasciarlo in regime di carcerazione nello stesso ospedale, però nel reparto di lunga degenza, invece che in quello del 41bis. Il no dei giudici, a differenza del passato, non è motivato con la pericolosità del detenuto, ma nel suo interesse. Si sostiene che «non sussistano i presupposti per il differimento dell’esecuzione della pena, atteso che Provenzano, nonostante le sue gravi e croniche patologie, stia al momento rispondendo ai trattamenti sanitari attualmente praticati che gli stanno garantendo, rispetto ad altre soluzioni ipotizzabili, una maggior probabilità di sopravvivenza». Notare: sono gli stessi giudici a parlare, per Binnu, di ‘sopravvivenza’. Binnu può contare su terapie più adatte nel reparto in cui si trova, spostarlo significherebbe garantirgliene di meno efficaci. Di più: i giudici sostengono che spostarlo, anche solo per 48 ore, potrebbe essergli fatale; ad ogni modo l’attuale condizione è di ‘carcerazione astratta’, lo tengono lì solo per curarlo. Curioso: qualche mese fa, nonostante le condizioni di salute di Provenzano fossero quelle di oggi, la sospensione della pena viene respinta non nell’interesse del paziente ma perché lo si ritiene comunque capace di comunicare con l’esterno, e impartire ordini alla mafia. Nella relazione medica si legge: «Il paziente presenta un grave stato di decadimento cognitivo, trascorre le giornate allettato alternando periodi di sonno a vigilanza. Raramente pronuncia parole di senso compiuto o compie atti elementari se stimolato. L’eloquio, quando presente, è assolutamente incomprensibile. Si ritiene incompatibile col regime carcerario».

Il primario della V divisione di Medicina protetta del San Paolo, dottor Rodolfo Casati, nell’ultima relazione con cui Provenzano è dichiarato incapace di partecipare a un processo penale, scrive che il detenuto «è in uno stato clinico gravemente deteriorato dal punto di vista cognitivo, stabile da un punto di vista cardiorespiratorio e neurologico; allettato, totalmente dipendente per ogni atto della vita quotidiana… Alimentazione spontanea impossibile se non attraverso nutrizione enterale. Si ritiene il paziente incompatibile con il regime carcerario. L’assistenza di cui necessita è erogabile solo in struttura sanitaria di lungodegenza». Per il ministro della Giustizia Andrea Orlando «non risulta essere venuta meno la capacità del detenuto Provenzano Bernardo di mantenere contatti con esponenti tuttora liberi dell’organizzazione criminale di appartenenza, anche in ragione della sua particolare concreta pericolosità…non sono stati rilevati dati di alcun genere idonei a dimostrare il mutamento né della posizione del Provenzano nei confronti di Cosa nostra, né di Cosa nostra nei confronti di Provenzano». Un capomafia a tutti gli effetti, insomma; per questo il 24 marzo scorso il ministro firma una proroga del ’41 bis’ nei suoi confronti per altri due anni, notificata al figlio Angelo in qualità di ‘amministratore di sostegno’ del padre, proprio per la sua incapacità di comprendere ciò che gli accade intorno. Cosa significa in concreto? Che Binnu  può ricevere soltanto una visita al mese, di un’ora al massimo, da parte di un familiare.

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