lunedì, Novembre 18

Prosegue il confronto tra Stati Uniti e Cina su Huawei Le autorità Usa hanno messo nuovamente sotto accusa il colosso cinese

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Lo scorso 16 gennaio, al Congresso è stata sottoposto a discussione un disegno di legge bipartisan concepito appositamente per vietare la vendita di componenti hi-tech – a partire dai microchipalle società cinesi. All’interno della bozza, si fa esplicito riferimento alla società di semi-conduttori Zte e, soprattutto, al colosso delle telecomunicazioni Huawei, da mesi accusata da rappresentanti di Washington di aver installato sistemi di intercettazione nei server allo scopo di spiare imprese e istituzioni Usa. Ad assumere le difese delle aziende cinesi è stato il ministro degli Esteri Hua Chunying, il quale ha imputato l’elaborazione del disegno di legge al «clima di isteria» vigente all’interno degli Stati Uniti, e richiesto espressamente di ritirarlo. Le chance che il suo appello venga accolto sono tuttavia bassissime, anche alla luce delle crescenti preoccupazioni Usa circa la possibilità che i pannelli solari dotati di inverter Huawei, controllabili da remoto, vengano in futuro sfruttati per sabotare la normale erogazione di energia elettrica in territorio nazionale. Non va inoltre dimenticata la probabile, imminente incriminazione di Huawei da parte di un tribunale statunitense in conseguenza della causa civile intentata nel 2014 da T-Mobile, società telefonica facente capo a Deutsche Telekom che ha accusato un impiegato dell’azienda cinese di averle sottratto indebitamente attrezzature sensibili da uno stabilimento situato nei pressi di Seattle.

A ciò si somma l’arresto a Vancouver, risalente allo scorso dicembre, della vice-presidente di Huawei (e figlia del fondatore della società) Meng Wanzhou per la presunta violazione delle sanzioni statunitensi contro l’Iran. Una mossa inaspettata, effettuata proprio mentre le delegazioni cinese e statunitense si trovavano al vertice del G-20 di Buenos Aires per definire i termini di un accordo commerciale che stemperasse le tensioni bilaterali.

Segno inequivocabile della volontà statunitense di contrastare l’avanzata tecnologica cinese, ravvisabile anche dalle forti pressioni che Washington ha esercitato sui suoi alleati europei e giapponese affinché ostacolassero la partecipazione di Huawei, già accreditatasi come seconda venditrice mondiale di telefoni cellulari a scapito di Apple, ai bandi per la costruzione delle infrastrutture necessarie alla tecnologia 5G.

Nel caso Huawei, le motivazioni di carattere strategico, tecnologico e commerciale vanno a sovrapporsi a quelle di ordine economico: la guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump contro la Cina – e l’Europa – nasce dalla necessità di stimolare un processo di re-industrializzazione degli Stati Uniti che passa necessariamente per il rimpatrio di almeno una parte dei posti di lavoro che nei decenni precedenti erano scomparsi per effetto della delocalizzazione degli impianti produttivi verso i Paesi dotati di grandi quantità di manodopera a basso costo. A partire proprio dalla Cina, che ha approfittato della situazione per assicurarsi, anche obbligando le imprese straniere che impiantavano i propri stabilimenti in loco a condividere i segreti tecnologici con le società del posto e facendo un uso esasperato delle pratiche di reverse engineering, l’accesso alla tecnologia straniera.

Sotto questo aspetto, Huawei svolge un ruolo di primissimo piano, anche perché, osserva lo storico Aldo Giannuli, si tratta di un’azienda che «lavora a stretto contatto sia con l’Armata Popolare di Liberazione cinese sia con i vari organismi di intelligence del Paese e, proprio per questo, ha ripetutamente goduto di quei sostanziosi aiuti bancari, incoraggiati dal governo, che ne hanno consentito la rapida ascesa. Dunque, non stupisce che essa fosse nel mirino dei servizi americani ben prima del caso di questi giorni ed è del tutto intuitivo che, attraverso la Huawei, la Cina eserciti una massiccia opera di spionaggio a livello mondiale. Sin qui gli americani non hanno torto nell’avvertire il pericolo, se non fosse che loro non sono affatto da meno sullo stesso piano: ci siamo dimenticati della faccenda di Echelon? O di quando venne fuori che la Cia spiava i cellulari di tutti i capi di governo europei, compresa la Merkel? O i cento altri casi di spionaggio di massa dei servizi Usa? Il fatto è che agli americani non dà per nulla fastidio lo spionaggio, quello che non gli sta bene è che a farlo siano altri».

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