Prometeo si vergogna: uomini mortali e robot immortali Il paradosso di cui è composta l’epoca storica attuale: non sappiamo da soli dare forma alla complessità, nel mentre siamo quelli che progettano macchine che conformano e delineano nuove forme di complessità

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Pensiero lento vs velocità elettronica

Ci disponiamo dinanzi agli svariati progressi della tecnologia che avanzano nell’ultimo secolo con uno stupore infantile verso uno sviluppo della tecnica la cui diffusione coincide con il restringimento delle facoltà umane capaci di farvi fronte, senza interrogarci adeguatamente sulle premesse, controllarne l’andamento e verificarne gli effetti.

In altre parole, operano e si sviluppano sistemi tecnici la cui complessità ed infallibilità sono in aumento, con macchinari capaci di operazioni di calcolo algoritmico impensabili per la mente umana, quella stessa mente che però è la protagonista, questa è una bizzarrìa, ancora per poco, del fatto che è capace di progettare macchine intelligenti in grado di defenestrare quello stesso umano che di per sé non è più capace di regolare la complessità dei sistemi che ha progettato.

Appare così in tutta evidenza il paradosso di cui è composta l’epoca storica attuale: non sappiamo da soli dare forma alla complessità, nel mentre siamo quelli che progettano macchine che conformano e delineano nuove forme di complessità.

Questo apparente paradosso delimita il campo della conoscenza con cui fare i conti oggi, ben rappresentato dal paradosso di Donna Haraway circa la ‘vitalità’ delle macchine e l’inerzia degli umani, le prime indistruttibili, i secondi obsolescenti in quanto umanamente deperibili. Partiamo da qui: l’umano dinanzi alla macchina, la macchina oltre l’umano. In tal senso al centro della riflessione si colloca la Teoria di Julien Offroy de LaMettrie sull’homme machine che declino in una personale estensione, in quattro stadi fondamentali della relazione intercorrente tra uomo/macchina che si storicizza in fasi differenti. Per arrivare a ciò che viviamo oggi nel trapasso dalla natura dell’essere umano e l’artificiale delle macchine indotte da una tecnica sistemica che si trasferisce e satura l’ambiente sociale nel suo complesso. Ovvero le nostre vite quotidiane. Come è noto, negli stadi di evoluzione delle macchine il medico e filosofo francese La Mettrie, considerato il primo scrittore materialista dell’Illuminismo e fondatore delle scienze cognitiveassegna al Primo stadio il carattere degli uomini che sono simili alle macchine, in un tempo che possiamo collocare nella prima rivoluzione industriale, quella in massima parte della forza-lavoro bruta. Nel Secondo, gli uomini devono farsi simili alle macchine (2a riv.ne industriale con la forza-lavoro di massa). Nel Terzo stadio, gli uomini incorporano macchine nella terza riv.ne industriale con una forza-lavoro selettiva che passa dall’affermazione dell’uomo ‘bruto’ che riduce i suoi sforzi verso l’uomo ‘mediale. Alle tre fasi di La Mettrie aggiungo una 4a riv.neindustriale contraddistinta dalla diffusione di macchine antropomorfe, con un carattere di artificialità dell’uomo manutentore di quelle macchine in un’economia della conoscenza o immateriale che è ormai parte inscindibile del nostro vivere quotidiano modificato in forme e modi profondi ed estensivi dall’innesco e pandemia da virus biologico. Un contesto che ci attornia caratterizzato da un aumento di dipendenza dai supporti macchinici, come dimostrano le diverse tappe del cosiddetto smart working, sovente poco intelligente almeno in alcune propaggini da lavoro dipendente statale e poco lavorativo, più corretto chiamarle home working. Poiché la centralità spaziale e relazionale viene occupata dalla casa con le sue angustie per molti e l’ampiezza dei locali per i più fortunati.

Le vicende tecniche che informano e nutrono il nostro ambiente sociale rendono significativo riportare, tra tante, alcune significative premesse. La citata Donna Harawayafferma che «le macchine sono così vive, mentre gli umani sono così inerti!», mentre Günter Anders (primo marito di Hannah Arendt) sottolinea la «Vergogna che si prova di fronte all’‘umiliante’ altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi», per quella che l’Autore chiama la ‘Vergogna prometeica’. Infine, afferma il biologo Richard Dawkins: «Noi siamo macchine da sopravvivenza – robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni».

Per il mio argomentare trovo esaustiva la riflessione di Jean Baudrillard, il quale addirittura negli anni ’70 riflette con molto acume sul progresso tecnico e sociale delle società moderne grazie alle macchine, il quale sottolinea come queste ultime finiscono per costituire una chiusura operativa al progresso stesso nel ciclo storico dell’automazione. Questa chiusura concernente lautopoiesi dei sistemi, a cui parrebbero alludere le parole del teorico francese, ovvero l’‘apertura’ e ‘chiusura operativa’ che i sistemi pongono in essere per la propria autoconservazione funzionale, in relazione alle dinamiche dell’ambiente. Bisogna qui almeno citare sulla regolazione dei rapporti sistemi/ambiente e sulla complessa struttura dei sistemi Luhmann, massimo teorico della teoria dei sistemi funzional-strutturale, unitamente ai lavori di Humberto Maturana, famoso biologo e cibernetico cileno e Francisco Varela, neuro scienziato ed epistemologo, anch’egli cileno, che hanno coniato il termine ‘autopoiesi’ nel 1980, composto della parola greca auto, cioè se stesso, e poiesis, creazione. Dunque un sistema auto poietico è un sistema che ridefinisce di continuo se stesso sostenendosi e riproducendosi dal proprio interno.

Queste riflessioni da me discusse da anni (M. Conte, Fiducia 2.0, 2012), concernono un tema cardine della realtà sociale contemporanea relativa alla fiducia intercorrente nelle relazioni sociali tra individui o tra questi ed i sistemi tecnici (politici, economici, culturali, simbolici). All’interno di questo schema teorico fiduciario può essere assunto una sorta di ‘prologo macchinico’ per cui una caratteristica peculiare del progetto moderno consiste in una progressiva delimitazione dei significati umani in favore di un progresso diffuso di tópoi tecnici, di competenze specialistiche e di funzioni professionalizzate… per quel che qui ci interessa, nella produzione di significati della modernità possono essere ascritti alcuni processi storici che trasformarono l’ordine tradizionale: la nascita dello Stato nazionale; l’economia capitalista; la burocratizzazione; l’urbanesimo; la secolarizzazione. A questo orientamento culturale è ascrivibile inoltre un mutamento del sistema degli oggetti che vira verso forme di automatismo dei sistemi. Questo carattere era stato ben compreso sin dagli anni ’70 dal citato Baudrillard quando afferma che le automobili a manovella sono superate, le automobili senza manovella sono moderne, grazie alla connotazione dell’automatismo che di fatto maschera una debolezza strutturale. Si può anche sostenere che l’assenza di manovella ha la funzione reale di soddisfare un desiderio d’automatismo… Mentre numerosi elementi non strutturati coesistono sia nel motore che nella carrozzeria dell’automobile, i costruttori presentano come conquista meccanica l’uso di un automatismo ridondante negli accessori, cioè il ricorso sistematico ai servo-comandi, il cui effetto più immediato è di rendere più fragili gli oggetti, di alzare il loro prezzo e di favorirne l’obsolescenza e l’esigenza di sostituzione.

Con il risultato che, continua Baudrillard, «lungi dall’avere in sé un significato tecnico, l’automatismo comporta sempre più un rischio di arresto tecnologico: finché un oggetto non è automatizzato, è suscettibile di modifica, di superamento in un insieme funzionale più ampio. Se diventa automatico, la sua funzione si compie, ma si blocca contemporaneamente: diventa esclusiva. L’automatismo è dunque una chiusura, una ridondanza funzionale, poiché attribuisce all’uomo una posizione dispettatore irresponsabile. È il sogno di un mondo asservito, di una tecnicità formalmente compiuta al servizio di un’umanità inerte e sognatrice» (M. Conte, 2012, Il sistema degli oggetti). Qualcuno non ritiene che la tecnica odierna non abbia per molte funzioni asservito o comunque addormentato le reazioni critiche di un’umanità come la nostra incapace di reazioni e sognatrice? In un mondo che ci avevano raccontato essere la nuova utopia nella quale vivere al meglio potendo esprimere le migliori qualità cognitive e materiali? Forse come è facile constatare, diversi sono i temi di interesse nello scritto baudrillardiano, la cui valenza rileva dal tempo in cui è stato scritto, oltre quattro decenni fa, con la preveggente chiosa finale di un’umanità “inerte e sognatrice”. E che cosa ci fa sognare meglio del sistema “produttivo” elettronico e dei social con i suoi ormai costanti viraggi verso giochi e giochini che imperversano nella nostra vita quotidiana, ormai distratta ed inserita nei codici telematici, lasciando la realtà reale fisica e diretta tra persone relegata ad un’incombenza cui dover soggiacere il minor tempo possibile?

Per quanto concerne, poi, la vergogna prometeica di cui parla Günter Anders si fa riferimento ad un «dislivello prometeico” (o) asincronizzazione ogni giorno crescente tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, la distanza che si fa ogni giorno più grande» un dislivello tra «fare e immaginare, tra agire e sentire, tra conoscenza e coscienzae infine, e soprattutto, quello tra il congegno fabbricato e il corpo dell’uomo».

In sostanza è la «vergogna che si prova di fronte all’‘umiliante’ altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi» che si manifesta con l’aumento dello iato tra l’inesorabile ed inevitabile mortalità fisica dell’individuo, del corpo e dell’organo cerebrale che termina il suo simbolico cammino e la perdurante, fissa immortalità degli oggetti.

Così la vergogna prometeica sorge nel commercio che si instaura, nello scambio che si determina tra uomo ed oggetto, in un sistema di riduzione a cosa (reificazione) dell’uomo, il cui corpo si trova ad essere considerato svestito non già perché ‘nudo’ come avviene nell’iniziale esperienza della natura umana ma bensì, perché non ‘lavorato’, perché non elaborato artificialmente dalle metriche tecniche e dunque non considerato più ‘appetibile’ nell’epoca del sistema degli oggetti dei gadgets e dei robots (Baudrillard). Corpi bionici, cyborg, innesti meccanici nei nostri corpi stanno infatti diventando la quotidianità della nostra vita sociale.

Di modo che non appare neanche così necessario stupirsi più di tanto del resoconto riportato da Anders di un istruttore dell’Aviazione americana il quale insegnava ai suoi cadetti che, commisurato ai suoi compiti, l’uomo come è stato creato dalla natura è una faulty construction, una costruzione difettosa.

Questa perorazione umanistica dell’autore tedesco trova riscontro nellaffermazione per cui definisce l’uomo un essere non determinato, indefinito, non ultimato, insomma un ‘essere libero e indefinibile’. Questa progressività della ragione in viaggio verso una compiutezza dell’uomo nell’ambiente sociale che lo circonda, non può che traslitterare in un’incompiutezza permanente.

Questo è il fermo immagine del mondo odierno su cui è necessario soffermarci che copre idealmente la storia dell’uomo dai primi ominidi agli attuali umanoidi.

E che ci riguarda tutti, oggi più di ieri dinanzi alla vera unica grande sfida del mondo in transizione del XXI secolo, tra accumulazione di Artificiale della Terra espoliazione ed arretramento difensivo del Naturale. Come la pandemia da Covid-19 nella quale siamo immersi e da cui cerchiamo con tutte le nostre forze di tirarci fuori tra divieti, prescrizioni, integralismi, comando delle scienze della vita operata dalle diverse sfumature indicate e prescritte della vita della scienza, per affermare ancora, forse, la nostra natura umana. Che non è in alcun modo l’esito finale del mondo. Se non siamo consapevoli, e indizi lo confermano, che non è scritto in alcunaconoscenza biologica che noi umani siamo l’ultima specie sulla Terra, poiché potremmo essere sostituiti da nuove entità virali che affermeranno il loro controllo sulla Terra. Essere sfrattati noi umani, conoscendone i motivi, da entità biologiche che non lo sanno. Paradossale ma non tanto.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.