lunedì, Gennaio 27

Profughi etiopi in Kenya: la storia continua La nomina di Abiy, primo Oromo a guidare l' Etiopia, appare in questo contesto come l’ennesimo tentativo di calmare le tensioni del paese

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Dopo le dimissioni del primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, in carica dall’agosto 2012, è toccato a Abiy Ahmed, leader dell’organizzazione democratica del popolo (OPDO), uno dei quattro partiti facenti parte della Colazione al governo, a prestare giuramento lunedì 2 aprile.

Le dimissioni di Desalegn sono avvenute per permettere, secondo quanto da lui riferito, l’attuazione di «nuove riforme che portino alla pace e alla democrazia», in un momento di particolare tensione nel paese del Corno d’Africa. Il 3 gennaio 2018, le autorità etiopi hanno persino annunciato la liberazione di tutti i prigionieri politici per tentare di calmare la situazione, ma le proteste sono continuate.

I disordini erano scoppiati nel 2015, inasprendosi nel corso del 2016, soprattutto nelle regioni degli Oromo e Amhara, i due più grandi gruppi etnici che rappresentano il rispettivamente il 35% e il 27% dell’intera popolazione del paese, a causa della restrizione e degli abusi contro i cittadini da parte delle forze militari in mano all’etnia di minoranza Tigrai. Secondo quanto riferito da Amnesty International, le forze di sicurezza hanno fatto ricorso a un eccessivo uso della forza contro la popolazione per reprimere le proteste.

Nell’assumere il suo incarico di primo ministro Abiy, che proviene dalla Oromia, ha tenuto un discorso in cui ha parlato di unità nazionale, lavoro giovanile, diritti civili e partecipazione politica di tutti i partiti, oltre ad avere chiesto scusa per l’uccisione di attivisti e manifestanti.

La nomina di Abiy è avvenuta in modo del tutto pacifico ed è stata accolta positivamente da più parti, aprendo la prospettiva di una riappacificazione del paese.

Al neoeletto ministro tocca tuttavia affrontare alcuni problemi cruciali che nemmeno la sua posizione di capo dello stato gli permette automaticamente di risolvere.

Anzitutto, sono state arrestate più di 1.100 persone, provenienti dalle regioni degli Oromo e Amhara, con l’accusa di avere violato lo stato di emergenza di sei mesi imposto il 18 febbraio in seguito alle dimissioni di Desalegn. Anche se sono state rilasciate a inizio aprile 19 persone, tra giornalisti e attivisti, vige tuttora lo stato di emergenza che viene visto dalla popolazione come una forma di legittimazione degli arresti arbitrari degli oppositori al governo.

Il capo di Stato è sì di etnia Oromo, ma, fonti presenti sul territorio, affermano che il potere militare e i posti chiave del governo rimangono in mano ai Tigrai che, rappresentando solo il 6% della popolazione, ha da sempre governato con un sistema coercitivo e dittatoriale per assicurare la propria supremazia.

Lo stato di emergenza in vigore per sei mesi sembrerebbe dare man forte ai Tigrai: in questa condizione, viene sospesa la Costituzione e gli arresti possono avvenire senza processo. Si tratta senz’altro di un modo efficace per reprimere le proteste, rendendo difficile il processo di riforme atteso dalla popolazione.

Un’altra questione importante riguarda gli etiopi fuggiti in Kenya. Sono attualmente più di 10.000 le persone che dichiarano essere state mandate via dalle proprie case dai militari, mentre le autorità parlano di una fuga dopo l’uccisione “accidentale” di alcuni civili a inizio marzo nelle vicinanze della città di Moyale, importante mercato nella regione Oromo.

Le testimonianze raccolte nei campi profughi parlano di violenze perpetrate contro l’etnia Oromo, chiara conferma delle forti tensioni etniche da sempre presenti nel paese e recentemente accentuate non certamente dell’uccisione e del ferimento di civili, ma soprattutto da anni di disuguaglianza e sopraffazione da parte dell’etnia minoritaria Tigrai.

Difficile pensare quindi al ritorno in patria dei profughi, anche se le autorità etiopi avevano dichiarato, pochi giorni dopo l’esodo di fine marzo, di fare il possibile perché ciò avvenga al più presto.

La nomina di Abiy, primo Oromo a guidare il paese, appare in questo contesto come l’ennesimo tentativo di calmare le tensioni del paese visto che il poteredecisionalerimane ancora in mano alla minoranza etnica al governo, quella dei Tigrai che difficilmente faranno concessioni alle altre etnie.

La situazione politica è sempre molto instabile e l’emergenza umanitaria rimane il problema più urgente: fonti operanti sul territorio riferiscono infatti che i rifugiati sono ospitati in diversi campi, spesso improvvisati e privi dei necessari servizi.

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