giovedì, Agosto 6

Prima alla Scala: ve l’avevamo detto! field_506ffb1d3dbe2

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Avete speso quattromila e ottocento euro per andare con vostra moglie (o con vostro marito) alla prima della Scala? Beh, avete fatto male! e noi vi avevamo avvisati in tempo. Con quasi cinquemila euro, tanto costavano due biglietti in platea per la prima di Sant’Ambrogio, avreste potuto vedere chissà quanti spettacoli d’opera di qualità superiore in giro per l’Europa, godendo anche di viaggi, alberghi, ristoranti e souvenir.

Se invece volevate sfoggiare un nuovo smokin, far indossare a vostra moglie un abbigliamento da gran sera o fornirle una ribalta di tutto riguardo, con ripresa televisiva, con la presenza di Presidenti, Ministri, personaggi del jet set, tanto da poter dire «io c’ero», alle cene ‘in’ dei prossimi mesi, insomma,    per poter vedere da vicino l’ ‘aristocrazia dell’immagine’ e  del potere, allora avete fatto  bene. Contenti voi… Dove c’è gusto non c’è perdenza, dice il proverbio. Certo è che per una serata dedicata alla cultura, seppur grondante di mondanità, cinquemila euro sono forse troppi (e poi non sono detraibili).

Che Giuseppe Verdi fosse in secondo piano, nonostante il titolo (l’ennesimo) ispirato dal centenario del 2013, lo si sapeva già da prima che iniziasse lo spettacolo, poi la dedica della recita, da parte del direttore d’orchestra, a Nelsion Mandela, la standing ovation a questi tributata, il minuto di raccoglimento, l’inno di Mameli per il Presidente Giorgio Napolitano, accompagnato nel palco reale da Manuel Barroso, Roberto Maroni, Presidente del Togo e rispettive consorti, hanno fatto gridare a qualcuno un ‘Viva Verdi’ che forse oltre allo ‘sciur Pepin’ rimpiangeva un po’ il ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia’ di risorgimentale memoria.

Con l’inizio della musica, poi, il bussetano è rimasto palesemente in secondo piano, perché tutte le attenzioni sono state riservate alle scelte del regista, il russo Dmitri Tcherniakov, autore anche delle scene e, solo di conseguenza, ai protagonisti del cast vocale.

Il direttore Daniele Gatti, in effetti, non ha fatto molto per imporre una qualche idea musicale, visti i tempi essenzialmente lenti negli stacchi veloci e veloci in quelli lenti. Il pubblico se ne è accorto non applaudendo neanche alla fine del ‘brindisi’ e gli ha indirizzato diverse manifestazioni di dissenso alla fine dello spettacolo. A sua parziale discolpa si deve dire che essendo tutto tarato sulla regia, neanche nei ‘preludi’ c’è stato spazio per la sola musica: abbiamo assistito in entrambi (quello del primo e quello del terzo atto) a pantomime del soprano davanti ad uno specchio, improntate più alla dimensione della superfetazione e della banalizzazione dell’idea teatrale che alla scansione di un’idea registica, già viste in molte altre occasioni e tutt’altro che originali.

La scenografia era elementare, come si conviene al buon ‘teatro di regia’, e poi piccola, quasi a racchiudere lo spettacolo in una teatro di provincia: la prima e la terza scena come fossero un salone all’antica piuttosto angusto, che limitava i movimenti dei protagonisti e del coro, tutti in rigorosi abiti contemporanei (della serie ‘portatevi i vestiti da casa’). La seconda scena appariva come il depliant a colori di una bella cucina in legno massello e muratura: qui viene ricevuto Germont padre! (forse un tributo ai tempi della Russia sovietica quando tutti avevano case piccole). L’ultima scena, infine, non prevedeva neanche il letto ma solo uno specchio e un piumone adagiato in terra, per cui Violetta muore di tisi seduta su di una sedia (il regista rischia una denuncia per mancato rispetto dei diritti del malato!).

I protagonisti? Della loro vocalità non parleremo se non per dire che più di tutti ci è piaciuto il tenore, il polacco Piotr Beczala, meno interessante la tedesca Diana Damrau, che ha fatto meglio nel primo atto, ma che ha piazzato a fine cabaletta un Mi bemolle fisso e imbarazzante (ma nonostante i cinquemila euro per i due biglietti non è stata contestata dalla platea), poco il baritono serbo Željko Lucic, dalla voce di timbro gradevole ma piuttosto soffiata e monocorde. Curiosa la presenza della cameriera Annina, ingioiellata ed in abiti da maitresse, invitata nelle feste cui partecipa Violetta, e poi a casa a portare bicchieri d’acqua, ad aprire la porta agli ospiti, a vegliare la malata che non prende sonno (era il soprano drammatico Mara Zampieri: cosa aggiunge alla sua compiuta luminosa carriera questo ruolo comprimariale?) …

Come detto, c’era grande attesa per la regia, che si aspettava trasgressiva. Oltre a quanto riferito per le scene, abbiamo visto poco, se non una recitazione che il regista aveva definito ‘bergmaniana’ e che invece a noi è sembrata fumettistica, basata su gesti frenetici, poco teatrali e soprattutto adatta più ad un’opera buffa che ad una ‘Traviata’. Per cui la protagonista ci è parsa muoversi in maniera isterica ed incessante, sopra le righe, più come una Zerlina o una Serpina che non come una Violetta. E poi un continuo uso delle controscene, che raggiungono l’acme nell’aria del baritono ‘Di Provenza’, durante la quale Alfredo impasta la pizza e taglia le verdure! Insomma una regia con ‘l’horror vacui’, dove è necessario fare continuamente qualcosa, come se non ci fossero la musica, la tensione psicologica, l’attesa, il canto etc. Una regia ditrovatema senza idee.

In buona sostanza tutto eragià visto’, tanto da far dire a Beppe Menegatti regista e marito di Carla Fracci che questo spettacolo di Traviata «è di un vecchiume spaventoso». Del resto non c’è niente di più fuori moda che la moda degli anni precedenti, ed ormai sono anni che si propone un teatro di regia che vuole attualizzare ma in realtà non ha più nulla da dire.

Ancora una volta si dimostra che tale attualizzazione dell’Opera lirica è idea incongrua, perché è come partire dal principio che il Teatro in musica non sia arte compiuta e cioè che la drammaturgia sia separata dalla musica e non concepita di pari passo con essa, necessitando della reinterpretazione di un regista (e, purtroppo, sovente del suo minimalismo contrapposto al titanismo dell’autore…). Inoltre l’attualizzazione non ha senso perché i tempi delle vicende reali o realistiche non si sovrappongono ai tempi della musica, infinitamente più lenti o più veloci, essendo nella sostanza, i tempi idealizzati del sogno: in verità l’Opera non è un copione cinematografico! Chi chiede all’Opera di snaturarsi non ne percepisce il livello d’arte e la grandezza, e crede che sia necessario aggiungere nuovi ingredienti alla preparazione di un piatto che è già perfetto.

L’Opera resta capace di essere tutto ed il contrario di tutto: biblioteca e palestra, messa e gioco d’azzardo, orchestra e banda, pianto e riso, amore e scherno, edificazione e scandalo, passione e noia, cultura ed intrattenimento. Per questo chiunque può trovarci qualcosa. Essa, però, non è più il fenomeno culturale, oggettivo, popolare e di massa, quale è stato fino alla metà del Novecento, e  sembra ormai proposta per un pubblico occasionale, che le assegna ingiustamente un carattere snobistico, prevalentemente di nicchia, nel quale l’opinione può prevalere sulla verità.

Questa la prospettiva del teatro di regia che, inoltre, è gradito all’uomo contemporaneo perché lo fa giocare con ‘l’auto di papà’, consentendogli di mettere in discussione il ‘principio di autorità’ dell’Arte.

Forse quattromila e ottocento euro per tutto questo erano troppi. Ve l’avevamo detto.

 

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