mercoledì, Giugno 3

Prescrizione: parla il Presidente dell’UCP Caiazza La riforma Bonafede, inutile, dannosa, pericolosa

0

Una ‘piccola’ notizia, che merita comunque d’essere segnalata: venerdì prossimo inaugurazione della Sala “Enrico Maria Salerno” presso il reparto G8 dell’istituto Rebibbia Nuovo Complesso a Roma. Il grande Maestro della scena teatrale, cinematografica e televisiva – scomparso il 28 febbraio 1994 – viene così ricordato in un luogo non convenzionale. Il restauro della sala è stato fortemente voluto dalla vedova di Salerno, la signora Laura Andreini, che dal 2003 meritoriamente promuove le attività culturali e di spettacolo nell’Auditorium del carcere, coinvolgendo in questo modo centinaia di detenuti.

Salerno è stato artista completo, impegnato nel mondo sociale, convinto che il ruolo di chi crea immagini e guida la comunicazione, sia quello di favorire la relazione umana, la generazione di una comunità fondata sull’armonia. Il tema è affrontato da Salerno in una bellissima intervista televisiva sul ruolo dell’artista; verrà riproposta in occasione dell’inaugurazione della sala a lui dedicata.

Le questioni relative al progetto sulla prescrizione fortemente voluto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il presidente dell’Unione delle Camere Penali Gian Domenico Caiazza spara bordate alzo zero: “L’abolizione della prescrizione è controproducente e dannosa. E colpirà i cittadini anonimi“. A giudizio di Caiazza la riforma “sancisce in modo formale un principio barbarico: il cittadino deve rimanere in balìa della giustizia penale, sia come imputato che come persona offesa del reato, fino a quando, e se, lo Stato avrà modo di definire la sua posizione processuale”.

Una condanna senza appello della riforma voluta da Bonafede: “Il processo in Italia ha già una durata irragionevole, quasi il doppio dei tempi medi europei. Intervenire sulla prescrizione piuttosto che sulle cause della durata dei processi è qualcosa di strabiliante che solo in un paese impazzito può accadere“.

In effetti la riforma (approvata da M5S e Lega nel dicembre 2018), prevede l’abolizione di fatto della prescrizione dopo una sentenza di primo grado. In parole povere: una volta superato il primo grado di giudizio, il cittadino può restare “appeso” in un “limbo”, in attesa dell’appello per anni e anni.

Lo stesso ministro Bonafede in più di un’occasione ha sottolineato che la sua riforma produrrà i primi effetti solo tra tre o quattro anni. Il tempo necessario per approvare una legge che velocizzi i tempi del processo. Affermazione che costituisce di per sé l’ammissione che la riforma, così com’è, produce effetti deleteri; e infatti si riconosce che occorre intervenire sui tempi del processo; consola ben poco la rassicurazione che tutto scatterà alcuni anni. E intanto?

La ‘carne’ della questione, ad ogni modo è nelle statistiche e nella documentazione fornita dallo stesso ministero della Giustizia: circa il 75 per cento delle prescrizioni matura prima di una sentenza di primo grado; non è responsabilità, insomma, di manovre dilatorie (che pur sono legittime) degli avvocati della difesa. Di conseguenza la riforma avrà un impatto solo sul 25 per cento dei procedimenti che finiscono con la prescrizione dei reati.

Questo dato è indicativo: smentisce vulgata secondo la quale la riforma è necessaria per impedire che ricchi, “furbi” e potenti possano utilizzare la prescrizione per sottoporsi al giudizio di una corte di giustizia. E’ giusto il contrario: la prescrizione è un istituto che “sana” storture e incapacità della macchina giudiziaria e “libera” migliaia di cittadini a cui non si sa assicurare giustizia.

Non solo: il provvedimento Bonafedepresenta profili di incostituzionalità. Lo hanno da tempo rilevato centinaia di docenti di diritto penale, procedura penale e costituzionale firmatari di un appello al capo dello Stato.

Ancora: negli ultimi anni si assiste a un costante allungamento, per via legislativa, dei termini di prescrizione: ormai i reati più gravi e di maggiore allarme sociale vanno in prescrizione dopo quindici, venti o persino cinquant’anni. Dunque a cosa serve la riforma Bonafede?

Sempre dai fati forniti dal ministero si circa che circa il 95 per cento delle prescrizioni riguarda reati “bagatellari”, di scarso allarme sociale: puniti con pene massime che oscillano dai quattro ai sei anni, e quindi con una prescrizione che arriva fino a sette anni e mezzo.

Un tempo questa mole di procedimenti, che paralizza procure e tribunali, veniva smaltita da cicliche amnistie. Da quando è stata cambiata la norma sull’amnistia, questa funzione è passata alla prescrizione. Il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, intervenuto al congresso straordinario dell’Unione delle Camere Penali a Taormina ha sostenuto che la prescrizione è il nostro “quantitative easing“: consente di smaltire i procedimenti basati su reati di natura bagatellare; i beneficiari sono i cittadini di ogni appartenenza sociale, economica e politica. “Quello degli impuniti”, osserva Caiazza, “è un discorso che solo degli analfabeti possono sostenere nei talk show, intervistati senza possibilità di contraddittorio“.

C’è comunque il problema di fondo, costituito da circa 130 mila procedimenti che ogni anno vanno in cenere per via della prescrizione. Come risolvere il problema? Negli altri paesi si privilegiano soluzioni negoziali del processo penale: dai patteggiamenti ai giudizi abbreviati condizionati. Secondo Caiazza è necessario “potenziare la capacità di filtro dell’udienza preliminare: non si possono mandare avanti i processi che poi si dimostreranno inutili, come ora è confermato dal 50 per cento delle assoluzioni in primo grado. Inoltre potenziare i riti alternativi e depenalizzare. In questo modo, si riduce il numero di procedimenti dal 90 al 30 per cento”.

Il tutto accompagnato da riforme di ampio respiro: responsabilità civile del magistrato; separazione delle carriere; abolizione dell’obbligatorietà penale; robusta delegificazione. Sono le cose che auspicava, tra gli altri, Giovanni Falcone: che non a caso, prima di essere ucciso dalla Cosa Nostra, ha avuto tra i suoi più implacabili avversari, tanti suoi colleghi. E per finire proposte sagge e giuste di recente elencate dal giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese: i tempi del processo, tutti e tre i gradi, in un solo anno; sanzionare in via amministrativa tutto ciò che non ha vera rilevanza criminale; l’accusa affidata a persone che abbiano equilibrio e procedano con cautela, senza maxi-retate, pubblicità, gestione delle ricadute mediatiche, comunichino riservatamente (come vuole la Costituzione) le accuse agli interessati.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore