giovedì, Febbraio 20

Prescrizione, la finta riforma Un pericoloso strappo allo Stato di diritto

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Il braccio di ferro è tra un Matteo Renzi, leader di un partito costruito in vitro, e che viene accreditato al 4 per cento; e un Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, esponente di un Movimento 5 Stelle in caduta libera di consenso, sia in termini di voti reali che nei sondaggi. Due leader e due organizzazioni politiche che hanno per obiettivo quello di giustificare la loro esistenza, e per questo entrambi gonfiano il petto e si guardano in cagnesco. In mezzo, ecco il Partito Democratico di Nicola Zingaretti; un PD che ancora non è (e chissà se sarà mai) il ‘partito nuovo’ promesso ed evocato; che teme le elezioni anticipate perché fino a quando la legge elettorale non sarà modificata il centro-destra a guida Matteo Salvini e Giorgia Meloni ha ancora molte possibilità di fare strike; come un Gulliver è il maggiore ‘azionista’ del governo di Giuseppe Conte, ma al tempo stesso è prigioniero delle reti tese dai lillipuziani Renzi e M5S. Un paradosso, ma intanto questa è la situazione. Prova ne è che negli ultimi due mesi Governo e Parlamento navigano a vista, incapaci di approvare anche un singolo significativo provvedimento. Soprattutto si è realizzato il capolavoro di una legge sulla prescrizione che vede contro, uniti, mondo dell’avvocatura, giuristi, una parte significativa della magistratura, i partiti dell’opposizione e parte della maggioranza. Una legge, quella fortissimamente voluta da Bonafede, con fondati aspetti di incostituzionalità; e tuttavia, da questo pantano non si sa ancora bene come uscire.

I dubbi degli operatori della giustizia sulla riforma della prescrizione, sono così forti da indurre il Primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Mammone, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, a parlare di una ‘crisi del sistema’, se la riforma Bonafede entrerà in vigore.

Più in generale, gli inquini dei ‘palazzi’ della politica forse non si rendono conto dello spettacolo che offrono: un ‘sistema’ che nello spazio di pochi mesi ‘riforma’ e ‘controriforma’ le regole penali, quelle che decidono come e perché mettere in galera le persone. Si è completamente smarrito il concetto della certezza del diritto; chi concepisce ed elabora le leggi non mostra ombra di rispetto per chi quelle leggi è chiamato a rispettare.

Si tenta da parte di PD e Liberi ed Uguali un faticoso compromesso, che comunque presenta aspetti che lasciano perplessi. Si propone di introdurre distinzione tra condannati e assolti in primo grado; e applicare solo ai primi il blocco dei termini; si propone inoltre un sistema per riparare all'”ingiusta” sospensione della prescrizione laddove l’imputato, condannato in primo grado, venga poi assolto in secondo.

Primo problema: la distinzione tra condannati e assolti in primo grado; vero che si tratta di due situazioni diverse; altrettanto vero che, stante la presunzione di non colpevolezza, è comunque irragionevole ‘caricare’ sui condannati in via non definitiva un trattamento così diverso rispetto agli assolti in via non definitiva.

Non a caso, la riforma prevede anche che, nel caso in cui il condannato in primo grado venga poi assolto in secondo, riprenderà retroattivamente a decorrere il termine di prescrizione, tuttavia ormai poco utile se non nei limitati casi di ricorso in Cassazione contro la sentenza di assoluzione.

Finora si è cercato di affrontare la questione in termini di ragionevolezza, ed entro i binari del merito.

Si possono aggiungere, ai ragionamenti, delle cifre che forniscono un quadro della situazione. La fonte è ufficiale, il Ministero della Giustizia: nel 2018, 117.367 procedimenti prescritti; 57.707 nelle fasi iniziali (Pubblico Ministero, Giudice Indagini Preliminari); 27.747 in primo grado; 2.250 davanti al Giudice di Pace; 29.216 in Appello;
646 in Cassazione.

La riforma Bonafede si applica solo ai processi conclusi in primo grado. I sostenitori della riforma calcolano che la riforma riguarda il 26 per cento dei processi prescritti, i 3 per cento di quelli trattati ogni anno.

Dunque, più propriamente, un pannicello caldo che non risolve l’emergenza in cui si dibatte la giustizia in Italia. Un pannicello caldo che getta alle ortiche quella civiltà giuridica che affonda le sue radici in Cesare Beccaria. Un pericoloso strappo allo stato di diritto, che si aggiunge a innumerevoli altri che si sono consumati negli ultimi anni. Parlano di giustizia, ma è l’ultima delle loro preoccupazioni.

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