sabato, Settembre 26

Prescrizione: Bonafede contro tutti Una riforma che non piace a nessuno

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Bisogna riconoscere al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede un merito e un primato: praticamente da quando mondo è modo, magistrati e avvocati penalisti si guardano in cagnesco, avversari: i primi perché sperano di ‘incastrare’ coloro che ritengono colpevoli di qualche reato, e farli condannare a una pena; gli altri, che al contrario vogliono farli uscire dall’aula di giustizia  immacolati o pagando minor pegno possibile. Comprensibile dunque, che siano, siano l’uno il diavolo, l’altro l’acqua santa.

Ecco: il ministro Bonafede è riuscito nella missione impossibile: rendere operativa un’alleanza tra la stragrande maggioranza dei magistrati, la totalità dei giuristi e degli avvocati, che individuano nella ‘sua’ riforma una minaccia ai diritti costituzionali del cittadino, un pericolo grave al diritto stesso

Domenico Battista, noto penalista romano, divertito e amaro, osserva: “Bocciato da tutta la comunità dei giuristi: ma l’occupante di via Arenula risponde ridendo e manifestando orgoglio…”.

 ‘L’occupante’ è, per l’appunto, il ministro BonafedePer quel che riguarda la prescrizione, si è creato un bel pasticcio, una matassa che più ingarbugliata non si potrebbe. Conviene riassumere i termini della questione.

La legge che abolisce la prescrizione dopo il primo grado di giudizio entra in vigore dal gennaio. E’ quanto fortissimamente vuole Bonafede. Questa riforma doveva andare, secondo le intenzioni, di pari passo con la più generale riforma del processo penale; di questa promessa e annunciata riforma nessuno parla più, e soprattutto non se ne scorge neppure l’ombra. Né il Ministro, né il Ministero, al momento mandano segnali in questo senso.

Si sono celebrati in tutti i distretti le ‘aperture’ degli anni giudiziari; un coro unanime: magistrati di grado alto, che ricoprono incarichi apicali come il Presidente della Cassazione e numerosi procuratori generali criticano la legge in modo aperto e chiaro: sotto il profilo del diritto, individuando numerosi aspetti contrari alla Costituzione; sotto il profilo pratico, giudicando il rimedio più dannoso del male che vorrebbe curare.

Sempre per amor di chiarezza va detto che questa riforma Bonafede non è ‘figlia’ dell’attuale Governo, che l’ha ereditata e ora non sa come ripudiare; è ‘figlia’ del governo giallo-verde. Matteo Salvini, che ora la contesta con vivacità, all’epoca non mosse ciglio; Silvio Berlusconi, che protesta vigorosamente, non ha mosso muscolo. Silenzio anche da parte di Matteo Renzi, che ora minaccia sfracelli. Del resto Renzi appare poco credibile, quando si erge a paladino del diritto. Non si può dimenticare che proprio lui, quando era presidente del Consiglio propose come ministro della Giustizia un magistrato come Nicola Gratteri, con posizioni molto simili a quelle espresse da Piercamillo Davigo. Ministro della Giustizia direttamente da magistrato, senza neppure un periodo di decantazione. Fu solo per l’intervento dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, se la cosa non andò in porto.

C’è poi il Partito Democratico, il cui segretario Nicola Zingaretti si barcamena; ma è in evidente difficoltà: al secondo governo di Giuseppe Conte ha chiesto ‘discontinuità’ rispetto al precedente esecutivo; ma in un ministero chiave come quello della Giustizia Bonafede c’era con Salvini, Bonafede è rimasto ora che Salvini non c’è più…

Per quello che riguarda via Arenula almeno, più che ‘discontinuità’ si coglie ‘immobilismo’. Non risultano iniziative significative e incisive per quello che riguarda la magistratura e la possibilità che possa lavorare in condizioni meno precarie delle attuali; nulla sulla condizione delle carceri, e via dicendo. Così può accadere, a parte l’infortunio sugli innocenti che non finirebbero in carcere, che si confonda il 41 bis con il 401 bis; e la colpa con il dolo. Accade che due giuristi come Cesare Mirabelli e Giovanni Maria Flick, tempestino l’operato del ministro di critiche impietose. Entrambi presidenti emeriti della Corte Costituzionale, anche loro sono in errore? La domanda, secca, viene da Michele Ainis, un altro che ogni mattina fa colazione diritto e caffè: “Possibile che abbia ragione Bonafede, mentre il resto del mondo ha torto?

 In Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi lo dice papale papale: servono correttivi alla riforma della prescrizione che altrimenti rischia di affogare l’efficienza delsettore penale della Cassazione dove i faldoni in arrivo si smaltiscono a ritmo record in sei mesi. Un’efficienza messa a rischio dall’arrivo delle circa 20-25mila cause che solitamente si prescrivono in appello e che adesso invece ‘sopravviveranno’.

Il presidente della Corte d’Appello di Roma Luciano Panzani si spinge più in là: “In appello un processo su due si chiude con la prescrizione; ovvero quasi ottomila fascicoli l’anno. Però sospendere la prescrizione non serve a nulla, significa soltanto accumulare i processi senza che ci siano le risorse per farli. Il problema si risolve potenziando adeguatamente le corti d’Appello e ponendo rimedio all’arretrato che si è accumulato con un’amnistia mirata per i reati minori”.

Marco Pannella starà ridendo di gusto: già dieci anni fa diceva queste cose, e lo prendevano a pesci in faccia.  

E’ vero che il problema della Giustizia e della sua pessima amministrazione non nasce con Bonafede; anche se poco o nulla Bonafede ha fatto per disinnescare questa micidiale bomba.

Si prenda una questione che non fa ‘notizia’. Nelle carceri italiane sono stipati 60.552 detenuti; ognuno di loro costa in media 4.000 euro al mese. Nel complesso il sistema penitenziario costa al contribuente circa tremiliardi di euro l’anno. Il tasso di recidiva è alto, circa il 70 per cento. Come mai? Perché in Francia è del 50 per cento? Perché in Svezia meno del 30 per cento? Gli esperti assicurano che il problema è costituito dal fatto che sono pochissimi i detenuti che lavorano 2.386, meno del 4 per cento. Lavorano in carcere per conto di ditte esterne, oppure, se la pena da scontare è per reati bagatellari, la mattina escono, la sera rientrano. C’è poi un 30 per cento di detenuti occupati a turno, lavoro fornito dall’amministrazione penitenziaria: lavorano da tre a sei ore al giorno, per una paga tra 150 e 650 euro mensili. Formazione professionale? Quasi inesistente. Accade così che la maggior parte dei detenuti, una volta scontata la pena, non sappia letteralmente che fare. E si riprende la vecchia strada… Altro che il blocco della prescrizione…

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