giovedì, Ottobre 1

Premesse per ipotizzare il dopo – coronavirus Quelle poche cose di fondo che abbiamo capito dover tenere presente nel tentativo di immaginare il mondo dopo il nefasto 2020

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Qualche giorno fa lo statista americano Henry Kissinger ha affidato a ‘The Wall Street Journal’ la sua visione del nuovo ordine mondiale dopo il coronavirus Covid-19, con una lucidità sorprendente, data la soglia dei suoi 97 anni che sta per valicare. Nella testimonianza del ‘Grande Vecchio’ al mondo della carta stampata si evince un giudizio negativo alla reazione dei leader mondiali nell’affrontare ipotetiche soluzioni semplicemente su una base nazionale; scelte che appaiono del tutto anacronistiche in una società che, dall’ultimo conflitto mondiale, ha prosperato con l’idea consolidata del commercio globale e dalla circolazione delle persone.

Il baratro che si prospetta, quando l’economia ritornerà sulle sue carreggiate, è una decadenza che potrebbe durare molte generazioni se dovesse continuare lo stato di isolamento in cui si rintaneranno prime tra tutte le grandi democrazie.

Premettiamo che non è dato a nessuno sapere che rimedi si possano opporre a questi declini, né riteniamo possibile esista una risposta univoca alle tante variabili che si presentano quotidianamente alla soluzione della crisi che ha avvolto l’intero pianeta.

Però, qualche considerazione potrebbe essere utile, almeno come punto di partenza per affrontare razionalmente i nuovi scenari che si stanno rappresentando.

Tempo fa la rivista di geopolitica ‘Limes’ ha definito l’improvviso mutamento finanziario ed economico originato dalla pandemia ben diverso dalle situazioni generate nel 1929 e nel 2008, sia per la velocità di evoluzione che ha manifestato, che per l’invadenza che il dilagare dell’emergenza sanitaria ha delineato nei tre i settori che rappresentano l’esistenza sociale: agricoltura, industria e terziario.

Ora, questo dimostra che ci troviamo davanti a un fattore del tutto nuovo, che nemmeno le migliori società di consulenza hanno potuto prevedere, per quanto Dario Cristiani, fellow del German Marshall Fund di Washington D.C., abbia scritto che molti analisti hanno apertamente parlato della crisi del coronavirus come di uno dei fallimenti peggiori nella storia dell’intelligence americana. Dunque, nella complessità di dover affrontare un mondo futuro radicalmente diverso, si dovrà necessariamente ricorrere a delle preziose fonti del passato, che sono le uniche sorgenti certe del sapere.

Diversi autori, tra cui Giancarlo Elia Valori, hanno ricordato un celebre trattato di James G. Lacey del Naval War College di Quantico, Virginia, che racconta una storia poco conosciuta degli anni Trenta, quando a comprendere quali fossero gli elementi di un riarmo della Germania osservati dai servizi segreti del Regno Unito furono chiamati i migliori esperti dell’economia mondiale, che identificarono i settori industriali che avrebbero dovuto essere finanziati per potenziare l’inevitabile sforzo bellico che si stava prospettando per mettersi al sicuro dalle dittature europee.
Che lezione si trae da queste note?

La prima riflessione da fare è che per programmare le attività strategiche si impone l’utilizzazione di personale altamente qualificato. Gli economisti a cui fa riferimento Lacey avevano ottenuto i massimi riconoscimenti e molti del team erano premi Nobel per economia, fisica, etc. È necessario quindi escludere in ogni pianificazione i semplificatori, i commentatori di Facebook e tutti coloro che esprimono pareri senza averne competenza.
La difficoltà in cui versa il mondo adesso fa comprendere che sono necessarie delle task multidisciplinari in cui tutti i segmenti della conoscenza possono concorrere al successo del risultato.
Il secondo riguardo pretende un maggior grado di libertà nelle relazioni internazionali. Fin quando il nazionalismo, inteso come politica mirata a rendere autosufficiente la propria Nazione, impererà incontrastato nelle cancellerie occidentali, così come nei siti dei Paesi che vantano il più altro grado di emancipazione scientifica, non ci sarà salvezza da un nemico così insidioso e tanto indifferente a razze e frontiere politiche. Il coronavirus non sa cosa sia il sovranismo, e se c’è una cosa che abbiamo capito di lui è che non se ne curi per niente.

Le conoscenze riguardanti la salute pubblica devono essere un patrimonio della stessa valenza di un’opera d’arte. Perché, lo abbiamo visto in questo caso, non c’è stata differenza tra ricchi e poveri, tra centro e periferia. Tra classe patrizia e plebe. Il coronavirus è proprio una livella, come l’avrebbe indicata l’intramontabile Totò.

Dunque, occorre una forte dose di umiltà per vincere una guerra contro il male oscuro del XXI secolo.

Noi abbiamo il timore che al momento queste consapevolezze non siano state inserite con impegno nei dossier poggiati affannosamente sui tavoli dei potenti del mondo, troppo occupati a trovare soluzioni prima degli altri e che invece di pensare a un bene comune, continuano a rivolger minacce e insulti ai propri rivali, spesso senza ragione. Una dialettica noiosa, che ha come unica spiegazione la rivendicazione di superiorità, ma che è già stata usata nefastamente mezzo secolo fa da Joseph Goebbels, uno dei massimi gerarchi nazisti, nel suo Principio della Trasposizione, il Ministro della Propaganda di Adolf Hitler affermava: «Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre». Sembrano quasi espressioni dell’ultimo telegiornale visto ieri sera!

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