giovedì, Ottobre 1

Prelievo dai conti per salvare le banche field_506ffb1d3dbe2

0

prelievo

Ginevra – Il calo dello spread ha ridato respiro ai Paesi più indebitati dell’Eurozona e la crisi del debito ha allentato la morsa negli ultimi mesi. Anche se la ripresa prosegue fiacca, la recessione si può dichiarare ormai alle spalle. Molti economisti, tuttavia, sono preoccupati che sia solo questione di tempo prima che un’altra crisi sistemica possa tornare ad abbattersi nel sud d’Europa. Ecco perché i leader europei si stanno attrezzando per trovare soluzioni alternative a quelle del passato, che non carichino sulle spalle dei contribuenti il peso dei piani di salvataggio delle banche in crisi.

A innervosire gli analisti sono soprattutto proprio i bilanci fragili degli istituti di credito, che sono stati ricapitalizzati durante l’ultima crisi, ma evidentemente non a sufficienza per far dormire sonni tranquilli alle autorità del blocco a 18.  Tanto è vero che se un nuovo crac alla ‘Lehman Brothers’ dovesse verificarsi, molti istituti finirebbero per ritrovarsi con buchi di liquidità allarmanti. Sebbene gli istituti di credito europei siano stati ricapitalizzati, se la crisi del debito dovesse tornare ad aggravarsi o se dovesse scoppiare una nuova crisi sistemica globale, le banche che potrebbero aver bisogno di infusioni di capitale sono numerose.

Grecia, Cipro, Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda (i cosiddetti Piigs) sono Stati che rimangono altamente vulnerabili. Ma anche altri Paesi membri dell’Unione Europea sarebbero a rischio, compresi i virtuosi Regno Unito, Olanda, Svizzera, Norvegia, Danimarca e Francia, che se una crisi bancaria dovesse materializzarsi, vedrebbe il suo debito aumentare del 10,75% del Pil. Per poter iniettare denaro fresco nel sistema finanziario nazionale, l’Italia dovrebbe invece da parte sua aumentare un già oneroso fardello statale (al momento oltre il 130% del Pil) di un ulteriore 4,29%.

L’ultimo report di Eric Dor della IESEG School of Management spiega come l’esposizione verso le banche nazionali mette in pericolo la sostenibilità delle finanze dei governi d’Europa. Lo studio misura la liquidità necessaria per ricapitalizzare il settore bancario in ogni Paese europeo, nel caso di una nuova crisi sistemica finanziaria. Per farlo gli analisti hanno calcolato quanto aumenterebbe l’ammontare del debito pubblico in percentuale del Pil, se le grandi banche nazionali di ogni paese dovessero venire ricapitalizzate. Il conto più salato da pagare spetterebbe alla Francia, seguita da Cipro, Olanda, Grecia, Regno Unito e Svizzera.

Unicredit figura nell’elenco delle banche a maggiore rischio, nel quale compaiono anche Danske Bank (Danimarca), Deutsche Bank, Erste Group Bank (Austria), ING Groep (Olanda), Credit Suisse, UBS, Bank of Greece, Bank of Cyprus, Credit Agricole, BNP Paribas, Societe Generale, Banco Comercial Portugues, Nordea Bank (Svezia), DNB (Norvegia), Dexia (Belgio) e KBC Group (Belgio).

Stor e i suoi colleghi hanno concluso che «i buchi di capitale dei settori bancari di molti Stati europei nel caso di una nuova crisi sistemica sono molto alti». Per sapere quando verranno legalizzati i prelievi forzosi dai conti delle banche a rischio fallimento, bisognerà vedere quanto in fretta ogni impianto legislativo verrà introdotto. Stando alle ultime notizie riguardanti autorità di controllo e banche centrali, sembra che l’obiettivo sia avere pronta una struttura giuridica entro il 2015 se non prima.

Ad esempio il Financial Stability Board (FSB) ha pubblicato un report datato novembre 2012 intitolato ‘Recovery and Resolution Planning: Making the Key Attributes Requirements Operational’ in cui si richiedono modifiche alle autorità di controllo e di supervisione, così come agli istituti bancari. Le riforme sono in molti casi ben avviate per allineare i regimi legislative e la nazionali e la giurisdizione istituzionale agli attributi chiave citati anche nel titolo.

A marzo 2013 la Banca centrale neozelandese ha scritto che da due anni sta lavorando a stretto contatto con le banche per mettere in atto una misura che richieda ai correntisti e non ai contribuenti di pagare per l’eventuale piano di salvataggio di un istituto di credito. Nella nota si precisava che i requisiti necessari perché la manovra entri in vigore dovrebbero essere pronti entro il 30 giugno 2013.

Il comitato incaricato della riforma europea presso il FSB avrebbe dovuto pubblicare un rapporto sullo stesso argomento entro il secondo trimestre 2013. L’obiettivo dei leader dell’Ue è trovare un accordo sul ‘meccanismo di risoluzione singola’ entro la fine del 2013, che verrebbe adottato dal Parlamento europeo nel 2014 con l’implementazione che si concretizzerebbe nel gennaio del 2015.

In caso di bisogno anche Regno Unito e Stati Uniti, che hanno già leggi e potere tali da attuare i programmi di ‘bail-in’ (come vengono chiamati in inglese), non starebbero a guardare con le mani in mano. A consentire di agire sono il Banking Act britannico firmato nel 2009 e la legge Dodd Frank del 2010. Il tempismo effettivo per l’attuazione del prelievo coatto dai depositi dei correntisti di una banca che ha bisogno di essere salvata dipenderanno chiaramente dalla quantità di denaro necessaria per le casse degli istituti.

Nel caso di una nuova crisi finanziaria e del credito, le risoluzioni di emergenza di questo tipo verranno prese in considerazione in molti paesi, come ha già suggerito anche il Fondo Monetario Internazionale di recente, che però non ha alcun potere normativo tale da poter introdurre una simile misura in area euro. In una parte che ha fatto molto discutere del report, l’ente ricordava che con una sorta di patrimoniale del 10% sui correntisti europei si potrebbero abbattere i debiti pubblici dei Paesi più in difficoltà, riportandoli su livelli accettabili.

Come è noto ai più, il primo Stato europeo a sperimentare il prelievo forzoso dai conti correnti è stato, lo scorso marzo, Cipro, creando un precedente. Il pericolo che il bail-in, ovvero che i correntisti siano chiamati, tramite imposta sui depositi a risollevare le sorti delle banche in fallimento, sia ripetuto (e neanche in tempi tanto lontani) in altri Paesi è diventata con il passare dei mesi un’ipotesi sempre più che plausibile.

È quanto sostengono gli analisti del broker GoldCore, i quali ricordano che lo scorso giugno i Ministri europei delle finanze hanno deciso che, d’ora in poi, in presenza di una ricostituzione del capitale di un istituto bancario saranno imposte perdite sia agli obbligazionisti sia ai correntisti. In particolare, i paesi che dovranno fare i conti con il nuovo regime sono quelli dell’Unione europea: Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e Nuova Zelanda.

«In pratica – si legge nel rapporto – dopo il caso Cipro si è verificato un passaggio storico dal bail-out (quando è il governo, ossia i contribuenti, a ripianare le perdite delle banche) al bail-in, che non è stato pubblicizzato a sufficienza sui media». Il tutto in presenza di un sistema bancario che «resta molto esposto a nuovi fallimenti» in seguito alle «politiche estremamente accomodanti portate avanti negli ultimi anni dalle principali banche centrali», non ultima quella dei tassi a zero.

Che la confisca dei risparmi sarà una delle strategie utilizzate in Eurozona in caso di nuovi shock finanziari lo ha ammesso candidamente anche il Ministro irlandese delle Finanze Michael Noonan. Tutti gli strumenti per mettere in atto la misura sono spiegati nel Meccanismo di Risoluzione Unica, la risoluzione per il salvataggio delle banche che è stata accordata a giugno di quest’anno durante un Consiglio presieduto proprio dall’Irlanda. 

La proposta offre una serie di regole e fornisce i poteri necessari per aiutare i Paesi membri a gestire eventuali situazioni critiche in cui una banca nazionale è sull’orlo del crac. L’obiettivo è duplice: preservare le operazioni essenziali dell’istituto di credito commerciale e minimizzare l’esposizione dei contribuenti alle perdite, che sono stati i più sacrificati in passato.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore