domenica, Novembre 29

Prato, la Chinatown d’Italia field_506ffb1d3dbe2

0

cinesi

Da anni Prato è diventata la città simbolo della presenza cinese in Italia. Una presenza che nel corso del tempo si è estesa a macchia d’olio ritagliandosi uno spazio rilevante nel settore del tessile, da sempre motore economico della zona. Anche se ultimamente la situazione sta cambiando e l’ultima analisi effettuata dal Cnel nel nono rapporto sugli “Indici di integrazione degli immigrati in Italia” mostra che la provincia pratese ha perso il primato, le problematiche restano. E il rogo scoppiato domenica scorsa in una fabbrica di Macralotto uno le ha riportate tutte in primo piano.

Macralotto è una zona di Prato in cui la densità delle imprese cinesi è particolarmente elevata. Lì, in un capannone in via Toscana, domenica mattina è divampato un incendio che ha provocato la morte di sette cinesi e il ferimento di altri tre che si trovavano nella fabbrica-dormitorio al momento dell’incendio. Oltre alle vittime e alla cenere, le fiamme hanno lasciato dietro di sé l’eco di due parole che delineano quella che è la situazione comune a molte fabbriche di cinesi: sfruttamento e sommerso. Nella fabbrica di Macralotto, infatti, gli operai non solo lavoravano, ma dormivano anche, in loculi in cartongesso predisposti in una zona rialzata del capannone. Alle finestre sbarre che, secondo i rilevamenti e le ricostruzioni di soccorritori e inquirenti, avrebbero impedito alle vittime di trarsi in salvo. Ancora da chiarire le cause del rogo. Si ipotizza possa essere stata colpa di una stufetta utilizzata per scaldare l’edificio oppure di un mozzicone di sigaretta. I reati ipotizzati dagli inquirenti sono omicidio colposo plurimo, disastro colposo, omissione di norme di sicurezza e sfruttamento di manodopera clandestina. Ma mentre le indagini proseguono per fare luce su dinamica e responsabilità, sono riesplose le polemiche sui cinesi di Prato, sulle condizioni in cui lavorano, sulla mancanza di adeguati controlli.

Ma chi sono i cinesi di Prato? Una ricerca dell’Università di Siena ha provato a tracciarne un identikit. Non arrivano più solo dal Zhejiang, come è stato nei primi anni di flussi migratori, ma anche dal Fujian e dalla Manciuria. Non gestiscono più solo negozi e ristoranti, ma hanno ormai diversificato le loro attività, dai bar ai servizi. Non sono più solo poveri e indigenti, ma proprio come sta accadendo in Cina, anche a Prato, e in Italia più in generale, si sta sviluppando all’interno della comunità cinese un ceto medio, fatto di professionisti e commercianti, che non pensano più solo a risparmiare ogni centesimo e a inviare i propri guadagni a casa, ma amano spendere, alimentando i consumi locali. Tra gli acquisti preferiti, beni di lusso, auto e gioielli.

È questa l’altra faccia dei cinesi in Italia. Quella che spesso sfugge sommersa da pregiudizi e luoghi comuni e li fa guardare con sospetto da molti italiani che li accusano di aver sottratto loro lavoro e opportunità. È innegabile che ormai giochino un ruolo di primo piano nell’economia pratese. Secondo gli ultimi dati raccolti dall’Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana e l’Istituto di ricerca Asel, in uno studio commissionato dalla provincia di Prato e reso noto proprio nelle scorse settimane, attualmente i cinesi nella provincia toscana rappresentano il 7% della popolazione, mentre le imprese cinesi sono passate negli ultimi dieci anni, dal 2000 al 2012, dal 5% al 12% del totale delle aziende della provincia. Un incremento che a partire dal 2009 ha subito una frenata, effetto sia della crisi che del fatto che molti cinesi stanno lasciando la città. Ma è anche grazie a loro che a Prato, nonostante la crisi, il Pil cala meno del previsto. La ricerca mette in luce che come accaduto tra il 2001 e il 2007, quando a fronte di un 40% dell’export il Pil era sceso solo dell’1,5%, anche con la crisi attuale, tra il 2008 e il 2013, nonostante un export contratto del 12,3% il calo del Pil è stato dell’8,6%, un dato inferiore alle attese che i ricercatori mettono in relazione anche alla presenza della comunità cinese. Una comunità costituita da 11mila occupati ufficiali, a cui vanno aggiunti circa 18mila irregolari, che lavorano in imprese dell’abbigliamento, per lo più di proprietà cinese, che producono 650 milioni di euro di valore aggiunto, pari al 10% di quello dell’area pratese.

Ma c’è il rovescio della medaglia. Ed è lì che affonda le radici la tragedia del rogo di Prato. Sommerso e sfruttamento vanno di pari passo con la presenza cinese. Secondo i dati forniti dalla Guardia di Finanza, nel 2012 su 400 milioni totali di evasione scoperti nel distretto di Prato circa 1oo milioni erano riconducibili a cinesi. Molti di questi soldi non pagati al fisco finiscono in Cina attraverso i money transfer, che garantiscono procedure rapide e senza troppi controlli. Le indagini hanno rivelato l’esistenza di un’organizzazione dietro l’immigrazione cinese in Italia che gestisce l’arrivo dei cinesi e il loro impiego. Fatti arrivare clandestinamente, vengono fatti lavorare in nero, in condizioni al limite della sopravvivenza, in fabbriche adibite anche a dormitori, in cui lavorano fino a 16 ore al giorno, sfruttati da connazionali che spesso prendono in affitto i locali da italiani. Nessuna garanzia, nessuna tutela, nessuna sicurezza dei luoghi di lavoro.

Situazioni comuni e diffuse, che spesso sfuggono ai controlli e si protraggono nel tempo. Ora di fronte alla tragedia da più parti si chiedono interventi urgenti per arginare il fenomeno. «La repressione e l’integrazione devono camminare di pari passo», sostiene il segretario generale della Cgil Toscana, Alessio Gramolati, che snocciola numeri a dir poco allarmanti. «Le aziende cinesi registrate nella Camera di commercio sono passate dalle 1.500 del 2000 alle 4.800 di oggi. A subire il maggior incremento sono state quelle del tessile e dell’export, l’unico settore in calo è quello delle comunicazioni. Le aziende cinesi oggi rappresentano il 40% della manifattura pratese. Ma il personale che controlla le aziende dal punto di vista igienico-sanitario è in proporzione di uno su 7mila, l’Inail ha invece un solo ispettore sul territorio per 90mila addetti». Ad aggravare il quadro il fatto che «secondo i dati della prefettura di Prato, sono 16mila gli addetti regolari nelle aziende cinesi, mentre ammontano a 6mila i regolari». Una soluzione? Secondo Gramolati ci sarebbe: «La maggior parte dei cinesi assume a tempo indeterminato con il part-time, ma le ore realmente lavorate sono sempre molto superiori all’orario fissato. Attraverso gli accordi per la tracciabilità nella filiera le aziende che affidano dei lavori ai cinesi in qualità di ‘terzisti’ hanno il quadro effettivo di quanto è l’impegno necessario per il lavoro da fare. E nei casi in cui sono stati sottoscritti questi accordi di tracciabilità il fenomeno è stato contrastato».

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore