mercoledì, Novembre 25

Poveri bambini Save the Children, un minore su tre a rischio povertà. Intervista alla sociologa Chiara Saraceno

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Poverta bambini

I bambini, il nostro futuro. Se reggono il loro presente. Uno su tre in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale, riporta l’associazione per la tutela dei minori Save the Children nel suo primo rapporto sulla povertà minorile in Europa, diffuso il 15 aprile per far luce sul fenomeno e chiedere all’Unione europea e ai suoi Stati membri la definizione di strategie che lo contrastino. Povertà significa carenze nel nutrimento, nei vestiti, nella casa e nella cura della salute, ma anche essere tagliati fuori dai servizi per l’infanzia, da una buona istruzione e dalle attività degli amici, e non fa ben sperare per la vita adulta. Il dato del nostro Paese (33,8%) è quasi sei punti percentuali più alto della media dei 28 Stati dell’Unione europea (28%) e molto più elevato di quelli migliori, ad esempio dei Paesi nordici (fra il 12% e il 19%). L’Italia, inoltre, come altri Paesi Ue ha mancato l’obiettivo comunitario di rendere disponibile entro il 2010 i servizi per l’infanzia ad almeno un terzo della popolazione sotto i 3 anni.

Nel complesso, riferisce ancora l’associazione, i minori a rischio in Europa sono aumentati di quasi un milione fra il 2008 e il 2012 (da 27 a 28 milioni), a causa della crisi economica e della mancata ridistribuzione delle risorse. Per una redistribuzione efficace Save the Children raccomanda ai decisori politici investimenti per il sostegno diretto delle famiglie, con misure come edilizia popolare, accesso all’impiego e al congedo parentale, salario minimo, indennità di disoccupazione, deduzioni fiscali e accesso universale ai servizi e all’educazione per l’infanzia con un sostegno per i più vulnerabili. Di tutto questo abbiamo parlato con la professoressa Chiara Saraceno, sociologa della famiglia e già presidente della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale dal 1999 al 2001.

 

Professoressa Saraceno, secondo il rapporto di Save the Children è a rischio di povertà o esclusione sociale in Italia il 33,8% dei bambini, quasi sei punti in più della media dei 28 Paesi dell’Unione europea e circa il doppio rispetto ai Paesi nordici, che variano fra il 12% e il 19%. Che cosa ci distingue, in peggio, dagli Stati membri più virtuosi?

In Italia il tasso di povertà in generale, non solo quello dei bambini, è un po’ più alto rispetto a Paesi come la Svezia. Questo tasso è relativamente elevato ed è cresciuto negli ultimi anni, soprattutto quello della povertà assoluta. Il nostro Paese, inoltre, è fra gli Stati europei in cui la povertà è particolarmente concentrata in famiglie numerose, quindi con figli minori. Ancor più degli anziani soli, dunque, sono i nuclei familiari con tanti figli -presenti soprattutto al Sud- a rischiare la povertà. I motivi sono vari, ma uno in particolare va messo a fuoco: l’Italia è fra i Paesi europei in cui il lavoro delle madri è più difficile. La maggioranza dei minori poveri non vive in famiglie dove nessuno lavora, vive in famiglie in cui almeno uno lavora ma il suo salario non basta perché è basso e la famiglia è numerosa. Lì servirebbe il secondo reddito, ma non c’è perché in Italia le donne con figli fanno più fatica, data l’assenza dei servizi di conciliazione fra il lavoro e la vita familiare. In più da noi manca uno strumento che in alcuni Paesi c’è: l’assegno per i figli. Abbiamo gli assegni al nucleo familiare per le famiglie a basso reddito, ma sono solo per quelle dei lavoratori il cui reddito principale è da lavoro dipendente; ne sono esclusi, quindi, i poveri che sono autonomi o hanno semplici lavoretti o lavorano in nero. In Francia molte ricerche hanno dimostrato che l’assegno per i figli -lì è dato a partire dal secondo- tiene lontani dalla povertà, cosa che invece da noi non succede. In quanto alle detrazioni fiscali per i figli, non sono utilizzabili dagli incapienti (coloro che sono esonerati dal pagamento delle imposte perché guadagnano troppo poco, nda). In Italia, dunque, non solo è difficile produrre un secondo reddito, ma i trasferimenti alle famiglie con figli, sia quelli diretti sia quelli indiretti per via fiscale, hanno vincoli che escludono proprio chi ne ha più bisogno.

I bambini poveri in Europa sono aumentati di un milione dal 2008 al 2012, scrive Save the Children, e le cause sono la crisi economica e la mancata redistribuzione delle risorse. Condivide questa analisi a proposito dell’Italia?

Sì. Da noi il problema della povertà minorile iniziò ad essere visibile negli anni ’90, nelle statistiche ma purtroppo non nel dibattito politico. Fra il 1998 e il 2000 si osservò un aumento della povertà fra i minori, imputabile soprattutto alle famiglie monoreddito con tre o più figli, mentre fra gli anziani si rilevò un calo. Con la crisi le cose non sono migliorate. E, piccola parentesi, tra i figli dei migranti il tasso di povertà supera il 50% nonostante i genitori lavorino, perché i redditi sono molto bassi. In generale, con la crisi anche famiglie che in passato ce l’avrebbero fatta hanno iniziato ad apparire fra i poveri, mentre la condizione di chi vi era già è peggiorata. E le aree territoriali in difficoltà lo sono diventate ancora di più. Si è iniziato a stare peggio al Nord, ma il peggioramento più grave si è verificato al Sud.

Ha accennato all’assenza del tema nel dibattito politico alla fine degli anni ’90. Anche oggi è lo stesso?

Sì, assolutamente. Mi stupisce che la povertà dei minori non sia ai primi posti nell’agenda politica. La povertà degli anziani conta, certo, ma penso che nel nostro Paese gli anziani siano gli unici considerati ‘poveri meritevoli’. L’unico reddito minimo per i poveri riguarda loro. Nessuno ha mai pensato non dico al reddito minimo per i poveri punto e basta -e comunque l’Italia è uno dei pochi Paesi europei a non averlo- ma almeno la garanzia del reddito per i minori. C’è solo l’assegno per il terzo figlio, introdotto dal governo Prodi, ma quando a uno dei tre càpita di diventare maggiorenne il sostegno finisce. Il problema non è stato affrontato e sia per questo sia per la crisi è peggiorato. Si dovrebbe innanzitutto sostenere l’occupazione femminile lì dove è più difficile. Fra l’altro, Save the Children dice giustamente che la povertà e l’esclusione sociale dei minori devono essere guardate nella loro specificità. È necessario in primo luogo perché, dico io, essere poveri da piccoli ha effetti molto gravi nel lungo termine, sulla salute e sulle possibilità di vita. Trascurare la povertà dei minori è anche un atto miope. Investire sul capitale umano, si dice, ma se non si investe sui bambini… Quelli poveri non mangiano bene, in casa non hanno libri e spazio per giocare, non riescono a fare lo sport necessario per la crescita, vivono in quartieri disgregati e disadattati e dunque stanno chiusi in casa, non possono invitare qualcuno da loro perché si vergognano e non possono andare alle feste di compleanno perché non sono in grado di contraccambiare. La povertà fa sentire i bambini diversi e ha su di loro effetti di lungo periodo.

I provvedimenti del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, possono migliorare la situazione?

Non credo che i temi della povertà e dei minori siano in agenda. Nel Def (Documento di Economia e Finanza, indica la strategia economico-finanziaria del governo nel medio termine ed è proposto dall’esecutivo all’approvazione del Parlamento, nda) gli 80 euro in più al mese per i lavoratori a basso reddito sono meglio di nulla ma spettano solo ai dipendenti, dunque sono esclusi gli autonomi, i co.co.pro. e chi non ha lavoro; inoltre si può perdere il beneficio anche solo per un euro in più di reddito rispetto al limite stabilito, ma questo è il problema dello strumento fiscale. In quanto ai 200 o 250 euro in più all’anno per gli incapienti, la somma è insufficiente. Non c’è attenzione alla famiglia. Nel disegno di legge sulla riforma del lavoro si parla di una misura assistenziale per chi ha perso il lavoro e l’indennità di disoccupazione. E i poveri che non l’hanno mai avuto, un lavoro? E le loro famiglie? È sparito dall’agenda il reddito minimo per i poveri, e voglio vedere che succederà nella spending review (revisione della spesa pubblica, nda) sulle detrazioni. Insomma, nei programmi di questo governo -alcuni anche lodevoli- la povertà è trascurata, sia quella generale sia quella dei minori. Anche per la scuola, lodevolmente Renzi in una delle sue prime dichiarazioni ha parlato d’investire nell’edilizia scolastica, ma non l’ho sentito dire qualcosa sul tempo pieno. Ci preoccupiamo dei risultati dei test di valutazione dell’Invalsi, ma come investiamo nei territori in cui i dati ci segnalano il disagio più grave?

Scrive Save the Children che meno della metà dei Paesi europei ha raggiunto l’obiettivo di rendere disponibili i servizi per l’infanzia ad almeno un terzo della popolazione sotto i 3 anni entro il 2010, e l’Italia è fra quanti non ce l’hanno fatta. Che cosa non funziona?

La nostra scuola materna è messa abbastanza bene. I servizi per la primissima infanzia, invece, soffrono di fortissimi squilibri territoriali e tutto l’aumento avutosi è stato di mercato. Devo anche dire che non sempre gli enti locali, in particolare al Sud, ahimè, s’impegnano a investire le risorse che hanno a disposizione; quelle offerte dal governo Prodi per il piano nazionale degli asili nido, che molti di noi consideravano insufficienti, non furono tutte spese. Ci sono punte d’eccellenza, ma forse nessuna Regione ha saputo raggiungere il 33% dell’obiettivo europeo; forse ci è riuscito solo qualche Comune, e contando sia il pubblico sia il privato, come se fosse la stessa cosa nonostante i prezzi siano molto diversi.

Save the Children si appella a tutti i Paesi europei, alle istituzioni dell’Unione e ai politici affinché siano stabilite “strategie e piani mirati per la riduzione della povertà minorile, con un approccio multi-settoriale, che parta dalla difesa dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”. In Italia che cosa servirebbe?

È giusto che i giovani siano una priorità del Paese, ma dovrebbero essere oggetto di un forte investimento dalla nascita. In Italia ci si straccia le vesti per decidere se il feto è essere umano o no ma poi, quando arriva il bimbo…

Da un punto di vista sociologico, che cosa significa per i bambini il rischio di povertà o esclusione sociale?

Altissime probabilità di essere povero anche da adulto, cattive condizioni di salute perché si mangia peggio e non si fanno visite dal medico, e difficoltà a sviluppare le proprie capacità e a stare al mondo con agio.

L’Unione europea può darci una mano? E che cosa possiamo imparare dagli Stati membri virtuosi?

L’Unione ha prodotto raccomandazioni su questo tema, anche se più sulla conciliazione che sulle pari opportunità per i bambini. A causa dell’austerità, tuttavia, molte politiche d’investimento sociale potrebbero essere considerate secondarie, inferiori al rispetto dei vincoli di bilancio. In quanto ai Paesi virtuosi, segnalo due cose buone. La prima è che i Paesi nordici hanno sostenuto molto l’occupazione femminile, ma soprattutto hanno progressivamente definito i servizi per la prima infanzia come servizi di pari opportunità per i bambini. Anche noi, comunque, abbiamo una fortissima tradizione di servizi prescolari, con esperienze anche splendide; basti pensare che l’asilo di Reggio Emilia è studiato negli Stati Uniti. Il problema sono i servizi razionati, non universali, e spessissimo legati alla condizione occupazionale della madre; si rischia così che non vi possano accedere i bambini che più ne avrebbero bisogno. A scuola, poi, bisogna preoccuparsi d’investire nel capitale umano e garantire pari opportunità a prescindere dall’origine di nascita. La seconda cosa buona consiste nelle misure di trasferimenti monetari a famiglie con figli, in Francia, Germania e nei Paesi nordici. Questi ultimi hanno trasferimenti con assegni universali ma non altissimi, mentre la Francia è molto generosa e la Germania dà il più conveniente fra il trasferimento diretto per i figli e la detrazione fiscale. Al riguardo si è pronunciata anche la Corte costituzionale tedesca, affermando che entrambi devono essere di valore adeguato alle possibilità della famiglia e al costo dei figli, che, ha detto ancora la Corte, comprende non solo vitto, alloggio e vestiti ma anche i bisogni culturali, ad esempio lo studio della musica. Questo è un ragionamento interessante: essere poveri non può portare all’esclusione da consumi ‘non essenziali’ ma necessari per crescere.

 

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