martedì, Agosto 4

Il post – ISIS sarà ideologia, richiami, narrativa e rinnovata violenza

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L’emergere delloStato islamico di Iraq e Siria’, meglio conosciuto come ISIS, a partire dal 2005 e in particolare dal 2014, ha determinato il collasso di un sistema politico e geopolitico disegnato con gli accordi di Sykes-Picot e durato cent’anni.

La sconfitta militare del proto-Stato sunnita e teocratico guidato da Ibraim Abu Bakr al-Baghdadi lascia ora un vuoto strategico all’interno dello scenario politico di quel Medioriente che verrà. Vuoto che sarà presto riempito da vecchi e nuovi attori, attraverso dinamiche violente e conflittuali.

Quel che rimarrà nei luoghi di ciò che fu lo Stato islamico è ancora un’incognita e il timore che si ripetano gli errori del passato, dall’Afghanistan all’Iraq, è che lo spazio di manovra possa essere lasciato ad attori non-statali che sapranno approfittare di una situazione di caos: quale tipologia di intervento per la stabilizzazione e la ricostruzione? Chi governerà, in quale forma e con quali strumenti, le città riconquistate in Siria e in Iraq una volta che i combattenti dell’IS saranno stati cacciati? Domande più che legittime dal momento che manca una strategia ‘del giorno dopo’ e il pericolo è di vedera umentare il livello di conflittualità regionale portando a uno scenario molto simile a quello dell’Iraq post-statunitense (2011-2012), prodromo del caos contemporaneo.

Oggi le forze di sicurezza irachene, sostenute dagli Stati Uniti e dalla ‘Coalizione contro il terrore’, stanno riconquistando le aree poste sotto il controllo dallo Stato Islamico, analogamente a quanto sta facendo l’asse Russia-Siria-Iran sul fronte siriano: la caduta della città irachena di Mosul rappresenta uno spartiacque fortemente simbolico le cui ripercussioni sul piano strategico sono, però, limitate, al contrario della caduta di Aleppo, fulcro decisivo e determinante delle operazioni militari in Siria: ad Aleppo non si è combattuta una battaglia ma si è vinta la guerra; e ad Aleppo si è ridisegnato il Medio Oriente. A Mosul no.

A Mosul, già capitale spirituale dell’ISIS, è stato chiuso il capitolo statuale dell’ISIS e aperto quello delfenomeno ISIS’. Lo Stato islamico vive nell’ideologia che lo ha creato e all’interno del quale tale ideologia si è sviluppata.

Dal 2016, momento in cui ha perso capacità militare e risorse finanziarie, a causa delle offensive militari, del ridimensionamento del ruolo dei supporter esterni e dell’esaurimento di quella spinta espansiva che lo ha caratterizzato sino al 2015, l’ISIS ha saputo adattarsi al mutare della situazione spostando il suo pivot strategico sul piano ideologico, a-nazionale, esternalizzato, e trasformandosi in una minaccia diffusa, a basso costo e lasciando l’iniziativa a soggetti esterni e recettivi agli appelli del jihad.

L’IS ha saputo imporsi al di fuori dei suoi confini effimeri con ancor maggiore violenza, dall’Europa alla Russia, alla Libia, alle Filippine. Non più, dunque, una realtà proto-statale e territoriale, ma un fenomeno evolutivo in grado di affiancare, a una presenza puntiforme ma intangibile nel Medio Oriente e in Nord Africa, la violenza individuale, casuale e irrazionale capaci di agire ovunque e contro chiunque, attraverso azioni simboliche e mediaticamente appaganti.

E ad alimentare questo processo contribuirà la raffinata narrativa ideologica da tempo avviata e imposta attraverso il ‘premium-brand ISIS’, che rimanda a un modello di riferimento funzionale e soddisfacente: il ‘Califfato’, nonostante questo nella sostanza non esista più.

Con gli attacchi di Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino abbiamo assistito alla realizzazione di questo progetto avvenuto attraverso un’evoluzione tattico-operativa figlia di una scelta politica di ampio respiro: seminare il germe dell’ISIS sul piano sociale, sfruttando elementi già presenti all’interno delle aree-obiettivo da colpire: le ‘armi di prossimità’ dello Stato Islamico, armi intelligenti in grado di colpire ovunque e chiunque attraverso tecniche e azioni relativamente semplici, quasi amatoriali, con l’utilizzo di oggetti di uso comune e facilmente reperibili quali coltelli e autoveicoli.

Si tratta di un adattamento necessario e finemente diretto pur in assenza di legame effettivo tra learmi di prossimitàe lo Stato islamico, semplicemente perché lo Stato islamico sta vivendo il suo crepuscolo, lasciando spazio al post-ISIS, fatto di ideologia, richiami, narrativa e rinnovata violenza.

Cade lo Stato islamico e con esso muore Ibraim Abu Bakr al-Baghdadi, come è morto Abu Omar al-Baghdadi che lo ha preceduto, e prima di lui il vero fondatore del primordiale Stato islamico dell’Iraq, il giordano Abu Musab al-Zarqawi, ma il fenomeno non cesserà di crescere e di mietere le sue vittime.
Ne deriveranno squilibri all’interno di un movimento ormai in fase di atomizzazione, ma il proliferare di sigle e gruppi che all’ISIS si rifanno mette in evidenza una capacità di colpire sempre più crescente in aree considerate secondarie o marginali, ma che tali non sono: dall’Afghanistan alle Filippine a un Nord Africa che sono sempre più polveriere a rischio di esplosione.

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