giovedì, Luglio 2

Post – Covid-19: Economia sostenibile? dall’accumulazione all’innovazione, con realismo e utopia Difficile immaginare un mondo diverso e materializzarlo, devi scavare sia nell'utopia che nelle condizioni materiali realmente esistenti. Lo facciamo in questa intervista con Florencia Benson, sociologa e politologa argentina

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La riemersione dell’economia dal coronavirus Covid-19 sta attivando un dibattito molto denso a livello globale sulla transizione a un modello economico totalmente nuovo, sostenibile, per tanto diametralmente opposto all’attuale. Quel che emerge, soprattutto in Italia, è ancora superficiale, tutto incentrato sui provvedimenti dei vari governi, europei in particolare, piuttosto che sui provvedimenti della UE. Un dibattito ancora ‘vecchio’, ancora tutto incentrato sulla old economy. Ma molto altro c’è, si tratta di andarlo a scovare. Noi abbiamo proseguito il nostro viaggio andando in Argentina, un Paese che, come gran parte dell’America Latina, molto ha da raccontare all’Europa.

Florencia Benson è sociologa all’Università di Buenos Aires, professore di Scienze economiche e politiche della Facoltà di Design e Comunicazione dell’Università di Palermo (Buenos Aires), e analista politico collaboratrice di molte testate, tra le quali ‘Le Monde Diplomatique’, ‘Clarín’, né si risparmia di dedicarsi alla poesia, pubblicando anche libri di poesia. E’ tra gli economisti e politologi latinoamericani che sostiene la necessità oramai improrogabile che il sistema economico attuale, o meglio, quello del prima del Covid-19, venga definitivamente sepolto -morto come oramai è- e si costruisca un sistema sostenibile.

Florencia, di origini italiane, molto intensamente argentina e altrettanto latinoamericana, è tra coloro che si fanno pochissime illusioni sulla politica, sui vertici politici, sul potere reale, concreto che risiede nelle ‘stanze dei bottoni’ e nelle teste dei protagonisti della politica, e crede, invece, che l’economia che verrà, se verrà, “sarà dal basso all’alto”, e non sarà un processo strettamente causato dal Covid-19, piuttosto un processo che in nuce già sobbolliva ben prima della crisi sanitaria. “COVID19 può servire da innesco, da catalizzatore, è poco più che unascusa’ in termini narrativi”, ci spiega in questa lunga intervista. Se una una nuova economia prenderà forma, sarà una “rivoluzione guidata dalla microeconomia” che poi coinvolgerà la macro, “nuove abitudini di consumo richiederanno innovazione nella produzione, nella distribuzione e nello spreco; e questo a sua volta guiderà nuove formule di governo e gestione, ottimizzazione della democrazia”.

Il ‘SE’ nella riflessione di Florencia è molto forte. “Il difficile è immaginare un mondo diverso e materializzarlo, e per questo devi scavare sia nell’utopia che nelle condizioni materiali realmente esistenti”. La speranza che malgrado l’impresa sia titanica si possa fare, per quanto in tempi lunghi -ci sarà un primo momento in cui “molto probabilmente ci troveremo con un modello ibrido tra il vecchio e il nuovo mondo”- la ripone nell’America Latina, cheha un enorme vantaggio, che è la deindustrializzazione. Non ci sono strutture enormi da convertire. Ha una grande opportunità nelle industrie leggere”, inoltre, “l’America Latina ha un enorme capitale nella sua biodiversità, e se impara a sfruttare senza distruggere le sue risorse naturali -da una prospettiva non estrattiva e abbandonando la monocultura- potrebbe essere la punta di diamante in questa transizione verso un modello di innovazione pulita”.

 

La ripresa nel dopo Covid-19 sembra imporci un rallentamento della produzione, una ‘costrizione’ alla lentezza (dalla crisi economica che porta alla riduzione dei consumi, fino alla macchinosità di come, fabbriche piuttosto che esercizi commerciali, saranno costrette nel loro modo di lavorare). Secondo Te questo significa che la ‘lentezza’ si consoliderà in un nuovo modo di fare economia, in una economia lenta? E cosa sarà questa economia lenta?

Innanzitutto è importante discernere tra una diagnosi, una prognosi, una prescrizione e un’espressione di desiderio. Gli scienziati sociali e i filosofi hanno fornito al pubblico una quantità insaziabile di tutte queste componenti; stimolati, forse -come ogni lavoratore contemporaneo- dalla necessità di immediatezza.

Abbiamo bisogno di tutta l’immaginazione sociologica, artistica e politica per comporre la tela del 21 ° secolo, la rivoluzione post-pandemia, ma anche post-digitale, post-recessione, post-politica e così tante altro post. Chi ricorda oggi, ad esempio, il grande incendio che si è verificato in Australia all’inizio di quest’anno? Il simbolo dei canguri che si abbracciano tra le fiamme, che eravamo sicuri sarebbe diventato l’identikit del 2020, è scomparso ‘nell’aria’ dai media e dall’agenda pubblica di fronte alla pandemia che affligge la specie umana.

Naturalmente, si desidera che un nuovo patto sociale, basato su interesse comune, rispetto ambientale e un rinnovato senso di solidarietà, apprezzamento della vita, democrazia e produzione sostenibile, sia consolidato in conseguenza a questo campanello d’allarme. Ma non lo vedo fattibile, poiché troppi interessi, troppi conflitti, troppe altre cose interferiscono per realizzarlo. Con questo non voglio cadere nella posizione fatalista e ‘facilista’ del ‘nulla cambierà, tutto andrà peggio, l’umanità fa schifo’, che alcuni personaggi famosi gettano nella conversazione pubblica in una ostentazione di pigrizia intellettuale e scandalosa mancanza di immaginazione. Come possiamo stare indifesi di fronte a questo evento brutale come uno tsunami, così globale e che ci costringe a rimanere fermi sulla nostra piastrella di casa, così impercettibile e letale? Siamo pazzi? No. Questo è senza dubbio uno spartiacque, un punto di svolta (sebbene non sia affatto un cigno nero: la pandemia era in effetti prevista da più attori rilevanti).

Tuttavia, ciò che questa pandemia ha rivelato è la negligenza, l’inettitudine e persino un certo ‘opportunismo demografico’ da parte dei leader del mondo occidentale. Quello che succede in Svezia è agghiacciante. Gli Stati Uniti producono notizie da un Paese da terzo mondo -l’abbiamo già visto con Katrina e altri disastri naturali o sociodemografici- e il Brasile, nostro fratello maggiore,sembra addentrarsi in una febbre post-apocalittica e decadente. Neanche J.G. Ballard era così ispirato.

Tornando specificamente alla tua domanda, sono propensaa una diagnosi moderata: alcune tendenze minimaliste dei consumatori rimarranno e altre stanno per cambiare. Quel che è certo è che dal lato dell’offerta o della produzione vedremo uno sforzo considerevole per ‘ingoiare’ queste tendenze alla lenta economia e indirizzarle verso terminali redditizi, come il greenwashing e la mercificazione della consapevolezza ecosociale, cioè nella moda o nella tendenza. ‘Nel 2021 consuma la curcuma biologica coltivata nelle montagne di ….chissà dove. Sarà responsabilità di ciascuno di noi e di nessun altro -sulle nostre molteplici identità di consumatore, cittadino, madre, insegnante, imprenditore, tweeter, influencer- resistere a quella tentazione glamour, e invece approfondire la domanda di cambiamenti radicali nel modo in cui beni e servizi vengono prodotti, distribuiti, consumati e scartati. Riutilizzo, riciclo, riciclo, riutilizzo, marcescenza: ciò che non può rientrare in nessuna di queste categorie, deve rientrare nel ‘Rifiuto’ fino a quando non viene modificato (ripensare) o smette di esserci.

In altre parole, credo che se questo vecchio, attuale schema economico verrà modificato, anche parzialmente, sarà una rivoluzione guidata dalla microeconomia alla macro, piuttosto che il prodotto della pianificazione centralizzata e del controllo iron-top-down. Vale a dire: nuove abitudini di consumo richiederanno innovazione nella produzione, distribuzione e spreco; e questo a sua volta guiderà nuove formule di governo e gestione, ottimizzazione della democrazia. Potrebbe essere il migliore dei due mondi: uno Stato ecologico che è generoso, ampio, materno con i suoi cittadini, nutriente; e allo stesso tempo efficiente, leggero, innovativo, intuitivo e amichevole.

Naturalmente, l’infrastruttura esiste e anche i finanziamenti per fare questo salto; l’unica domanda rimane, come al solito, nella volontà politica: nella mia esperienza, questa è di solito piuttosto conservatrice. A nessuno sfugge il fatto che la fame nel mondo avrebbe potuto finire decenni fa o che il martirio dei rifugiati globali è completamente inutile. Chi stiamo guardando? Chi è responsabile di questi terribili situazioni del mondo?
Un primo passo interessante sarebbe cercare responsabilità -non colpevoli, non capri espiatori per riportarci all’omeostasi attraverso rituali che annullano il cambiamento politico. Forse c’è un crescente senso di resa dei conti, come se si trattasse di un nuovo processo a Norimberga che incombe sui capi della leadership occidentale. Da un lato, fa avanzare l’agenda ‘tanática’ del riordino globale, usando il caos e la dottrina dello shock per riconfigurare l’idea socialmente accettata su cosa sia una vita e cosa sia la morte, qual è la gerarchia del valore di certe vite sugli altri, quando è legittimo (o inevitabile, che è lo stesso) porre fine a una vita biologica e, in caso contrario, discutere che è stata preconfigurata dalla pena di morte, dall’aborto legale, dall’eutanasia; ma anche l’HIV-AIDS e ora, ovviamente, il Coronavirus. D’altra parte, l’olocausto silenzioso (o messo a tacere) di migliaia di migranti, emarginati e condannati dalla Terra, direbbe Frantz Fanon, invoca la vera giustizia. Il suo grido silenzioso sembra denunciare che le coreografie degli incontri del G20 non stanno più in piedi: sono necessarie vere soluzioni a problemi urgenti, risarcimento per le vittime, una riparazione storica della centralità occidentale verso le altre.

Con questo intendo che il consolidamento della lenta economia dipenderà in misura maggiore dal fatto che diventi o meno lo ‘zeitgeist’ del tempo; un mix di domanda da parte di consumatori consapevoli, cittadini attivi, influenzatori del tempo, volontà politica degli attori economici e quel pizzico di imprevedibilità che ogni marchio vintage ha. La sua permanenza non è determinata dalle sue condizioni materiali, né limitata o guidata da un virus. COVID19 può servire da innesco, da catalizzatore, è poco più che una ‘scusa’ in termini narrativi per attivare un’idea alternativa del futuro, invece di abbandonarci all’inerzia. Il pessimismo è inerzia, impotenza, così come lo è l’idealismo estremo verso sinistra: entrambe le forze migliorano lo status quo nella loro capacità nulla di trasformazione sociale. Il difficile è immaginare un mondo diverso e materializzarlo, e per questo devi scavare sia nell’utopia che nelle condizioni materiali realmente esistenti.

Dopo la recessione nella quale siamo piombati, si andrà incontro a una risalita che avrà le sembianze di una decrescita sostenibile?

È molto probabile, dal mio punto di vista, che il capitale viva una sorta di ‘vendetta’ dopo la pandemia, che ci seduca e ci perseguiti a dosi variabili per attrarci alla vecchia vita del consumo e del lavoro accelerato (autoconsumo). Il prezzo del petrolio, ad esempio, aumenterà in linea con la sua domanda, durante l’uscita immediata della pandemia. Vedremo anche un riacutizzazione di disagi e malattie sia mentali che fisiche; e, naturalmente, la sua controparte nella molteplicità delle offerte del mercato per risolverle o mitigarle. È logico che dopo un periodo di astinenza ‘atraquemos’ avidamente. I consumatori potranno rivolgersi ai centri commerciali e impazzire facendo clic sui negozi di e-commerce non appena arrivano nuovi fondi; o isolarsi, questa volta ‘volontariamente’, in una vita di ascetismo eremita. Chissà.

La casa e la città polivalente di 15 minuti, con la richiesta di una mobilità rapida ed efficiente, ospita la minaccia di ‘guetificación’ e ‘gentrificación’ esponenziali. Soprattutto in America Latina, dove le società tendono a essere altamente disuguali, costituisce una minaccia di segregazione razziale, sociale e culturale che può essere efficacemente contrastata solo con precisi interventi statali. Pertanto, l’istruzione pubblica, il sistema sanitario pubblico, l’accesso alle società sportive e ai centri culturali della comunità, diventano sempre più essenziali nel loro duplice ruolo di specificità e conservazione del multiculturalismo, in un lavoro permanente di rafforzamento della pace sociale.

In ogni caso, qualunque sia la strategia di uscita proposta da diversi governi -alcuni parlano di rimbalzo, riavvio o reinvenzione, rispettivamente per scenari conservativi, moderati e radicali- è possibile osservare tendenze contraddittorie che coesistono nel tempo e nello spazio, un caos momentaneo di minimalismo eco-consapevole e consumismo selvaggio. Una volta che le acque si saranno calmate e si potranno vedere alcune tendenze consolidate, molto probabilmente ci troveremo con un modello ibrido tra il vecchio e il nuovo mondo. Come accennato prima, se c’è un cambiamento duraturo nell’economia, sarà dal basso verso l’alto, e non viceversa.

In termini molto concreti che cosa è la decrescita sostenibile e perché non è di fatto recessione?

L’economia tradizionale, grazie a Keynes, ritiene che l’economia debba crescere costantemente per raggiungere e mantenere la piena occupazione, il che incoraggia la domanda, facendo fiorire l’offerta. Semplice verità? Ma il processo di accumulazione si trasforma in rapina e saccheggio di risorse naturali, distruzione di ecosistemi e sfollamento di migliaia di comunità. Oggi, inoltre, l’occupazione non garantisce una via d’uscita dalla povertà; ‘uberizzazione’ o precarizzazione dell’occupazione è un dato di fatto. In questo senso, la proposta di Mark Zuckerberg e altri per l’Universal Income risolve tale equazione, poiché allevia i sistemi economici dalla pressione di trovare posti di lavoro (di qualità) per l’intera popolazione economicamente attiva. La diminuzione sostenibile sarebbe la sincerità della reale capacità del sistema di produrre, consumare, impiegare e pagare; sgonfiare la bolla della sovrapproduzione e dei lavori superflui, disarticolando bisogni fittizi e infrastrutture costose, dannose e inutili. In effetti, qualsiasi modifica del sistema economico -anche verso la ‘diminuzione’- implica una serie di investimenti e lavori che motorizzerebbero chiaramente l’economia invece di ristagnarla. Giusto? Il problema è che il reddito universale può facilmente diventare un nuovo dispositivo di controllo ed esclusione sociale, politica ed economica, rendendo troppo elevata la barriera all’ingresso sul mercato, come consumatore o produttore, e di conseguenza quelli che non vi partecipano possono essere concepiti come cittadini di seconda classe. Comunque.

La diminuzione sostenibile è un ideale, un orizzonte utopico che, parafrasando Eduardo Galeano, ci aiuta a camminare. In altre parole, progresso. Ora, la de-escalation in meglio è un paradosso profondamente irritante e controintuitivo per il buonsenso occidentale contemporaneo. Vernor Vinge e i tecnologi del suo tempo, contemplando l’orizzonte della Singolarità, conclusero che l’umanità non si fermerà mai nella sua ricerca di amplificazione; in altre parole, quella curiosità è un impulso più forte dell’autoconservazione. L’essere umano è più curioso del gatto, anche a costo del suo annientamento collettivo. Data questa premessa, Isaac Asimov, tra gli altri, ha cercato di stabilire leggi per regolare l’intelligenza artificiale in modo che non diventi una minaccia per la sopravvivenza umana. Tutti questi scienziati hanno detto: questo è un rischio che possiamo evitare se ci fermiamo ora. Se abbandoniamo consapevolmente e volontariamente questo percorso di ricerca e sviluppo frenetici. Se dedicassimo questa energia e queste risorse alla cura del cancro o alla risoluzione della fame nel mondo. Ma non raggiunsero alcun consenso, al di là di un manifesto a due vie, e furono testimoni di come l’umanità insistesse sulla sua decisione di andare avanti, guidata dall’ideale illuminista del progresso lineare e progressivo.

Quali forze psichiche collettive ci spingono nell’abisso dell’autodistruzione? È oltre il nostro scopo di analisi e questa conversazione. Ma in quel momento di verità, come è successo con il Progetto Manhattan, e la Soluzione finaleprima di esso; la sistematica scomparsa di persone da parte dello Stato in Argentina e in America Latina nel corso dell’ultimo secolo, e potremmo aggiungere la Svezia con il suo laissez faire riguardo alla mortalità dei suoi cittadini più anziani durante questa pandemia, ad esempio, sono tutte decisioni che precedono un tanatopolitica specifico del 21 ° secolo. In altre parole, le nostre società sono abituate a produrre di più, ad accumulare: cadaveri, infetti, prigionieri, schiavi, metalli preziosi, donne, bestiame, metri quadrati, opere d’arte.

Ed è qui che mi permetto di essere prescrittiva: forse non dovremmo porre la sfida in termini di de-escalation, perché, come abbiamo detto, l’hábitus di accumulazione è molto profondo in noi, ma nel sostituire il modello di accumulazione con un modello di innovazione. In altre parole, la sostenibilità non diminuisce ma mantiene l’equilibrio: uno sforzo attivo, costante e costoso.

Una delle sfide fondamentali di questo paradigma consisterà nell’assegnare valore e prezzo (valore d’uso e valore di scambio) alla negatività, ovvero al Rifiutare: quel rifiuto di consumare determinati tipi di prodotti o, meglio ancora, il rifiuto di produrli, assumere una corporeità positiva nel nostro sistema economico, una sorta di credito o un equilibrio favorevole. Se il New Deal verde o Green Bretton Woods dovessero concretizzarsi, dovremmopensare, tra l’altro, a un sistema che monetizza l’astensione al fine di preservare l’equilibrio, come è stato fatto all’epoca con il Carbon Bond.
L’economia lenta dovrà sostituire l’obsolescenza programmata con la ricerca di nuovi dispositivi di comfort che non disturbino l’ambiente, il commercio equo e una serie di parametri socialmente ed ecologicamente standardizzati che costringeranno i produttori a innovare in modo permanente. Questo processo motorizzerà una ricerca per lo sviluppo di tecnologie, processi e conoscenze che alimenteranno l’economia, non solo come le vecchie guerre, probabilmente di più. Torneremo a studiare materiali nobili e pensare a soluzioni semplici, eleganti e pulite che renderebbero Guglielmo Ockham molto orgoglioso.

Quali sono gli ostacoli principali per il passaggio all’economia lenta in generale e in America Latina in particolare?

Come ho accennato prima, il nodo critico della transizione verso l’economia lenta risiede nella decisione politica dei principali attori, che dovrebbe essere incoraggiata, diciamo, guidata, dalle decisioni micro-politiche di ciascun consumatore / cittadino. In altre parole, deve essere un gioco da ragazzi per i CEO, i presidenti e i primi ministri del mondo, alla luce della modifica massiccia e vigorosa delle abitudini di consumo dei cittadini.

L’America Latina ha un enorme vantaggio, che è la deindustrializzazione. Non ci sono strutture enormi da convertire. Ha una grande opportunità nelle industrie leggere, ad esempio, l’Argentina produce respiratori e attrezzature sanitarie. Abbiamo anche un’enorme capacità inventiva nel Consiglio Nazionale di Ricerche Scientifiche e Tecniche e in altre organizzazioni pubbliche e università per la produzione di pannelli solari, fornaci e altre tecnologie semplici, pulite ed economiche.

Inoltre, l’America Latina ha un enorme capitale nella sua biodiversità, e se impara a sfruttare senza distruggere le sue risorse naturali -da una prospettiva non estrattiva e abbandonando la monocultura- potrebbe essere la punta di diamante in questa transizione verso un modello di innovazione pulita, come fa attualmente Costa Rica.

Credi che i grandi proprietari latinoamericani -dall’agricoltura all’industria, passando dai servizi- siano disponibili a questo cambio, al passaggio a una economia lenta?

No

L’Argentina, o meglio il Governo argentino, ci pare stia rispondendo bene alla crisi sanitaria. E’ così davvero? E credi che Alberto Fernández stia impostando questa economia?

Se una risposta è buona o cattiva il tempo lo dirà. Credo che il Governo argentino stia affrontando una nuova situazione in modo prudente, responsabile e giudizioso. Il capo del governo di Buenos Aires, leader dell’opposizione, siede accanto al Presidente nelle conferenze stampa, ed entrambi mettono da parte le loro differenze politiche per dare priorità alla salute della cittadinanza. Un’operazione molto efficace a livello nazionale è stata implementata per equipaggiare e riavviare da zero unità di attenzione e risposta massicce. Le fabbriche del settore privato sono state convertite per produrre mascherine, respiratori, lenzuola e forniture mediche. La tradizione argentina in fatto di sanità pubblica è esemplare nel mondo e si sta sviluppando a pieno regime. Nessuno non sa cosa fare.

Da un punto di vista economico, la situazione è un po’ più improvvisata. L’Argentina era già in una fase di forte recessione, debito praticamente non pagabile, inflazione. Una crisi sociale è stata evitata a dicembre dello scorso anno, grazie al fatto che la leadership del partito peronista ha finalmente concordato e preparato una proposta elettorale in grado di guidare questo malcontento attraverso i canali istituzionali. I cittadini argentini, quindi, arrivarono a questa pandemia, senza speranza e senza forza. La resistenza e resilienza del popolo argentino non conosce limiti, è stata in stretto isolamento per 67 giorni. Anche così, gli imprenditori hanno il permesso di produrre e fare consegne a domicilio e alcuni negozi e fabbriche riprendono lentamente le loro attività, prendendo le precauzioni necessarie. Ma sostenere l’economia non è una priorità nazionale, per il momento lo Stato fornisce gli strumenti necessari per la sussistenza delle famiglie, sia attraverso redditi supplementari, strumenti di credito, sgravi fiscali, congelamento delle bollette.

Non so se Alberto Fernández stia in questo momento pensando a una transizione verso l’economia verde o lenta. Non sarei sorpresa. Al momento, è impegnato a evitare una epica tragedia.

Tu credi che l’America Latina sia strutturalmente e politicamente pronta all’economia lenta, alla decrescita sostenibile? E credi possa esserci nel subcontinente uno zoccolo duro di Paesi in grado di trainare il resto dell’area verso questa nuova economia?

L’America Latina non è mai strutturalmente pronta a tutto perché è costituita da economie periferiche o in via di sviluppo, ad eccezione del Brasile, uno dei sistemi più diseguali al mondo, e se contiamo il Messico, che è latino per gli americani, ma si sente così lontano nell’emisfero settentrionale, è un caso abbastanza simile, con sviluppi disomogenei a seconda della regione, della categoria e della distribuzione del reddito.

Detto questo, il talento e il coraggio delle nostre risorse umane ci rendono un potenziale candidato interessante per dare un contributo significativo a questa transizione. Non so se parlerei in termini di Paesi, ma posso immaginare vari nodi e reti di attori, settoriali e regionali, che guidano il cambiamento.

In particolare, mi concentrerei sul potenziamento degli imprenditori e delle PMI, alleviando l’onere fiscale, garantendo loro incentivi, crediti, accompagnamenti e programmi di scambio regionali e internazionali per acquisire conoscenze, beni, capitali e lavoro. Questi attori hanno uno straordinario potenziale dinamico e innovativo, tutto ciò che manca ai grandi proprietari e alle aziende che, inoltre, nella maggior parte dei casi, sono multinazionali, cioè non investono nella regione.

Quanto sarà disturbante su questo percorso il Brasile e quanto l’influenza americana?

Il vantaggio di pensare in termini di nodi e reti di attori, piuttosto che in una divisione di Paesi, riduce al minimo il potenziale danno degli ‘sfortunati leader’. Inoltre, la cosa positiva della multipolarità emergente è che ora, se il tuo principale partner commerciale fa male, ciò non significa di fatto che farai male anche tu. La multipolarità apre il gioco a nuovi equilibri commerciali e politici.

La sinistra latinoamericana quanto ha chiaro un programma economico impostato sulla decrescita sostenibile e quanto carburante ha oggi per davvero in serbatoio?

Non è affatto chiaro, è un paradigma tenero ed emergente che è attualmente soffocato da una crisi sanitaria globale. Come abbiamo detto prima, non c’è carburante nel serbatoio, qualche tempo fa l’abbiamo trasformato in gas [un’espressione argentina per riferirsi al passaggio dell’auto dalla nafta al metano]. Stiamo correndo in riserva. Speriamo di non dover piangere più morti, parlare di un programma economico in questo momento non solo non è rispettoso, non è realistico. Non è sbagliato pensare al futuro, soprattutto se abbiamo l’opportunità di formattare o reinventare il nostro sistema economico, ma per il momento dobbiamo sopravvivere. Quello che viene dopo? Chiunque viva, come dice un buon amico, lo vedrà.

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