giovedì, Luglio 2

Post – coronavirus: scienza, una questione di Sicurezza Nazionale ‘Analisi di Intelligence e Proposte di Policy sul Post-Pandemia COVID-19 (aprile 2020 – aprile 2021)’ della Società Italiana di Intelligence. La ricaduta scientifica e il problema pedagogico

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La Società Italiana di Intelligence, guidata dal Presidente Mario Caligiuri, ha pubblicato ‘Analisi di Intelligence e Proposte di Policy sul Post-Pandemia COVID-19 (aprile 2020 – aprile 2021)’ una ricerca, redatta dai ricercatori Roberto Macheda, Francesco Napoli, Luigi Barberio e Luigi Rucco, nella quale si cerca di unire i punti di quanto sta accadendo per definire possibili azioni nel breve periodo. Uno studio, per altro, che verrà costantemente aggiornato.

Il report si struttura in 5 aree: ricadute politiche, militari, economiche, industriali, scientifiche, con una riservata all’analisi e l’altra alle proposte.

L’Indro’ pubblica il report integrale in 4 parti. Due giorni fa ci siamo concentrati sulle ricadute politiche e militari, ieri su quelle economiche. Oggi sotto i riflettori le ricadute scientifiche e pedagogiche

 

RICADUTA SCIENTIFICA

 

Analisi

La natura della minaccia della pandemia COVID-19 ha fatto emergere l’importanza del sistema scientifico e il ruolo degli scienziati per la sicurezza nazionale.

Le misure generalmente adottate propongono forme di distanziamento sociale applicate con diversi livelli di intensità, eventualmente corredate da campagne di diagnosi della malattia e dal tracciamento elettronico. Gli ambiti scientifici spaziano dalla medicina all’informatica.

Dopo una prima fase di rigido isolamento, in Italia si discute di una ‘fase 2’, con riaperture graduali delle attività economiche a partire dal maggio 2020: le decisioni che verranno prese in questa fase si preannunciano delicate, dato il monito della comunità scientifica che mette in guardia da un rilassamento precoce dell’isolamento. In linea generale, è possibile che fasi intermittenti di distanziamento si protraggano fino al 2022.

Sul fronte della ricerca, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha rilasciato una roadmap per coordinare gli sforzi su scala globale. Gli ambiti di intervento sono molti, ma quattro fronti sembrano di particolare interesse.

Il vaccino. La WHO censiva 70 iniziative di ricerca attive all’11 aprile 2020, di cui 3 in fase di sperimentazione sull’uomo. La produzione di massa del vaccino, tuttavia, potrebbe richiedere da 1 anno a 18 mesi.

Le terapie. Molte sono le notizie su farmaci quali il Remdesivir, la Clorochina, l’Idrossiclorochina ed altri. La realtà è ben più complessa. Le terapie esplorate sono almeno 166, basate soprattutto su vari approcci tra cui anticorpi, antivirali, RNA, terapie cellulari e riutilizzo di composti esistenti. Interrogando la banca dati ClinicalTrials della U.S. National Library of Medicine, gli studi clinici in corso sul COVID-19 sono circa 500. È ragionevole ipotizzare, tuttavia, che le ricerche a livello globale siano in numero superiore rispetto alle iniziative riportate nelle fonti citate.

Le policy. Quella più efficace sembrerebbe essere il rigido distanziamento sociale, che in Cina ha già prodotto notevoli risultati. Molti aspetti rimangono ancora da chiarire, tra cui una stima accurata del case fatality rate (CFR), la trasmissibilità in funzione del periodo di incubazione, la percentuale di casi asintomatici, la durata dell’infezione.

Le tecnologie digitali. Si spazia dallo sviluppo di applicazioni di tracciamento, all’uso di supercomputer per la ricerca di farmaci (come in Italia quello dell’ENI), fino all’intelligenza artificiale impiegata a fini radio-diagnostici, epidemiologici e perfino di analisi massiva della letteratura scientifica. Nonostante l’enfasi posta sull’intelligenza artificiale, la reale efficacia solleva alcuni dubbi ed è probabile che questa tecnologia possa essere più utile in caso di future pandemie, che attualmente.

Quelli sopra richiamati sono solo alcuni dei principali fronti di ricerca. Le ricadute della pandemia richiedono uno sforzo multidisciplinare e sollecitano il contributo da parte di diversi campi di studio. Un importante ambito riguarda lo studio deglieffetti del COVID-19 sulla salute mentale e psicologica, aspetto che impatta direttamente sul disagio sociale, accentuandone i rischiRecentemente sono state individuate alcune priorità, tra cui la necessità di raccogliere più dati sull’impatto mentale del COVID‑19, in particolare sui soggetti più vulnerabili.

La sicurezza dei dati e delle infrastrutture digitali del sistema scientifico, in particolare delle strutture sanitarie, è un tema di rilievo per la sicurezza nazionale. Gli attacchi cyber finora rilevati non hanno il solo obiettivo di esfiltrare dati sensibili, ma sono spesso frutto di attività di cybercriminali interessati a ottenere illeciti guadagni, per esempio attraverso attacchi ransomware. È verosimile ipotizzare che attacchi di questo tipo si protraggano per l’intera durata dell’emergenza, per cui il livello di vigilanza dovrà rimanere elevato. In tale quadro, le attività di sicurezza informatica dell’intelligence nazionale sono particolarmente importanti, ricollegandosi al perimetro nazionale della sicurezza cibernetica.

Un ulteriore aspetto importante è la comunicazione scientifica. Alcuni dei maggiori editori scientifici internazionali, in buona parte firmatari del Wellcome Trust Statement, hanno reso disponibili in formato aperto pubblicazioni e dati rilevanti per la ricerca sulla pandemia. Diverse riviste scientifiche hanno istituito un canale preferenziale per la revisione rapida di pubblicazioni sul COVID-19. Già al 30 gennaio 2020, si stimavano almeno 54 pubblicazioni in riviste scientifiche di lingua inglese. Questo ha portato a critiche circa le barriere linguistiche all’accesso dei contenuti da parte di specialisti non anglofoni, specie in Cina.

Un altro grande tema riguarda la poca chiarezza della comunicazione scientifica verso il grande pubblico, problematica particolarmente visibile in Italia all’inizio dell’epidemia. Questo effetto è stato amplificato dalla velocità di diffusione dei mass e social media, che a differenza delle riviste scientifiche non dispongono del filtro della preventiva revisione di altri specialisti.

Un altro grave problema è il proliferare di fake news, disinformazione e campagne di influenza, tanto più pericolose quanto più si fanno veicolo di falsi contenuti scientifici.

 

Il Problema Pedagogico

 

Un’ultima nota di interesse riguarda il problema pedagogico, che ha un impatto diretto sul sistema scientifico, economico e sociale nazionale. Le istituzioni scolastiche, a tutti i livelli, hanno subìto una brusca discontinuità nel modo di erogare la didattica.

Le università hanno predisposto iniziative di formazione online. Oltre l’80% degli studenti universitari ha potuto beneficiare di lezioni per via telematica, con alti livelli di frequenza; circa il 95% degli atenei ha attivato modalità di esame a distanza e oltre 26mila studenti si sono finora laureati da remoto. Queste statistiche spingono a interrogarsi sulle conseguenze negative per la percentuale residuale, ma significativa in termini assoluti, degli studenti che non hanno potuto usufruire di lezioni, esami e lauree a distanza.

Nelle scuole secondarie di primo grado la partecipazione all’attività didattica a distanza è stata stimata nel 77%, mentre nell’ultimo triennio degli istituti di secondo grado la percentuale arriverebbe al 90%. Anche rispetto a queste statistiche emergono preoccupazioni per la percentuale tutt’altro che trascurabile degli esclusi. È stato fatto notare, inoltre, come l’efficacia dell’attività didattica a distanza nelle scuole presenti diversi punti critici, tra cui la diseguale dotazione digitale delle famiglie, la non uniforme diffusione e banda di Internet, la diversa possibilità di presenza e supervisione dei genitori, la capacità organizzativa e le dotazioni telematiche degli istituti e soprattutto le reali competenze dei singoli insegnanti.

È ragionevole ritenere che le attività didattiche non riprenderanno la loro normalità prima di settembre 2020 e, anche allora, si potrebbe utilmente ricorrere a modalità miste di didattica in presenza e attività a distanza.

Si pone l’interrogativo su quali possano essere gli effetti dell’interruzione e della trasformazione didattica sulla competitività del sistema Paese. L’effetto della scolarizzazione sulla crescita economica è un fenomeno ampiamente studiato e dimostrato dalla comunità scientifica. In particolare, è stato fatto notare come la qualità dell’istruzione e dell’apprendimento abbia un ruolo preponderante rispetto al mero tasso di scolarità. Sebbene dinamiche di questo tipo abbiano un effetto non necessariamente apprezzabile nel breve periodo, la scala dell’impatto del COVID-19 sul sistema educativo rappresenta un evento di discontinuità, che potrebbe arrecare ulteriore detrimento alle deboli competenze alfabetiche degli studenti italiani, alla capacità di ricerca nazionale e quindi alla già indebolita traiettoria economica del nostro Paese.

Non è da escludere che Paesi come la Cina, con sistemi educativi improntati a un forte rigore già dai primi livelli di istruzione, escano ulteriormente rafforzati rispetto ad altri con diversi modelli di governo. L’Italia, i cui studenti erano già da anni sotto la media OCSE per capacità di lettura e scienze, potrebbe subire una ulteriore regressione.

Proposte di Policy

Nonostante diversi aspetti problematici, l’emergenza COVID-19 ha fatto emergere il ruolo fondamentale degli esperti per indirizzare le attività di policy making in situazioni ad alta complessità. Questa considerazione, apparentemente scontata, ribalta una certa retorica ‘populista’ degli ultimi tempi, che ha spesso relegato in secondo piano la reale professionalità sviluppata nel corso di anni di studio e lavoro da buona parte di specialisti, ricercatori e scienziati. La politica da sola non basta. Le scelte politiche in Italia, specie nelle prime fasi dell’epidemia, hanno probabilmente risentito della mancanza di un deciso indirizzo scientifico. Da qui la necessità di dare centralità agli autentici esperti scientifici, integrando e armonizzando le loro competenze con le funzioni politiche.

Le considerazioni appena espresse sul difficile equilibrio tra potere politico e comunità scientifica hanno una notevole ricaduta pratica e non solo teorica. Un caso emblematico riguarda la dialettica tra decisore politico e organi di indirizzo scientifico che si sta sviluppando negli Stati Uniti, dove si è dapprima assistito ad un incidente di comunicazione che ha interessato il Presidente ed il suo principale consulente scientifico, Anthony Fauci, per poi giungere a minacce di tagli ai finanziamenti all’Organizzazione Mondiale della Sanità, con reazioni preoccupate da parte della comunità internazionale e dal mondo scientifico. All’altro estremo, in Cina si assiste a un crescente livello di controllo da parte dello Stato sulla ricerca scientifica, da un lato salutato positivamente per la capacità di deterrenza verso ricerche di bassa qualità sul COVID-19, dall’altro considerata con preoccupazione come evidente tentativo di controllo dell’informazione. In Italia, il bilanciamento tra politica e scienza è molto complesso: si è passati da una flebile fase di indirizzo scientifico iniziale ad a una crescita (probabilmente eccessiva) di potere decisionale attribuito ai tecnici sanitari.

Una nota particolare riguarda gli specialisti della Sicurezza Nazionale. Nelle varie commissioni formate per gestire l’emergenza, spicca l’assenza (quantomeno esplicita) di esperti di IntelligenceL’emergenza che stiamo vivendo è prima di tutto una questione di Sicurezza Nazionale e quindi di intelligence. Gli interessi in gioco sono enormi e le minacce esterne ed interne, come abbiamo visto, sono molteplici. Rafforzare formalmente il ruolo dell’Intelligence a supporto delle attività di policy making è di prioritaria importanza.

Sul piano pedagogico, la brusca discontinuità causata dall’emergenza COVID-19 e la non-uniformità nell’accesso e nella qualità della didattica erogata a distanza da scuole e atenei pone in rilievo la necessità di definire una strategia a livello nazionale, eventualmente coordinata da una cabina di regia che coinvolga ‘esperti e tecnici dell’educazione ma anche psicologi, psicoterapeuti e pedagogisti’. Questa discontinuità rischia di allargare maggiormente il divario educativo tra il nord e il sud del Paese. L’intento generale dovrebbe mirare ad appianare l’eterogeneità riscontrata nella risposta all’emergenza da parte dei diversi istituti, uniformandola verso standard più virtuosi, oltreché promuovere regole e comportamenti che sostengano la preparazione e il senso di responsabilità. È fondamentale che l’emergenza sanitaria non diventi un’occasione per facilitare ulteriormente gli obblighi formativi e valutativi. In particolare, l’ipotesi di convergere verso promozioni di massa, senza le opportune verifiche, rischia di indebolire ulteriormente il sistema educativo nazionale, specie al Sud.

In generale, per quanto riguarda le policy orientate ad aspetti scientifici e pedagogici, l’imperativo è quello di affidarsi a fonti autorevoli e non a commentatori improvvisati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha creato una roadmap che la comunità scientifica dovrebbe seguire a livello globale, per armonizzare gli sforzi e convergere verso una soluzione condivisa dell’emergenza. La roadmap dettaglia i passi da seguire sia nel breve termine, che nel medio e lungo periodo. Alcune azioni, ovviamente, andranno declinate a livello nazionale, tenendo presente la necessità di coordinamento e collaborazione internazionale connaturata nella ricerca scientifica.

Le politiche che andranno adattate a livello nazionale dovrebbero favorire le priorità individuate dalla roadmap globale, senza necessariamente limitarsi ad esse. Tra queste si evidenziano otto punti:

  • la ricerca su presidi diagnostici da istituire in maniera rapida all’interno della comunità;
  • la previsione immediata di dati ed evidenze disponibili su approcci terapeutici sperimentati con successo nei Paesi colpiti (come sta accadendo per esempio in Cina e Germania);
  • la valutazione rapida degli effetti di terapie ausiliarie e di supporto;
  • l’ottimizzazione dei dispositivi di protezione individuale e di altre misure di prevenzione;
  • l’analisi di tutte le informazioni disponibili circa la trasmissibilità tra uomo e animale;
  • l’accelerazione nella ricerca di vaccini e terapie, seguendo ‘protocolli Master’;
  • l’interazione tra enti finanziatori ed enti di ricerca per allineare sforzi e obiettivi;
  • la condivisione rapida e ampia di dati, materiali, campioni clinici e altre informazioni utili.

Allo stesso modo, guardando in prospettiva alle riaperture delle scuole, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilasciato alcune linee guida specifiche. L’ambito di applicazione di queste linee guida, sulla cui efficacia occorrerebbero ulteriori approfondimenti, è limitato agli aspetti sanitari, mentre per quelli pedagogici si conferma lanecessità di una strategia e di una cabina di regia a livello nazionale, che cominci a sperimentare innovazioni didattiche, cominciando a fare prendere coscienza delle necessità di nuove discipline per l’insegnamento. Tra queste, certamente, l’intelligence, che è un metodo di trattazione delle informazioni per individuare quelle rilevanti in un contesto distinto dall’eccesso di informazioni dalla disinformazione. Infatti, l’emergenza COVID‑19 sembra avere reso consapevoli in modo evidente della presenza di una società della disinformazione che crea un corto circuito cognitivo alle persone, impedendo di comprendere la realtà.

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