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Post – Coronavirus: per la ripresa serve il ‘keynesismo verde’ Riflessioni dall’Argentina per un New Deal basato sull'uso intensivo delle energie rinnovabili come combustibile per il capitalismo della conoscenza

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Proprio come la crisi di Wall Street del 1930 è stata superata attraverso le politiche del New Deal e keynesiane, così, nel post -coronavirus Covid-19 che, come abbiamo avuto modo di vedere, ha fatto venire alla luce la crisi mondiale precedente alla pandemia, e che deve avviare la fase dell’economia lenta- si deve agire oggi, con un aggiornamento, però, di questa dottrina, non più focalizzata sul consumo di petrolio e di energia sporca come motore di sviluppo industriale, ma sull’uso intensivo delle energie rinnovabili come combustibile per il capitalismo informacional -il capitalismo della conoscenza.

Fondamentalmente, si tratta di mettere l’economia al lavoro, ma su una nuova base.
Nella terra madre dell’estrattivismo e dello sfruttamento della natura, il deputato nordamericano Alexandria Ocasio-Cortez ha presentato questa proposta proprio al Congresso degli Stati Uniti l’anno scorso. Forse è tempo di mettere in atto questa nuova dottrina del keynesismo verde’, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo.

Il futuro delle città

Come giustamente sottolineato dal sociologo Richard Sennett, il modello di città sostenibile rileva che alcuni dei suoi aspetti principali entrano in tensione con le nuove esigenze di mobilità urbana dovute alla Covid-19, ad esempio l’uso del trasporto pubblico, che non è raccomandato in questo caso. Pertanto, emerge un nuovo modello dicittà sanache problematizza diversi aspetti della vita sociale e della struttura urbana egemonica: densità di popolazione, disponibilità di spazi verdi, circolazione, centralità, ecc. All’approccio ambientale già incorporato nella pianificazione urbana molto tempo fa a diversi livelli, viene aggiunto un approccio alla salute sempre più predominante.

Il modello di città sostenibile incentrato sulla riduzione del traffico veicolare e dell’inquinamento non è più sufficiente per soddisfare le nuove esigenze della governance urbana in cui la connettività e l’uso intensivo delle tecnologie di controllo e sorveglianza stanno iniziando a guadagnare terreno. C’è anche la necessità di problematizzare alcuni spazi che esistono nelle città ma che sono normalmente invisibili (prigioni, case di cura e baraccopoli, per esempio), che ora vengono alla luce perché temono che diventeranno fonti di contagio di massa.
Per questo motivo, discutere su come costruirecittà al servizio della salute’, promuovendo nel contempo l’uso di energia pulita e modi di vivere più sostenibili, senza cadere in tentazioni autoritarie che massimizzano il controllo, incidono sulla privacy e riproducono la segregazione, costituisce un grande sfida per il futuro.
Sassen si concentra su ‘un’urbanizzazione realmente esistente’ come asse sostanziale del problema. È molto difficile trasformare le grandi città incittà sane’, per questo motivo è anche necessario fermare il ritmo dell’urbanizzazione e pensarestrategie di decentramento urbano.
Discutere sul futuro delle città è discutere del futuro dei modi di abitare il mondo per oltre il 50% della popolazione mondiale e il 70% nei casi di America, Europa e Russia.

Discutere sulla povertà è discutere sulla ricchezza

Secondo i dati Oxfam, l’1% della popolazione mondiale più ricca ha più ricchezza del 60% della popolazione mondiale (circa 4,6 miliardi di persone). Non solo, si stima che l’1% più ricco del mondo eluda fino al 30% dei propri obblighi fiscali. In altre parole, solo 4 centesimi di dollaro in tutto il mondo raccolti attraverso le tasse su questa ricchezza.

L’altro lato dell’estrema ricchezza è l’estrema povertà: in tutto il mondo ci sono circa 258 milioni di bambini in età scolare che non possono ricevere un’istruzione e circa 10.000 muoiono ogni giorno perché non possono permettersi cure mediche.

L’Osservatorio della situazione economica e delle politiche pubbliche (OCEPP) dell’Argentina ha istituito una linea di ricchezza che consente di stimare il reddito necessario per eliminare la povertà, ovvero se l’eccedenza fosse ridistribuita al di sopra della linea di ricchezza, non ci sarebbero più poveri. Il rapporto prodotto ha raggiunto una conclusione più che interessante: se circa un terzo del reddito familiare totale fosse ridistribuito allo 0,5% della popolazione più ricca, la povertà misurata dal reddito sarebbe eliminata e anche i ricchi rimarrebbero ricchi. Il rapporto indica che per ogni ricco in Argentina, ci sono 45 poveri. Non è la ricchezza in questione, ma la ricchezza estrema.

Le inevitabili conseguenze economiche della pandemia dovrebbero essere in grado di mettere in evidenza questo diseguale ordine economico.
Non esiste la possibilità di finanziare un New Deal verde, o di occuparsi delle vittime della crisi, o persino di pensare a un reddito di base universale, senza ottenere risorse straordinarie. Questi fondi non sono disponibili solo nelle organizzazioni creditizie multilaterali, ma vi è abbondanza di capitale nei conti offshore. Secondo il rapporto preparato dal Boston Consulting Group, in America Latina il 70% della ricchezza privata è ospitata in paradisi fiscali nel Nord del mondosviluppato: Svizzera, Hong Kong, Singapore, Stati Uniti, Lussemburgo, Regno Unito, ecc. Un vero versamento del Sud verso il Nord.
La ricerca di Fair Tax Gap2 ha rivelato che sei delle più grandi società globali del mondo -Google, Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Microsoft- hanno eluso imposte per oltre 100 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni. Un quarto del PIL argentino nel 2019.
Un cambiamento radicale nel sistema fiscale mondiale che possa appropriarsi di questo reddito straordinario diventa sempre più essenziale.
Non è sufficiente condonare il debito estero deiPaesi in via di sviluppo, è necessario porre limiti concreti alla ricchezza per finanziare politiche di distribuzione del reddito come il cosiddetto reddito di base universale.

In conclusione

Prima di pensare alla bassa crescita economica come fine a se stessa, un’idea seducente ma molto improduttiva, è un po’ più sensato pensare a comecostruire un ordine economico mondiale alternativo a quello attuale, che consideri la possibilità di ridurre l’impatto sull’ambiente, che promuova modi più sostenibili di vivere in termini di salute e incoraggi la creazione di una più equa distribuzione della ricchezza.

Man mano che la scelta tra continuare a girare la ruota, cercare di recuperare il tempo perduto o cambiare il modus operandi dell’economia mondiale si risolve, sarà possibile immaginare l’aspettativa di un futuro diverso da quello di una distopia orwelliana. Come ebbe a sottolineare Peter Drucker: «Il modo migliore per prevedere il futuro è crearlo».

È probabile che la metà vuota del bicchiere sia proporzionalmente più grande della metà intera, ma è anche vero che la fonte di speranza per costruire un futuro praticabile per l’umanità proviene da quella metà intera, per quanto piccola possa sembrare oggi.

 

[La prima parte di questo articolo è stata pubblicata il 06 maggio 2020: ‘Coronavirus: conseguenze positive ma non intenzionali della pandemia]

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Sull'autore

Patricio Feldman è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà di Scienze Sociali dell'Università di Buenos Aires (FSOC-UBA), Master in Processi di integrazione regionale con specializzazione in Mercosur presso la Facoltà di Scienze Economiche dell'UBA (FCE -UBA) e Dottore in Scienze sociali della stessa istituzione. Membro post-dottorato presso il Consiglio nazionale per la ricerca scientifica e tecnica (CONICET) e membro del programma di ricerca sulla società dell'informazione presso l'Istituto di ricerca Gino Germani (IIGG). Professore a contratto di Economia internazionale presso la Facoltà di Scienze economiche dell'Università del Salvador (USAL) e il corso ‘Società dell'informazione e della conoscenza’ presso l'Università Pontificia Bolivariana (UPB)