giovedì, Ottobre 1

Possibile road map per il voto a settembre

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Paolo Gentiloni, sembra ispirare fiducia; lo dicono i sondaggi. Lo dice la stampa che generalmente gli riserva un trattamento di favore; e anche l’opinione pubblica, pur sapendo che è uno stagionato ‘inquilino’ del ‘palazzo’ ne riconosce il tratto non volgare, l’approccio ‘gentile’, alieno da arroganze e atteggiamenti da bullo. Del Presidente del Consiglio si apprezzano inoltre le doti di paziente tessitore, il fatto che non si presenta con la superba alterigia di chi si ritiene un ‘vi-faccio-vedere-io-come-si-fa’; è, al contrario, persona che usa spesso la prima persona plurale, l’aria di capace ‘costruttore’, nonostante la discutibile qualità dei ‘materiali’ di cui dispone e che è costretto a utilizzare. E’ discreto; non si sbilancia in enfatiche e funamboliche promesse; non fa il grillo parlante, non lo è. Ha il passo metodico del maratoneta. Rispetto alle precedenti compagini governative (d’accordo, non occorreva grande sforzo), Gentiloni e il suo Governo svettano. Squadra che vince, dice il proverbio, non si cambia. Invece no. Dal momento che la ‘squadra’ funziona, va mandata a casa.

E’ soprattutto il Segretario del Partito Democratico a voler chiudere la partita. Matteo Renzi, ovviamente, nega: «Il PD non chiede le elezioni anticipate. Ma non le teme. Siamo la prima forza politica del Paese, noi facciamo politica coi voti, e non con i veti».
Fin qui, la premessa; la ‘carne’ del ragionamento renziano è questa: «Dopo le elezioni tedesche e fino al voto, l’Italia sarà l’osservata speciale dei mercati. L’eventuale anticipo del voto non genera l’incertezza, ma la riduce. Tuttavia non saranno i mercati a decidere che cosa faremo, ma il Presidente della Repubblica, seguendo le procedure costituzionali. Se si vota a febbraio questo Parlamento farà la legge di bilancio. Se si vota in autunno la legge verrà votata dal prossimo Parlamento».
Ecco: «l’eventuale anticipo del voto non genera l’incertezza, ma la riduce». Per ridurre l’incertezza, si suona la campana a morto per l’esecutivo Gentiloni. Renzi, insomma, ha fretta. Gli brucia non esserci lui a palazzo Chigi; è consapevole di quanto sia vera la massima andreottiana: «Il potere logora chi non ce l’ha»; e lui di potere ha necessità urgente: il ‘giglio’ attorno a lui è appassito; i poteri reali stanno già guardando altrove. Avversari interni e nemici interni sono appollaiati in riva al fiume, in attesa. Per questo «l’eventuale anticipo del voto non genera l’incertezza, ma la riduce». Spera, si augura di essere percepito come l’unica diga possibile allo straripamento del Movimento 5 Stelle; spera, si augura chedoposi possa realizzare una coalizione con Silvio Berlusconi. Il disegno, pur negato, è questo.

Come reagisce Gentiloni? Con il suo tipico aplomb: «Non faccio barricate per restare incollato alla poltrona. Vado avanti se ci sono le condizioni, se ho ancora una maggioranza. Approvata la legge elettorale, per quanto mi riguarda, si può anche andare al voto. Se Matteo ha deciso così».
Se Matteo ha deciso così. Dal pur mite Gentiloni ci si sarebbe attesi una puntualizzazione: le Camere si sciolgono quando il capo dello Stato decide che debbano essere sciolte. Non «se Matteo ha deciso così».
Che cosa avrebbe deciso ‘Matteo’ lo anticipa Lorenzo Guerini: «E’ evidente che nel momento in cui la legge elettorale viene approvata tecnicamente è possibile andare al voto». Ecco: Guerini almeno ha l’accortezza di dire che «tecnicamente è possibile».
C’è poi un prudente Dario Franceschini, ‘azionista’ di peso all’interno del PD, che fa sapere: «Abbiamo detto a tutti che la nuova legge elettorale sarebbe stato l’atto finale della legislatura. Andare alle urne subito dopo mi sembra una cosa naturale».

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