martedì, Agosto 4

Populismo in stand by: ecco cosa dobbiamo aspettarci

0

Ieri, domenica 11 giugno, in molti comuni d’Italia i cittadini sono stati chiamati alla urne per eleggere il proprio sindaco. Al momento il risultato uscente ha mostrato la debolezza del M5S. Sicuramente è un duro colpo per il leader Beppe Grillo, al quale appare evidente più che mai la scarsa presa del Movimento nel tessuto sociale locale che, se deve votare un partito antisistema, preferisce la Lega Nord di Matteo Salvini o il Centro destra ai pentastellati.

Nello stesso giorno della amministrative in Italia, in Francia i cittadini sono stati chiamati alle urne per le elezioni legislative: il risultato mostra una Paese sempre più rassicurato dal neopresidente Emmanuel Macron. Il Partito ʹEn Marche!ʹ, infatti, ha ottenuto una vittoria schiacciante con il 32,6%, anche se l’affluenza alle urne è stata esigua. Ma ciò che interessa maggiormente è la scarsa performance del ʹFront Nationalʹ di Marine Le Pen, che ha raggiunto il 14% dei voti, con la possibilità di ottenere dai tre ai dieci seggi in Parlamento, una cifra esigua che non le permetterà di formare un fronte di opposizione convincente.

Sicuramente le elezioni legislative francesi e le amministrative italiane possono dirci tanto di ciò che accade nei due Paesi e, soprattutto, fanno comprendere come stanno rispondendo i cittadini difronte alle sempre più incalzati campagne elettorali. In questo contesto, per fare un quadro generale della politica europea e della provvisoria deriva dei partiti populisti, bisogna analizzare i risultati elettorali dei Paesi che dal dicembre 2016 a oggi hanno affrontato il caos elettorale.

In Austria, andata al voto il 4 dicembre 2016, il filo europeista ed ecologista Alexander Van der Bellen con il 53,6% dei voti ha sconfitto nel ballottaggio l’avversario populista Norbert Hofer.

L’Olanda, invece, è andata al voto il 14 marzo 2017: Il partito di centrodestra del premier Mark Rutte (Vvd) conquista 33 seggi, mentre si ferma a 20 l’avanzata dei populisti xenofobi e anti-Ue di Geert Wilders (Pvv).

In questa escalation di elezioni le più attese sono state quelle francesi: il 7 maggio, data del secondo turno elettorale, ha vinto Macron, leader di ʹEn Marche!ʹ. Anche in queste elezioni il pericolo populista ha destato molte preoccupazioni in Europa, ma al secondo turno Macron ha ottenuto il 66,10%  contro il partito di estrema destra di Marine Le Pen, che raggiunto quota 33,90%.

Sicuramente le elezioni più distruttive sono state quella anticipate in Inghilterra, indette dalla leader conservatrice Theresa May. Pochi giorni fa, l’8 giugno, la sconfitta ricevuta dai Tory è stata eclatante, tanto da far perdere la maggioranza al Governo May, che adesso rischia di non trovare alcun gruppo parlamentare in grado di sostenerla. Un altro importantissimo fatto da notare in queste elezioni è la scomparsa e la caduta del partito populista Ukip di Nigel Farage.

A questo punto non ci resta che comprendere come si stia evolvendo la ʹminaccia populistaʹ sia in Europa sia in America, che al momento vede il Presidente Trump in una situazione molto complessa legata al Russiagate.

Per fare chiarezza su cosa sta accadendo in Europa e sulle varie differenze che connotano i diversi populismi europei e americani, abbiamo chiesto il parere di Christian Blasberg, Coordinatore Accademico del Master Luiss in European Studies, ricercatore e docente di Storia Contemporanea, Scienze Politiche e Linguaggio e Cultura Tedesca all’ Università di Heidelberg, alla Upter University a Roma e per la Fondazione Luigi Einaudi a Roma.

Secondo Blasberg il populismo, in questo periodo, sta attraversando un periodo di stallo a causa dell’incapacità di questi partiti di risultare credibili, forse anche l’esempio di Brexit ha reso più cauti gli elettori che, al momento, prima di esprimere un voto di protesta pensano alle conseguenze. Un’alternativa al populismo, se non addirittura una sua diretta filiazione, potrebbe essere considerato il partito di ʹEn Marche!ʹ:

“Macron ha rifondato un nuovo Movimento che rappresenta un elemento di rottura con tutti i partiti tradizionali ed è riuscito, con queste elezioni, a rinnovare in modo credibile la classe politica. Se vogliamo estendere l’espressione di populismo potremmo dire che anche Macron fa parte di questo fenomeno populista, anche se il suo programma rappresenta un populismo evoluto e capace di dare risposte concrete ai bisogni delle persone.

Innanzitutto sarebbe opportuno capire quale sia il vero significato della parola populismo. Per alcuni studiosi la sua accezione non nasce da un concetto negativo mentre, ad oggi, connota movimenti politici inclini alla demagogia. Ci può spiegare su che basi si sostengono questi movimenti e quanto sono diversificati nei diversi Stati Europei?

Il significato della parola ʹpopulismoʹ è molto sfaccettato. I mezzi di comunicazione tendono a etichettare con questo termine tutti i partiti che cercano di allontanarsi da quella vecchia classe politica che, ormai, da tempo ha svuotato il concetto di rappresentanza. Dunque, per populismo in generale si intende un gruppo politico che si distacca dai vecchi modelli politici proponendosi come rinnovatore e rappresentante delle classi più emarginate della società. Ogni Paese è connotato da un populismo diverso: se guardiamo il M5S in Italia si capisce che questo partito non ha un elettorato eterogeneo perché raccoglie elettori scontenti che non si sentono più rappresentati dalla vecchia classe politica, sia di destra che di sinistra. Però, mentre in Francia e Inghilterra il Front National di Le Pen e l’Ukip di Farage si sono mossi essenzialmente su una linea di estrema destra, il M5S non ha le stesse connotazioni: la xenofobia e le politiche anti-migratorie del Front National francese non hanno niente a che fare con il movimento di Beppe Grillo. Il M5S, per certi aspetti, ha più elementi in comune con il programma di Macron rispetto a quello del Front National perché, esattamente come ʹEn Marche!ʹ, vorrebbe rinnovare la classe politica, allontanando i vecchi partiti. Macron, proprio come Beppe Grillo, ha aperto le porte del Parlamento a cittadini comuni estranei alla classe politica più vecchia e consolidata per creare un vero cambiamento dall’interno. Il fatto interessante è che le stesse strategie sono state usate dai due partiti con una visione politica molto diversa.

Abbiamo visto che le elezioni comunali in Italia non sono andate molto bene per il movimento 5 stelle che si è trovato escluso  dai ballottaggi principali. Perché il M5S non riesce a far presa nel contesto locale? Questa mal riuscita potrebbe mettere in discussione la forza del partito?

Il cattivo risultato elettorale nel contesto locale è dovuto alla loro linea politica sussultante. Il M5S, purtroppo, non riesce ad avere un programma organico e coerente: questo limita molto la loro credibilità. Il fatto non secondario è la loro scelta di usare i social network come garanti delle loro azioni: questa situazione rende il M5S in balia dell’elettorato che, purtroppo, è molto impulsivo e molto spesso cambia idea repentinamente. Se le persone votano per un partito di protesta è perché stanno cercando delle sicurezze e una rappresentatività che i vecchi partiti non riescono più a garantire: il limite del M5S sta proprio nella loro ambiguità che non permette loro di garantire quella stabilità che gli elettori ricercano.

Mentre in Italia abbiamo votato per le comunali, in Francia hanno votato per il primo turno delle elezioni legislative. Ciò che appare lampante è la perdita di consenso del Front National di Le Pen e il trionfo di Macron. Secondo lei i francesi hanno perso fiducia nel partito di estrema destra? Cosa sta succedendo all’interno del movimento?

Diversamente dal movimento di Macron e di Grillo, il ʹFront Nationalʹ di Le Pen è un partito molto longevo, ha quasi 30 anni. Possiamo dire che il risultato delle elezione legislative in Francia non segna una caduta vera e propria per Le Pen, infatti non è assolutamente la prima volta che il suo partito ottiene circa il 15% dei voti. Il livello di questo risultato è assolutamente nella media rispetto ai risultati che si sono susseguiti dagli anni ’90 ad oggi. Possiamo dire, quindi, che l’elettorato del ʹFront Nationalʹ rimane stabile ma, allo stesso tempo, non riesce a far presa su elettori degli altri partiti tradizionali. Ciò in cui non è riuscito il ʹFront Nationalʹ lo sta realizzando Macron che, esattamente come la Le Pen, ha creato un partito fuori dai dogmi della vecchia classe politica per rifondare e creare una nuova scena politica francese. Macron è riuscito a prendere il voto dell’elettorato scontento che aspettava da tempo un movimento come ʹEn Marche!ʹ disposto a cambiare le cose senza utilizzare la chiave più radicale, xenofoba e antieuropeista di Le Pen. Forse, se nelle elezioni francesi non si fosse presentato Macron, molto probabilmente una larga fetta dell’elettorato avrebbe votato Le Pen, perché sarebbe stata l’unica rappresentante di una politica di rottura con i vecchi schemi.

Mentre la Francia, al momento, sembra compatta più che mai, l’Inghilterra è uscita di nuovo spaccata a metà dopo le elezioni anticipate indette da Theresa May che, come abbiamo visto, non ha neanche ottenuto la maggioranza in Parlamento. Un altro grande sconfitto è il partito di Farage, ex leader del movimento populista UKIP, primo tra tutti a sostenere la campagna pro-Brexit. Come è stata possibile, in pochi mesi, l’uscita dal Parlamento di Farage? Questo voto rispecchia, in parte, il ripensamento del popolo britannico?

Bisogna dire che l’Ukip è un partito con un obiettivo molto chiaro e monotematico: l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. Possiamo dire che l’intento di Farage è andato a buon fine  visto che il Referendum per la Brexit ha ottenuto il voto favorevole dei britannici. Sicuramente i vari esponenti dell’Ukip non avevano un’idea molto chiara di come si portassero avanti le trattative e, non a caso, appena dopo l’esito di Brexit Farage è uscito di scena. Tutti i problemi che ora la Gran Bretagna sta attraversando in merito alle trattative con l’UE non hanno assolutamente interessato questo partito che, una volta ottenuto ciò che agognava, non ha neanche cercato di reinventarsi costruendosi un programma organico con nuove tematiche. Sicuramente l’elettorato che aveva votato per l’Ukip è rientrato nel vecchio schema dei partiti politici, sia laburista sia conservatore. Molto probabilmente, ad oggi, anche coloro che inizialmente hanno dato ascolto alla campagna elettorale irrazionale di Farage in questo momento stanno iniziando a comprendere le conseguenze del voto di protesta pro-Brexit e ciò si denota dal risultato elettorale di queste elezioni, che ha visto la rimonta di Corbyn e un calo forte dei conservatori rispetto alle alte aspettative. Una cosa molto interessante che connota i partiti britannici sono le forti divisioni interne, che anche nel partito conservatore creano una situazione instabile ostacolando la May e la sua leadership. Proprio per garantirsi la stabilità governativa la May ha chiesto ad un movimento non molto affidabile estremista-populista – il Partito Democratico unionista nordirlandese (DUP) che conta 10 seggi –  l’appoggio per il suo Governo. Al momento la May rischia molto perché ha messo nelle mani di un partito popilista e instabile la stabilità governativa.

Oltre che l’Europa anche l’America deve fare i conti con Trump, il demagogo per eccellenza. Nei sondaggi sembra che il consenso del Presidente americano sia fortemente in calo; secondo lei gli americani, come il resto del mondo, hanno capito il limite dei twitter di Trump?  Noi individuiamo il populismo americano in Trump ma ci sono altri populismi negli Stati Uniti?

Il sistema americano difficilmente introduce partiti terzi rispetto a quello Democratico e Repubblicano. Trump, infatti, ha raggiunto il suo successo quando si è allineato con i Repubblicani, dunque, possiamo dire che altre forze politiche sicuramente ci sono anche se non abbastanza forti per emergere tra i due grandi blocchi. Al momento gli americani stanno cominciando a notare che Trump sia in politica estera sia nelle questioni interne sta cercando di attuare il programma che era stato ideato sin dalla sua campagna elettorale: il muro tra Stati Uniti e Messico e la legge che limita il flusso migratorio sono un chiaro esempio dell’attuazione dei piani di Trump. Ovviamente molti cittadini americani stanno capendo che un conto è votare per protesta, altro, invece, è vedere questa protesta attualizzata dal Governo. D’altra parte, però, bisogna dire che  in Europa è forte l’idea di un Trump debole e in precario equilibrio, soprattutto per quanto riguarda il caso di Russiagate. In realtà cercherei di essere cauto in questo senso, perché siamo noi europei a voler vedere la figura di Trump indebolita, cosa che non è propriamente esatta: Trump in America non è così in discussione, perché il suo elettorato gli perdona un po’ tutto perché è molto insoddisfatto e desidera vedere un Presidente forte che si oppone e tiene testa al resto del mondo. A mio parere Trump riuscirà a finire il suo mandato anche se forse non sarà rieletto.

Questa crisi del populismo va vista come un’inversione di rotta permanente o provvisorio? O il populismo si sta diversificando ed evolvendo? In un contesto del genere Macron rappresenta un populismo evoluto più intelligente, più vicino alla mente che alla pancia del popolo?

Starei attento a dire che l’ondata populismi sia passata in maniere permanente: a mio parere  è una piccola pausa dovuta al quasi finito ciclo elettorale. Adesso che molte elezioni sono passate anche questo momento si sta affievolendo, ma con ciò non si può dire che questi partiti populisti abbiano abbandonato il campo perché i problemi di cui questi demagoghi si nutrono non sono scomparsi. Se ci riflettiamo bene un problema come la migrazione, sui cui molti partiti populisti giocano la propria campagna elettorale, è un fenomeno che appare e scompare, pronto a riapparire anche in maniere più forte. Anche la crisi europea, soprattutto per gli Stati del sud non è completamente esaurita, dunque questo malessere continuerà a incrementare partiti come il M5S e Lega Nord. Una mossa intelligente è sicuramente quella che ha fatto Macron: è riuscito a creare una specie di contro protesta contro il sistema in chiave europeista e molto legato al sistema francese di stampo gaullista, creato negli anni Settanta. Macron ha rifondato un nuovo Movimento che rappresenta un elemento di rottura con tutti i partiti tradizionali ed è riuscito, con queste elezioni, a rinnovare in modo credibile la classe politica. Se vogliamo estendere l’espressione di populismo potremmo dire che anche Macron fa parte di questo fenomeno populista, anche se il suo programma rappresenta un populismo evoluto e capace di dare risposte concrete ai bisogni delle persone.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore