giovedì, Ottobre 22

Populismo, al centro di un dibattito sempre vivo Nell’era di internet, quando tutti possono confrontarsi su tutto con tutti, non ci possono essere più segreti

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La furiosa polemica innescata da Michele Serra sulla relazione tra populismo, ignoranza e inciviltà (Nessuno (o quasi) è d’accordo con quello che Michele Serra ha scritto sui bulli, AGI, 21 aprile 2018) ci rimanda a una discussa immagine condivisa da Hillary Clinton attraverso twitter.

Il giorno del suo compleanno, la candidata democratica era così sicura di diventare presidente da congratularsi con se stessa da ragazzina per essere riuscita a diventarlo, condividendo una foto di tanti anni prima.

Come Serra – che alle primarie americane, per sua stessa ammissione, avrebbe votato la Clinton, non Sanders (Amaca, 3 marzo 2016), che alle politiche ha votato la ultraclintoniania Bonino e che alla prossima tornata elettorale sarebbe orientato a votare Carlo Calenda –, anche la Clinton si è trovata a menare fendenti alla cieca contro il popolino ignorante e ingrato (Donne bianche e tute blu: le chiavi del successo di Trump, la Stampa, 10 novembre 2016), per poi, analogamente, cercare di contenere i danni della reazione popolare (Hillary Clinton says she never meant to cause offence by claiming white women voted Republican because of their husbands, Telegraph, 18 marzo 2018), incolpando l’egemonia culturale della destra per delle reazioni percepite come atti di lesa maestà.

Il fatto è che vengono attaccati da destra come da sinistra, su basi libertarie (assertività contro subalternità e dipendenze) e socialiste (cooperazione contro partitocrazia).

Le fiammate libertarie e socialiste sono le risposte (“populiste”) alla falsificazione operata dal liberalismo di destra e di sinistra che si richiama a valori universali per puntellare lo status quo a detrimento del resto della popolazione.

Questa è la vera mistificazione che invece Serra imputa ai populisti: «un’operazione consolatoria, perché evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari».

La morale che ne trae Serra nella seconda parte del suo articolo è quasi ovvia. I ceti popolari, ignoranti e frustrati, sono la facile preda di un populismo mistificatore. E d’un tratto tutto diventa chiaro: la borghesia ben educata, colta e rispettosa delle regole, da Milano a Roma, vota in maggioranza PD. La teppa aggressiva e maleducata, “impreparata alla vita”, invece, vota male. La plebe ignorante che, con orrore dei benpensanti alla Serra, tiene in ostaggio il paese: avessero studiato, fossero cittadini migliori, voterebbero anche meglio (Serra, la scuola e il populismo, MicroMega, 24 aprile 2018)

Non è colpa nostra, sei tu che non voti correttamente perché non ci arrivi.

E se ci tocca prenderci la briga di tornare a chiarire i nostri argomenti è, ancora una volta, perché non sei attrezzato ad afferrarli, non perché magari avevamo torto.

Leggiamo anche le parole di elogio di Hillary Clinton, teoricamente paladina delle donne latine e afroamericane, verso il defunto senatore Robert Byrd, membro del Ku Klux Klan per 10 anni della sua vita, fino a che non divenne sconveniente esserlo, segregazionista fino a che non divenne sconveniente esserlo e razzista fino a che non divenne sconveniente manifestarlo: «È quasi impossibile immaginare il Senato degli Stati Uniti senza Robert Byrd. Non era solo il membro più longevo, era il suo orecchio, la sua anima e il suo storico. Dal mio primo giorno al Senato, ho cercato la sua guida, ed è sempre stato generoso con il suo tempo e la sua saggezza. Ammiravo la sua instancabile difesa dei suoi elettori della West Virginia, la sua accanita difesa della Costituzione e le tradizioni del Senato e la sua passione per un governo che migliori la vita delle persone che serve».

Pensiamo, ancora, al bullismo istituzionale dei politici che da un lato, lungi dall’attenersi a principi di rispetto, equilibrio, saviezza e comprensione, si abbandonano alla peggiore macelleria sociale (sempre “loro malgrado”, “con l’amaro in bocca” e solo perché “ce lo chiedono le autorità internazionali”) e dall’altro definiscono “gufi”, “palude”, “professoroni”, “seminatori di odio”, “deplorevoli” (Hillary Clinton), “sdentati” (François Hollande) chiunque si opponga o sia vittima del pensiero egemone social-darwinista globalista.

Ebbene, domando ai lettori, chi ha tradito chi?

Chi ha votato male e chi vota consapevolmente?

Serra non sembra capire che per la maggior parte delle persone la vita è anche troppo gravida di spiacevolezze, sgradevolezze, ansie, tensioni, traumi, abusi e tribolazioni assortite e che, nei fatti, il liberalismo di destra ha moltiplicato le dipendenze dei singoli rispetto al privato e quello di sinistra ha fatto lo stesso nei confronti del settore pubblico.

Il liberalismo di destra-sinistra viene ormai inteso come un giogo, non la strada maestra verso una società libera, prospera, dignitosa, sana e sicura; come espressione di un’ideologia che addestra le nuove generazioni a bearsi in una Sindrome di Stoccolma per cui gli oppressori e gli immobilisti sociali vanno stimati e usati come modelli virtuosi, mentre devono essere demonizzati e isolati politicamente e socialmente i critici del sistema che cercano di incitare nelle persone una mentalità vincente e assertiva invece di restare prigioniere di una vittimocrazia che deprime l’autostima e lo spirito di iniziativa e alimenta un risentimento impotente.

Serra non fa altro che attestare il fallimento di un centrosinistra elitario e identitario – scimmiottamento del partito democratico statunitense – che, stando ai vari rapporti ISTAT, ha contribuito a creare un paese diseguale, a bassa crescita, scarsa mobilità sociale e con un numero enorme di poveri: un risultato che rispecchia quello di Obama negli Stati Uniti. Per di più, da noi, non si puniscono i crimini dei colletti bianchi.

Il liberalismo ha ristretto i margini di libertà invece di espanderli, ha accresciuto la disuguaglianza invece di comprimerla.

Il liberalismo non è né di destra né di sinistra, ma si spaccia per entrambi, parassitando i rispettivi brand.

Lui non se n’è reso conto perché, egotisticamente, preferisce credere che ciò che lo avvantaggia sia anche moralmente giusto e nell’interesse di tutti, ma l’opinione pubblica lo sta in gran parte capendo: vota di conseguenza; s’indigna di conseguenza.

La gabbia cognitiva del politicamente corretto (la “psicopolizia” orwelliana) sta entrando in crisi irreversibile e le “classi subalterne” hanno scoperto di non aver bisogno di maître à penser, perché hanno una loro testa con cui pensare, accesso diretto alle fonti primarie per verificare come stanno le cose, forum su cui confrontarsi ed esaminare le varie tesi e argomentazioni a sostegno.

Hanno altresì scoperto che gli intellettuali classici non sono in grado di leggere il presente e anticipare il futuro. Perciò si pensa di più con la propria testa e di meno con la tessera di partito, quotidiano, colore della pelle, categoria sociale, ecc.

Se questo è populismo, allora per molti sarà motivo di vanto, non certo di vergogna. Come spiegava Kant nel 1784: «L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo».

I populisti occidentali non possono in ogni caso essere ridotti a stereotipi pseudo-razziali da tassonomia antropologica ottocentesca (sdoganata dal politicamente corretto) come “maschi arrabbiati”, “contadini ignoranti”, “razzisti patologici” (M5S è il partito più votato tra i laureati, manager e imprenditori, 7 marzo 2018; The Great Revolt: Inside the Populist Coalition Reshaping American Politics, 2018).

Hanno vinto perché hanno scoperto di poterlo fare. Continueranno a farlo.

Al contrario Hillary Clinton e Michele Serra, molto semplicemente, non pensavano di poter perdere, di trovarsi non solo minoranza nel paese, ma anche con scarse chance di riprendere in mano il timone.

L’attuale gruppo dirigente dei democratici statunitensi e italiani è stato sconfitto ripetutamente, a livello locale, statale, nazionale e referendario.

Quasi certamente i democratici USA perderanno perfino le elezioni di metà mandato, quelle in cui in genere l’elettorato premia l’opposizione per garantire equilibrio. Tuttavia non sono soltanto i risultati elettorali e i sondaggi a dirlo, bensì le tendenze più profonde.

Il futuro del Pd sembra sempre più vincolato alla figura del pariolino Carlo Calenda (Calenda is in the air, L’espresso, 20 aprile 2018), un politico che sta molto a cuore a Michele Serra (Se non esiste una corrente calendiana, è ora di fondarla), ma non si discosta per nulla dallo stereotipo radical-chic che sa tanto di fregatura ma che il Pd continua protervamente a cercare di piazzare tra i suoi elettori: Da una parte la Roma sbracata degli studenti IPSIA o, metti, del “Nautico”, per i quali Fiumicino è sinonimo di fritto di paranza con gli amici della palestra sotto casa. Dall’altra, proprio la Roma appunto dell’aoristo: eleganza, flemma, mai un’esclamazione, un “cazzo!” fuori posto (L’irresistibile ascesa di Carlo Calenda, il figlio della Roma bene che vince sempre, Linkiesta, 9 gennaio 2018).

L’ultraprogressista Silicon Valley, modello per ogni plaga e stagione, è ormai un calderone di corruzione e malaffare (The Ugly Unethical Underside of Silicon Valley, Fortune, 28 dicembre 2016) e censura totalitaria (Controlling the Web Is the Dream (and the Nightmare), Bloomberg, 22 marzo 2018).

La propaganda anti-indipendentista sui principali media liberal-progressisti spagnoli, come El País, ha raggiunto picchi definiti, da un’analisi tecnica redatta per il parlamento britannico, eccezionalmente ingannevoli (Un informe para el comité británico sobre ‘fake news’ tumba la teoría de la “injerencia rusa” en la crisis catalana, La Vanguardia, 20 aprile 2018).

Infine Wikileaks e Assange saranno presto al centro di una tempesta legale che si abbatterà sui democratici statunitensi in conseguenza della loro arrischiata iniziativa di mettere il bavaglio all’informazione e alle gole profonde a colpi di azioni legali (I democratici fanno causa a Russia, Trump e WikiLeaks, America 24, 20 aprile 2018). Questo il primo commento di Wikileaks: “I democratici stanno facendo causa a WikiLeaks e JulianAssange per aver rivelato come il DNC [direttivo del partito democratico USA]abbia truccato le primarie democratiche. Non abbiamo mai perso una causa e la discovery sarà incredibilmente divertente”.

La difesa sarà in grado di far deporre sotto giuramento Hillary Clinton, Obama e chissà quanti altri.

La partita inizia in salita, per i democratici, dal momento che Elizabeth Warren, una delle principali esponenti di partito, nonché sostenitrice di Hillary Clinton, si è già dichiarata d’accordo con la tesi della manipolazione della primarie per arrestare l’ascesa del populista socialista Bernie Sanders (Elizabeth Warren agrees Democratic race ‘rigged’ for Clinton, BBC, 3 novembre 2017).

Donna Brazile, presidente ad interim del Comitato nazionale democratico tra 2016 e 2017, la pensa alla stessa maniera (Elizabeth Warren and Donna Brazile both now agree the 2016 Democratic primary was rigged, Washington Post, 2 novembre 2017).

Il messaggio lanciato dal partito democratico americano con questa mossa è che Wikileaks va condannata per aver sottratto loro il diritto di mentire sull’orchestrazione truffaldina delle primarie.

Si tratta di un suicidio politico da parte del partito di riferimento del progressismo liberale internazionale e non potrà non avere ripercussioni anche in Italia. Il tutto succederà in tempo per le elezioni di metà mandato, a novembre.

Hanno pensato di poter mungere ulteriormente il Russiagate in vista delle elezioni per il rinnovo del Congresso ma l’effetto boomerang sarà catastrofico.

Dev’essere chiaro che la destra liberale si estinguerà alla stessa maniera, per le stesse ragioni, localmente e internazionalmente.

È un mondo di pratiche e pensieri superati, novecenteschi, evolutivamente giunto al capolinea in un tempo in cui le classi subalterne non ne possono più di essere prese in giro e socialmente congelate, e hanno trovato degli eroi che trascendono le categorie della destra e della sinistra, essendo accomunati dal desiderio di informare le masse di quel che si decide alle loro spalle: figure e organizzazioni come Assange, Wikileaks, Transparency Toolkit, Edward Snowden, Chelsea Manning, i Cypherpunk.

Più importante ancora sarà il ruolo di tutte quelle formazioni politiche né di destra né di sinistra che stanno proliferando in Europa (N.B. lo stesso Trump sta smantellando non solo i democratici ma anche i repubblicani che l’hanno portato alla Casa Bianca: l’era del duopolio onnipervasivo è comunque al crepuscolo) e che esigono la massima trasparenza dalle autorità. Per non parlare di quegli avvocati specializzati in azioni collettive che si trovano sempre più nella posizione di smantellare giganteschi monopoli (es. Facebook).

Nell’era di internet, quando tutti possono confrontarsi su tutto con tutti, non ci possono essere più segreti. Prima o poi meschinità, reati e cospirazioni affiorano, perché qualcuno vuota il sacco o riferisce una confidenza.

Siamo a una svolta storica nell’evoluzione della civiltà umana.

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