giovedì, Agosto 6

Pop Palestine: viaggio nella cucina popolare palestinese Il libro di Abuhamdiya e Chiarantini racconta la cultura e le tradizioni culinarie della Palestina

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Un ricettario e un viaggio alla scoperta della cucina popolare palestinese. Ma anche una raccolta di racconti di vita sotto occupazione, ricordi di mercati variopinti e affollati, profumi di spezie, caffè al cardamomo e tè alla menta. Questo e molto altro è racchiuso e descritto nel libro “Pop Palestine. Viaggio nella cucina popolare palestinese.Salam cuisine tra Gaza e Jenin” (Stampa Alternativa, 2016), scritto a quattro mani da Fidaa Abuhamdiya e Silvia Chiarantini.

Com’è nata l’idea del volume? «L’idea – risponde Abuhamdiya, chef e blogger palestinese – è stata quella di documentare il film “Pop Palestine. Salam Cuisine da Hebron a Jenin”, un viaggio nella cucina palestinese che ho fatto insieme a quattro amici fiorentini: Silvia, che ha scritto il libro con me e ha una passione per la Palestina e la nostra cucina, un collega di lavoro di Silvia, un cuoco e una fotografa».

Fidaa ha studiato Scienze e Cultura della Gastronomia e della Ristorazione all’Università di Padova:«Ho deciso di venire in Italia perché mi affascina la vostra cultura, in particolare quella del cibo. Prossimamente presenterò il libro in varie località, la prima data sarà il 6 giugno a Roma con cena palestinese e presentazione del volume, poi andrò a Bologna, Milano, Trieste, Napoli e in altre città».

La tradizione culinaria e i piatti tipici rappresentano il cuore del volume ma sono anche un intelligente escamotage per parlare della situazione politica, della cultura e dell’umanità del popolo palestinese. Come ricorda nella prefazione Daniele De Michele Don Pasta, «questo libro è talmente immerso tra le storie che le ricette sono un momento di tregua, di pace prima della tempesta, dolce, malinconica, poetica tempesta, che questi avventurosi compagni di viaggio ci hanno regalato».

La Palestina è spesso sinonimo di guerre, bombardamenti e tragedie. Il libro di Abuhamdiya e Chiarantini non nega questa realtà ma propone un’altra narrazione, che entra nella vita delle persone rivelandone gli aspetti meno conosciuti e forse per questo più interessanti. «Parlare della Palestina – si legge nella prefazione – è un non senso, non ne parla nessuno in questi termini, a pochi viene in mente di considerarla una meta turistica, nessuno immagina che ci sia una vita oltre la guerra, che esista una cucina che non sia da campo».

Il libro racconta la Palestina attraverso una serie di espedienti narrativi geniali: le ricette, i viaggi, i sorrisi, le cose belle: «E ci si ritrova piano piano immersi in un mondo inesplorato fino ad allora che diventa familiare, appassionante, pieno di umanità, di storie, di profumi». Entrando nelle cucine si assaporano le specialità gastronomiche e si apprezza l’abilità delle cuoche, degli chef e dei venditori di strada: «Ci si dimentica allora delle ingiustizie, del fatto che quello è un luogo di deprivazione delle più semplici forme di diritto umano, ci si dimentica del processo storico assurdo che ha portato un popolo intero a scomparire, dileguarsi, perché gli equilibri del mondo non riuscivano ad assumersi le responsabilità della loro storia, dei colonialismi, dei nazismi, degli interessi economici, delle spartizioni territoriali».

La cucina palestinese, spiega Abuhamdiya, varia da una città all’altra, da un villaggio all’altro e anche da una casa all’altra: la Palestina è piccola ma molto ricca. I piatti più famosi sono la “maqlouba”, che significa “la rovesciata” ed è composta da carne, verdure e riso, e il “musakhan”, a base di pollo, cipolle, pane e sommacco, più diffuso nelle città del nord. Un’altra specialità, preparata per le feste, è il “mansaf”, che mescola carne, riso e jamid (ingrediente a base di yogurt e sale essiccato al sole).

Si tratta di piatti semplici e saporiti. Gli ingredienti che vengono utilizzati sono i cereali, la carne, le verdure e l’olio d’oliva. Nulla di inusuale per i gusti degli occidentali, a parte alcune spezie come il sommacco.

La cucina è una componente molto importante della cultura e dell’identità palestinese. Di solito la Palestina assurge all’onore delle cronache quando si parla di campagne militari, morte e sofferenze. Secondo Abuhamdiya, «far conoscere la cucina palestinese contribuisce a difendere l’identità del nostro popolo oppresso dall’occupazione israeliana, che ci ha preso tutto, anche la cultura. È un modo per raccontare il legame tra i palestinesi e la loro terra, perché i piatti che si trovano sulle nostre tavole sono la trasformazione degli ingredienti che provengono dalla terra».

Il viaggio ha portato Fidaa Abuhamdiya, Silvia Chiarantini e i loro compagni di avventure a visitare il memoriale, la tomba e il museo dedicato al grande poeta e scrittore palestinese Mahmoud Darwish, che si trova su una collina di Ramallah. Un edificio in stile moderno, di pietra chiara, circondato da un verde parco. Un luogo suggestivo, di pace e di cultura. Il capitolo dedicato a Ramallah, capitale politica e amministrativa dei Territori Palestinesi, si conclude con i versi evocativi e malinconici di Darwish:

«Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,

non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,

non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,

coloro che mungono le nuvole.

mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,

non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,

coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,

coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,

e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio».

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