lunedì, Agosto 3

Polonia, polemiche intorno alla legge sulla Shoah Brexit, nuovo scontro sui diritti tra GB e UE. Catalogna, Puigdemont rimane il candidato alla presidenza

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E’ polemica in Europa dopo la decisione del Senato polacco dominato dal partito conservatore Diritto e giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski di dare l’ok alla controversa legge con la quale si può condannare fino a 3 anni di prigione coloro che attribuiscono alla nazione o allo stato polacco la corresponsabilità per la Shoah oppure negano i crimini compiuti durante la guerra contro i polacchi da parte dei nazionalisti ucraini. L’espressione ‘campi polacchi’ riferita ai lager nazisti è una «spregevole diffamazione che danneggia il buon nome e gli interessi della Polonia» commenta l’ex premier di Varsavia e ora presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, ma la legge approvata dal Parlamento polacco ha avuto l’effetto di «promuovere questa vile calunnia in tutto il mondo, efficacemente come nessuno ha mai fatto prima».

Il ministro israeliano Yoav Gallant l’ha definita «un caso di negazione della Shoah. La memoria dei sei milioni di ebrei uccisi è più forte di qualsiasi legge. Proteggeremo la loro memoria e faremo nostra la lezione: la capacità di difenderci da noi stessi». Gli Usa hanno chiesto alla Polonia di ripensarla. Lo ha detto la portavoce del dipartimento di Stato americano Neather Nauert, secondo la quale la legge sulla Shoah potrebbe nuocere alla libertà di parola e alle relazioni strategiche.

Ancora caldo il tema della Brexit. La premier britannica Theresa May ha confermato che si opporrà alla proposta che prevede di concedere i diritti legati alla residenza nel Paese ai cittadini europei durante il periodo di transizione. Deve esserci una differenza di trattamento tra coloro che arrivano dopo che il Regno Unito sarà uscito dall’Unione Europea e coloro che arrivano prima, ha detto la premier. Dalla Ue intanto Guy Verhofstadt, leader dei liberali europei ed emissario del Parlamento di Strasburgo nei negoziati per la Brexit, fa sapere che «i diritti dei cittadini Ue durante il periodo di transizione non sono negoziabili».

Andiamo in Catalogna, perché tre leader indipendentisti in carcere preventivo a Madrid da tre mesi per avere portato avanti il progetto politico dell’indipendenza denunceranno la Spagna all’Onu. Si tratta di Oriol Junqueras, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, che hanno incaricato un avvocato britannico esperto in diritto internazionale di presentare una denuncia davanti al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu per violazione della Dichiarazione universale dei diritti umani. Nel frattempo il presidente del Parlament catalano Roger Torrent ha detto che Carles Puigdemont «è, e rimarrà il candidato alla presidenza della Generalitat» anche dopo il rinvio martedì del voto di investitura.

Il 2018 l’anno «dell’inizio della fine della transizione per la Libia». Così il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano in conferenza stampa a Mosca con l’omologo russo Serghei Lavrov. «Ghassan Salamé lavora da tempo per una conferenza internazionale sulla Libia e arrivare allo sbocco delle libere elezioni: l’Italia, la Russia l’Ue e tutta la comunità internazionale sono unite nel sostenere la visione dell’Action Plan», ha detto Alfano.

Andiamo in Siria, perché è di oltre cento civili uccisi il bilancio dei morti nell’enclave di Afrin, dal 20 gennaio oggetto dell’offensiva turca e delle milizie arabo-siriane. Lo ha riferito in un comunicato la direzione dell’ospedale di Afrin.

Almeno altre cinque fosse comuni esistono nel nord dello stato Rakhine, da dove oltre 650mila musulmani di etnia Rohingya sono fuggiti lo scorso agosto. A dirlo un’inchiesta dell’Associated Press, secondo cui un massacro è avvenuto nel villaggio di Gu Dar Pyin, per un bilancio stimato tra le 75 e le 400 vittime.

Passiamo alla Germania, perché i canti antisemiti sono costati a Udo Landbauer, leader regionale dell’FPOE, la candidatura alle elezioni in Bassa Austria. Lo ha reso noto Johanna Mikl-Leitner, dell’Oevp. Al suo posto sarà presentato Gottfried Waldhaeusl.

Dietrofront in Turchia, perché il presidente di Amnesty International, Taner Kilic, che ieri era stato scarcerato, dovrà restare in carcere. Lo denuncia la stessa ong, che nelle scorse ore aveva segnalato ostacoli all’esecuzione del provvedimento di rilascio di Kilic.

In Nigeria, 5 persone sono morte e altre 39 sono rimaste ferite in seguito a un attacco kamikaze da parte di due attentatori contro un campo profughi a Dalori, nello Stato del Borno.

Chiudiamo con il Kenya, perché l’Alta Corte ha ordinato al governo di riaprire le emittenti televisive che erano state oscurate per impedire la trasmissione di un giuramento presidenziale del leader dell’opposizione, Raila Odinga.

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