sabato, Luglio 20

Polonia: nuovi problemi nell’est dell’UE

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La conferma del polacco Donald Tusk alla Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea ha ottenuto il voto favorevole di tutti gli Stati membri; tutti eccetto uno: la Polonia.

Da giorni il Governo di Varsavia aveva fatto pressioni perché alla guida del Consiglio non fosse riconfermato Tusk. Era stata addirittura proposta una candidatura alternativa, quella di un altro polacco appartenente allo stesso Partito Popolare Europeo: il Vice-Presidente Jacek Saryusz-Wolski.

La reazione dei vertici del PPE è stata dura: non solo la proposta è stata rifiutata, ma Saryusz-Wolski è stato espulso dal partito perché l’accettazione della candidatura da parte sua è stata ritenuta un comportamento scorretto e sleale.

Ma perché proprio la Polonia è così contraria alla candidatura di un polacco alla Presidenza del Consiglio dell’UE? E cosa comporterà questa rottura tra Varsavia e Bruxelles? Come influirà sul rapporto tra l’Unione e il Gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia)?

Ne abbiamo parlato con Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale ed esperto conoscitore delle vicende dell’area orientale dell’Unione Europea.

Ci può spiegare le radici del contrasto tra Donald Tusk e il Governo polacco?

Il contrasto si è venuto a creare da pochi anni. Intanto, dall’anno scorso è cambiato il Governo: da un Governo del movimento Piattaforma Civica, di cui Tusk era esponente, si è passati al Governo dell’unico Kaczyński rimasto, Jarosław, che è presidente del partito Diritto e Giustizia. Il contrasto è sia personale, perché l’attuale Presidente  Kaczyński incolpa l’ex-Primo Ministro Tusk di essere complice della caduta dell’aereo in cui viaggiava suo fratello, sia politico, perché si tratta di partiti diversi: Tusk più europeista e più attento ai segnali europei, soprattutto dopo aver passato molti anni come Presidente del Consiglio Europeo, e dall’altra parte l’attuale Governo polacco che l’anno scorso si è schierato, assieme agli altri Paesi di Visegrád (anche se più moderatamente), contro i ricollocamenti dei migranti e ha fatto fallire la politica auspicata dall’Europa e che, adesso, voleva spingere un suo uomo.

È interessante notare che la persona proposta dal Governo polacco non è né anti-europea né euro-scettica: è una persone che è rimasta sempre ai margini ma che ha lottato per portare la Polonia in Europa. Questo ci dà l’idea di quanto la Polonia abbia due facce: da un lato non vuole applicare delle politiche europee ed è in fortissimo contrasto con l’attuale Commissione, e dall’altro è un Paese che da sempre è stato europeista ed ancora continua a pensare che senza l’Europa starebbe male; un tempo voleva anche l’euro, adesso non lo vuole più. In ogni caso non è contro l’Europa, bensì contro questa attuale configurazione di poteri che, secondo loro, è troppo invasiva: è troppo un’Europa della Commissione e troppo poco un’Europa degli Stati.

 

Quale è attualmente la situazione in Polonia, dal punto di vista politico e sociale?

La situazione è tesa ormai da diverso tempo perché il Governo conservatore che è attualmente in carica, appena arrivato, ha adottato una serie di politiche che puntavano a fare tabula rasa di ciò che aveva fatto il precedente Esecutivo. Questo è stato fatto in primo luogo dal punto di vista giuridico e costituzionale, quindi ha cercato di nominare i propri Giudici Costituzionali in gran parte uscendo dal seminato e venendo bacchettato dalla Corte Costituzionale; in secondo luogo le politiche conservatrici che stanno mettendo in atto su quasi tutto il fronte sono problematiche nonostante il Paese sia fondamentalmente conservatore in quanto fortemente cattolico: ci sono state le grandi proteste sul diritto d’aborto ed il tentativo di restrizione da parte del Governo che, poi, ha fatto marcia indietro per riproporla quasi invariata. Ultima cosa, ma importantissima, la questione dei media, ovvero il tentativo di arrivare ad un controllo sempre più stretto dei media: non a caso la Commissione Europea, e questo è un po’ il pomo della discordia, l’anno scorso ha avviato la prima procedura di infrazione, nella storia dell’Unione Europea, sullo stato di diritto. Si tratta di una cosa nuova, prevista dal Trattato di Lisbona, che non era stata applicata neanche quando Orban è salito al Governo in Ungheria. La Polonia sta tentando di far passare una norma che permetterebbe al Governo di avere un certo controllo su quali Giudici Costituzionali debbano essere selezionati: l’accanimento sul sistema giudiziario rappresenta, per l’Unione, una violazione dello stato di diritto. Quando Orban è andato al potere ci sono state proteste politiche, ma non c’era stata nessuna reazione tradotta in azioni effettive: il Governo polacco si chiede perché ci siano stati trattamenti differenti e, comunque, ritiene la cosa un’ingerenza in problemi che non riguardano l’Unione.

 

Questo scontro sembra non riguardare solo la politica interna polacca ma si inserisce in uno scenario più ampio: quale è, in generale, il rapporto tra Polonia e Unione Europea?

È un rapporto che si è andato incrinando e adesso si è fatto teso.

È indice di questo fatto proprio il fatto che ieri, quando Tusk è stato rieletto, tranne la Polonia tutti i ventisette Paesi, persino il Regno Unito, hanno votato a favore della rielezione di Donald Tusk: anche i Paesi alleati della Polonia, quelli del Gruppo di Visegrád, hanno votato a favore. La Polonia è rimasta isolata.

Quindi sono rapporti tesi con la Commissione Europea e, in parte, sono rapporti tesi con tutti gli altri Stati europei. D’altronde, la Polonia resta un Paese che non vuole uscire dall’Europa, bensì vorrebbe reimporre la propria immagine di Europa contro questa Europa che, secondo loro, è troppo ingerente e non li rappresenta. Ad esempio, sulle politiche energetiche l’Unione vorrebbe andare verso politiche meno carbonifere, però la Polonia ha tanto carbone e vuole usarlo.

Sottotraccia, la Polonia vuole l’Europa, ma vuole cercare di reinterpretare l’Unione in modo proprio: questo rende i rapporti molto difficili. Questo vale un po’ per tutti i Paesi dell’Est-Europa: tutti gli Stati, in Europa, vorrebbero tirare l’acqua al proprio mulino.

A differenza che per il Regno Unito, che dall’Europa ha ottenuto tanto perché è un Paese molto importante che non volevamo far scappare (ad esempio, nonostante non siano entrati nella zona euro, più del 90% delle transazioni sui derivati dell’euro ancora adesso sono a Londra e non a Francoforte), questi piccoli Paesi, che in un primo momento guardavano all’Europa come un sogno, dopo essere riusciti ad entrare negli anni 2000 hanno visto che c’erano comunque delle differenze nette con i Paesi della parte occidentale. I Paesi occidentali hanno motivato il processo di allargamento dicendo che, se si fossero armonizzate le legislazioni orientali verso i modelli degli altri membri dell’Unione, sarebbe stato un bene per tutti e, dopo queste modifiche, l’ingresso in Europa sarebbe stato garantito: è stato un po’ un gioco del bastone con la carota per convincere i Paesi orientali a fare delle riforme importantissime, ma questi, una volta dentro, si sono accorti che le impostazioni politiche restavano diverse e, ogni volta che scoppiava una crisi, c’erano impostazioni diverse sul come risolverla. In secondo luogo, questi Paesi non volevano fare quello che avremmo voluto che facessero; una volta entrato, però, è molto più difficile influenzare le posizioni di un membro: una volta che si è membri a pieno titolo, si hanno gli stessi diritti degli altri.

 

Attualmente si è venuto a creare una questo asse tra il Gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia,) e Bruxelles: quali sono le ragioni storiche, politiche ed economiche della contesa?

Direi che i Paesi post-sovietici, anche quelli che non facevano effettivamente parte dell’Unione Sovietica ma che erano in quel blocco, all’inizio hanno faticato molto ad uscirne. Le liberalizzazioni che sono state imposte hanno avuto degli effetti importanti di redistribuzione di reddito e, se è vero che hanno fatto partire parecchio la crescita economica (la Polonia è uno dei Paesi che, anche durante la crisi dell’euro-zona degli ultimi anni è cresciuta di più), non hanno però intaccato una cultura dell’uomo forte che si pensava finita con la fine dell’era sovietica e che invece è ritornata ed è rimasta proprio incardinata in questi sistemi. Se adesso andiamo a vedere i quattro leader del Gruppo di Visegrád, come anche quelli di Romania, Bulgaria e Balcani, ci sono soprattutto “uomini forti”. È una sorta di culto della personalità sottotraccia: sono dei leader che impongono una visione personalistica del partito. A volte, quando domina un partito europeista, questa cosa passa un po’ in secondo piano: quando Tusk era al Governo ci sembrava, non soltanto che la Polonia crescesse, ma che stesse diventando sempre più liberale; adesso, invece, ci accorgiamo che c’è Orban in Ungheria, c’è Szidło con Kaczyński in Polonia, c’è Sobotka in Repubblica Ceca: tutti questi Paesi hanno delle figure che, non soltanto governano in maniera abbastanza personalistica, ma non vengono trattenuti dalle istituzioni dello Stato. Facendo un paragone con l’Italia, Berlusconi personalizzava molto la politica, ma poi aveva tanti ministri che tiravano dalla loro parte; in questi Paesi, invece, si agisce come blocco compatto e quindi, alla fine, viene fuori questa immagine del monolite che si contrappone all’Europa

 

In questo discorso si inserisce anche la discussione sulla deriva populista di molti Paesi: pensa che la rottura tra Varsavia e Bruxelles possa dare nuova linfa ai movimenti anti-europeisti che proliferano in quelle aree?

È interessante notare come ci siano diversi tipi di populismo ed è anche difficile definire che cosa significhi populismo: personalmente preferisco il termine “partiti anti-establishment”, partiti che sono nati dicendo che i partiti attuali, tradizionali, sono corrotti e che c’è bisogno di una rivoluzione, più o meno gentile.

Ciò detto, all’interno di questa etichetta si possono trovare molte diverse cosa: si tratta di un’etichetta molto elastica che si appiccica a tutto. Secondo me bisogna distinguere: c’è un certo populismo nazionalista, quello che prima era appannaggio solo di Orban, che dichiarano di dover salvare il popolo e la nazione, e a cui possiamo accostare anche Le Pen e Wilders.

Poi esiste un populismo di sinistra che abbiamo visto incarnarsi in Spagna con Podemos e in Grecia con Syriza.

Infine c’è il caso italiano. La Lega Nord che non è neanche tanto populista: ha un leader che attacca sempre su posizioni populiste ma, nel passato del partito, ogni volta che c’è stato un centro-destra al Governo, la Lega non è mancata. Invece il Movimento 5 Stelle è un partito di opposizione pura, ma con una vocazione maggioritaria perché ha preso il 30%.

Quindi possiamo vedere come lo spazio dei partiti anti-establishment in Europa sia molto largo: in tutti i Paesi, c’è un’ascesa più o meno drammatica di questo tipo di sentimento anti-governativo e di insoddisfazione delle persone che quindi si rivolgono a soggetti politici nuovi che dicono di voler mandare a casa i vecchi maggiorenti.

Orban è stato un po’ un iniziatore. Penso però che Orban sia lì da solo: c’era prima e ci sarà dopo perché figure del genere ci saranno sempre in quella parte d’Europa. In Europa occidentale si sta avendo una sorta di contagio dovuto all’insoddisfazione.

Tra tutte le spie di questo fenomeno, credo che il contrasto tra Polonia ed Europa sia una delle meno preoccupanti perché si schiaccia nel mezzo di tante altre grosse: dalla Brexit al fatto che lo stesso Trump abbia rivoluzionato il modo in cui i partiti nazionalisti, qui in Europa, stanno all’opposizione e guardano alla possibilità di arrivare al potere.

Il fatto che l’Europa si sia affidata a queste figure un po’ tecnocratiche rende il dibattito politico poco interessante per la popolazione: se si chiede per strada chi è Tusk, metà delle persone probabilmente non saprà chi è, però se chiedi di Salvini o Le Pen sapranno chi sono. È il sintomo di un’Europa spaccata. Non sorprende ma è un peccato che accada con la Polonia perché, tra i Paesi di Visegrád, fino a poco tempo fa era stato quello più amico dell’Unione: c’era Tusk al Consiglio Europeo quindi la Polonia era felice di avere un polacco in quel ruolo; in più, quando tempo fa si era discusso di ricollocamenti dei migranti, la Polonia aveva detto sì… poi a ottobre 2015 sono andati a votare, è cambiato il Governo e la decisione è stata ribaltata. Questo è un simbolo importante perché la Polonia è il Paese più grande dell’Est-Europa ed è il Paese guida della regione con quaranta milioni di persone: dove va la Polonia vanno gli altri. Inoltre è un Paese che sta crescendo tanto.

 

Quali scenari possono aprirsi per il futuro nel rapporto tra Unione Europea e i Paesi del Gruppo di Visegrád?

Purtroppo dipenderà da molti fattori che non sono neanche legati ai soli rapporti tra l’Unione Europea e questi Paesi ma anche ai rapporti tra Unione Europea e Regno Unito, sperando che l’Unione Europea resista ancora per un annetto a questa recente ondata di anti-europeismo.

Per adesso penso che lo scenario sia un po’ tetro: i Paesi dell’Est-Europa paradossalmente sono quelli che sono schierati contro il modello “a più velocità” perché, anche se la cosa dovrebbe andargli bene sulla questione delle migrazioni, si sentono traditi e lasciati indietro da un’Europa che gli aveva invece promesso che avrebbero trovato uno spazio di cooperazione comune sempre. Vogliono quindi andare avanti tutti assieme sempre, soltanto non sul tema dell’immigrazione.

In questo scenario, però, la Commissione Europea ha bisogno di questi Paesi perché, di fatto, se su alcune politiche hanno quasi rischiato di distruggere l’Unione Europea, ad esempio sulla questione delle migrazioni, da un altro punto di vista, sono Paesi molto europeisti: se si chiede alle persone, la stragrande maggioranza, ben più del 50%, si dichiarerà a favore dell’Unione. In uno scenario in cui persino in Italia, uno dei Paesi più europeisti fino a dieci anni fa con il 70-80% della popolazione favore dell’Europa, oggi si è ribaltata la situazione, loro sono fondamentali per la Commissione. Nonostante ciò, hanno tante vertenze: quella sullo stato di diritto in Polonia e la questione dei ricollocamenti dei migranti per tutti.

I rapporti restano tesi, ma non sono univoci. Questo è importante perché, sebbene lo scenario sia di tensione, in realtà il fatto che soltanto la Polonia sia rimasta isolata su Tusk dimostra che anche gli altri Paesi sono d’accordo con l’UE nel suo complesso.

 

Per il prossimo futuro si può quindi escludere che, dopo la Brexit, ci sia un’uscita dei Paesi del Gruppo di Visegrád?

Io lo escluderei assolutamente. Uscite dall’Unione Europea, allo stato attuale, non riesco neanche a immaginarle al di fuori del caso britannico, che però è particolarissimo, e comunque non da questi Paesi: loro vogliono restare nell’Unione Europea ma la vorrebbero più vicina alle loro esigenze. Questi Paesi hanno molti più problemi con la Russia di quanti non ne abbiano con noi. Persino Orban, che fa gli occhi teneri a Putin, ha in reatà molti problemi con Mosca perché, se le forniture di gas non arrivano, l’Ungheria si troverebbe messa molto male. Inoltre ci sono grandi retaggi storici. Questi Paesi sanno che da soli non possono farcela.

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