domenica, Dicembre 8

Polonia e V4 aprono le porte all’immigrazione dall’Ucraina Gli immigrati di Kiev offrono manodopera a basso costo e sono facilmente integrabili

0

Per sua natura – e forse anche per convenienza, trattandosi di un evento che macchia la reputazione del Continente che dal 2012 si fregia del premio nobel per la pace – quello in Ucraina viene spesso descritto come un ‘conflitto a bassa intensità’. I combattimenti e gli scontri tra i militari del regime di Kiev e i ribelli separatisti delle repubbliche orientali del Donbass vanno avanti da anni, ignorando i tentativi di stabilire la pace in questi sfortunati territori.

‘Sfortunati’ per due ragioni: la schiacciante maggioranza russofona impedisce a Kiev di esercitare un’autorità – sempre più orientata verso l’occidente e la nato – credibile agli occhi della popolazione che considera la Russia come la sua vera patria. Inoltre, l’industrializzazione che in epoca sovietica ha trasformato il Donbass nell’area economica potenzialmente più potente del Paese ne fa un bottino troppo ghiotto per Kiev, che non intende rinunciare ai suoi territori al confine con Mosca.

Sta di fatto che a pagarne le spese sono soprattutto i civili: nei villaggi dell’Ucraina dell’est i bombardamenti stanno creando una massa di sfollati problematica da gestire. Famiglie intere sono costrette ad abbandonare le loro case, trasformate in cumuli di macerie o troppo vicine alle aree colpite dai mortai per essere sicure, per fuggire e sopravvivere in rifugi di emergenza: asili, scuole, uffici abbandonati diventano appartamenti comuni per decine di nuovi ‘senza tetto’.

Le stime sono diverse, ma tutte tragiche: un anno fa si parlava di 1.7 milioni di ucraini ‘dispersi’ (tecnicamente non vengono definiti rifugiati, in quanto si trovano ancora all’interno della loro nazione), le Nazioni Unite stimavano più di 3 milioni di persone direttamente colpite dai combattimenti.

Al problema degli alloggi, naturalmente, si aggiunge quello della fame e dell’accesso all’acqua potabile. Il ‘confine’ – ‘fronte’ sarebbe una parola più appropriata – che si è venuto a creare all’interno della Nazione (che comprende trincee, posti di blocco, campi minati e terra di nessuno) rende poi difficoltosi gli spostamenti di chi ha una famiglia che potrebbe fornire assistenza o alloggio dall’altra parte del Paese.

Krystyna Kovalenko, assistente alla comunicazione per il Programma Alimentare delle Nazioni Unite in Ucraina lamenta l’assenza di aiuti dall’alto: «i media sono tutti in Siria, e i finanziamenti pure. Questa è una guerra dimenticata». Il conflitto ha cambiato radicalmente lo stile di vita degli ucraini: in molti erano abituati a curare un orto o a cercare funghi nelle foreste per avere fonti alimentari alternative. Le campagne sono ora zone troppo pericolose, e la gente spavantata se ne tiene alla larga.

Non sta meglio chi vive lontano dalle bombe: la crisi, la mancanza di investimenti esteri, e la stasi in cui il mercato del lavoro ucraino si trova spingono anche i cittadini dell’ovest del Paese a lasciare la loro patria alla ricerca di un futuro migliore altroveLa risposta della Polonia e, in generale, dei Paesi del ‘Gruppo Visegrad’ – Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria – è quanto meno bizzarra, se si considera la tradizionale ostilità di queste nazioni alla politica dell’immigrazione di massa foraggiata da Bruxelles e Berlino per reagire alla crisi siriana e alle migrazioni dal Medioriente.

I V4 sono i Paesi che più di tutti hanno aperto le loro porte ai numerosissimi rifugiati in fuga dalle tensioni tra Kiev e Mosca. Secondo un’analisi dell’Atlantic Council, non si tratta di semplice ‘beneficenza’. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Estonia sono alla deliberata ricerca di manodopera ucraina. La sola Polonia ne ospita già 1.3 milioni – una proporzione simile al numero di rifugiati mediorientali accettati in Germania. Stando alle dichiarazioni delle imprese, e statistiche alla mano, tutti e quattro i Paesi centro-europei sarebbero impegnati ad affrontare un mercato del lavoro in rapido cambiamento: gli stipendi sono in decisa crescita, la disoccupazione è in calo, e i datori di lavoro faticano a trovare dipendenti.

E se l’unica risposta immediata sembra essere l’immigrazione (nonostante il Governo polacco stia pensando a manovre più incisive, come una riduzione dell’età pensionabile), tanto vale rivolgersi a manodopera culturalmente e geograficamente vicina. Al momento quasi il 40% delle imprese polacche che lavorano nel mercato delle vendite e dei servizi dipendono dai lavoratori dall’Ucraina.

Politicamente, questo fenomeno è vantaggioso sia per Kiev che per i suoi vicini europei, guidati da partiti di destra e nazionalisti. I Paesi del Gruppo Visegrad possono respingere le accuse di ‘chiusura’ dei confini al flusso di rifugiati mediorientali, affermando di prendersi invece cura dei vicini ucraini più di quanto possano fare le nazioni occidentali: «Non posso accettare [le accuse, ndr] che la Polonia non accetti i migranti, abbiamo semplicemente una diversa posizione geografica e diversi modelli di migrazione», aveva affermato Witold Wazczykowski, Ministro degli Esteri polacco.

L’Ucraina di Poroshenko, dal canto suo, ottiene una ‘valvola di sfogo’ per il dissenso di chi cerca un lavoro che l’economia di Kiev, al momento, non può offrire. Settori come quello agricolo, in Polonia, offrono agli ucraini stipendi anche cinque volte superiori a quelli che sarebbero disponibili in patria. Non stupisce quindi l’apertura di tratte ferroviarie e via bus dirette da Kiev verso le maggiori città polacche. Il mercato dei trasporti si è velocemente adattato alla domanda: compagnie aeree ceche e polacche hanno aumentato l’offerta di voli che connettono direttamente l’Ucraina ai loro Paesi.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore