sabato, Maggio 25

Polonia: il giorno dell’indipendenza e le ragioni del nazionalismo A 100 anni dalla sua indipendenza, ripercorriamo le tappe della recente storia polacca con Marco Patricelli

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Quello appena trascorso è stato un weekend di commemorazioni in tutta Europa. In Francia, i rappresentanti di molti Paesi, il Presidente Emmanuel Macron e la Cancelliera Angela Merkel su tutti, si sono riuniti per ricordare i cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. È stata l’occasione per ricordare quegli anni difficili e lanciare un monito contro gli odierni nazionalismi, che, oggi come allora, rischiano di distruggere l’Europa. E possono recare grandissimi danni anche all’interno di quei Paesi che scelgono la via di quello che oggi viene chiamato sovranismo. Donald Trump, presente alle celebrazioni, sembrava essere uno dei destinatari di questo messaggio.

Proprio mentre questo accadeva in Francia, in Polonia si celebrava un’altra ricorrenza: i cento anni della propria indipendenza. L’11 novembre di ogni anno, infatti, si celebra il giorno dell’indipendenza (Narodowe Święto Niepodległości), la festa più importante per la Nazione polacca. In questa data del 1918, infatti, la Polonia riottenne la propria sovranità, dopo oltre un secolo di sottomissione e di riduzione a pura merce di scambio all’interno del complesso scacchiere politico che era l’Europa del XIX secolo. Lo spirito dei moti rivoluzionari e dei movimenti patriottici che attraversarono il continente nel corso dell’Ottocento ebbero nel popolo polacco uno dei suoi più forti interpreti, nonostante che le sue lotte non avessero avuto l’esito sperato. Le loro insurrezioni, nonostante il sostegno dei popoli di tutta Europa, vennero puntualmente represse con ferocia. Nonostante ciò, il ‘sangue polacco’ – come viene citato in una strofa dell’Inno di Mameli – non fu versato invano e servì d’esempio per tutti i popoli che volevano liberarsi dal giogo straniero o che volevano dare forma statuale alla propria identità nazionale: gli italiani furono tra questi.

Le sanguinose vicissitudini, che per un grande periodo afflissero le genti di Polonia, lungi dall’abbatterlo, contribuirono a rafforzare ulteriormente il sentimento patriottico dei polacchi, che vide finalmente soddisfatti i propri aneliti con la fine della Grande Guerra: approfittando della crisi dei tre imperi che occupavano il territorio polacco – quello russo, quello tedesco e quello austro-ungarico – e guidato dal Maresciallo Józef Piłsudski, rinasceva e si riaffermava la Repubblica di Polonia, erede morale della Confederazione polacco-lituana, che fu assoggettata verso la fine del XVIII secolo e spartita fra gli Stati vicini. Questo giorno viene ricordato ancora oggi da quella festa che, istituita nel 1937 per celebrare la ritrovata grandezza della Nazione polacca, ma non venne tenuta per molto. Infatti, il ventennio di quella che passò alla storia come Seconda Repubblica fu caratterizzata dal tentativo di ricreare l’egemonia polacco sull’area, andando a scontrarsi con le potenze vicine, ma questa era destinata a durare poco. Mentre la Polonia tentava di ricostruirsi un prestigio, andando alla guerra con Ucraina e Lituania, Unione Sovietica e la Germania nazista si accordavano in segreto per una nuova spartizione: il patto di non aggressione firmato da Molotov e Ribbentrop, ministri degli esteri dei regimi di Stalin e Hitler, segnava l’ennesimo dei capitoli bui della storia della Polonia.

La Seconda Guerra Mondiale iniziò, come ben noto, con l’invasione tedesca della Polonia, che tornava a essere carne da macello delle mire geopolitiche ed espansionistiche dei forti vicini. E, ancora una volta, lo spirito del popolo polacco, si trovò ad avere a che fare con più di una forza occupante sul proprio territorio. E, nonostante la fine della guerra e la ritrovata unità territoriale, sui tavoli delle trattative, il destino della Polonia non fu nelle mani dei polacchi: seppur formalmente indipendente, lo Stato polacco era diventato poco più che un avamposto comunista alle porte del mondo occidentale sotto gli ordini dell’Unione Sovietica. Basti pensare che la famosa festa dell’11 novembre non venne ufficialmente tenuta durante il periodo comunista, ma venne solo re-istituita nel 1989. Da allora, il giorno di indipendenza è un momento centrale del calendario polacco.

Quello polacco è, oggi come ieri, un popolo fortemente legato alle proprie radici culturali: patria e religione sono le due colonne su cui si fonda la sua identità. Vedendola con le lenti del dibattito politico odierno, si può dire che i movimenti nazionalisti in Polonia siano quelli che riscuotono i maggiori consensi: frange di estremismo di destra in un contesto tradizionalmente cattolico hanno scatenato aspre polemiche a livello continentale. Ma quali sono le ragioni profonde del successo di questi movimenti? Risponde Marco Patricelli, storico del Novecento e scrittore di numerose opere sulla storia della Polonia.

Sono sempre molto cauto nello sposare la sintesi contenuta in parole come ‘tradizionalismo’, ‘nazionalismo’, ‘cattolicesimo’, ‘fascismo’, intesi alla stregua di concetti assoluti”. Esordisce Patricelli. “La fede cattolica e il senso di identità nazionale sono stati i due elementi attorno ai quali si è cementato il concetto stesso di resistenza della Polonia e dei polacchi nei periodi più bui della storia recente”. La spartizione subita dalla Confederazione polacco-lituana è una di questi momenti: “la Russia zarista, in particolare, avviò un deciso processo di snazionalizzazione della popolazione polacca, con il controllo dell’istruzione e il divieto di utilizzo della lingua nelle scuole e negli uffici pubblici. Persino la fede cattolica, vista come elemento aggregante, venne combattuta con la costruzione di chiese ortodosse, favorendo la loro altezza su quelle di credo romano anche per dare una visibilità concreta di superiorità del sistema che i polacchi non accettavano e al quale non si piegavano, come testimoniano le rivolte represse nel sangue”. E così come l’Impero russo, anche gli altri: “Nella parte prussiana è di tutta evidenza l’imposizione della lingua tedesca nonché la riproposizione del contrasto cattolicesimo-luteranesimo come distinguo culturale e nazionale. Se nella parte annessa all’impero austro-ungarico tale processo di assimilazione forzosa fu meno impattante, ciò non toglie che l’identità polacca era stata messa a rischio nella diluizione della nazionalità a tutto vantaggio dell’elemento tedesco”.

Di conseguenza, decenni e decenni di repressioni e di umiliazioni della propria identità, hanno avuto effetti contrari al previsto, come spiega bene Patricelli: La difesa dal tentativo di annullare l’essere e il sentirsi polacchi poteva trovare cardine solo nella propria cultura (lingua, storia, letteratura, musica) e nello spirito religioso, che aggregava e permetteva di resistere idealmente e fattualmente all’erosione da parte dell’occupante, grazie a un sentimento rafforzato e massimizzato”. E questo è stato valido sia ai tempi della Confederazione, che in quelli della spartizione del patto Molotov-Ribbentrop.

Bisogna aggiungere un ulteriore livello di lettura. Se, infatti, la Polonia ha vissuto momenti duri quando sedeva al tavolo degli sconfitti, altrettanto difficili sono stati quelli vissuti da vincitori: lo sforzo prodotto durante la Seconda Guerra Mondiale non è stato riconosciuto al popolo polacco. Spiega Patricelli: “la Polonia nel Novecento ha pagato un prezzo mostruoso ai grandi cambiamenti epocali. Occupata da nazisti e comunisti, è stata sottoposta al massacro sistematico delle classi dirigenti nonché alla persecuzione su basi ideologiche e razziali. Ha pagato i disastri del secondo conflitto mondiale con la vita di un polacco su sei (ebrei compresi); è stata tradita dalla Francia nel 1939 e dalla Gran Bretagna nel 1945: ha vinto la seconda guerra mondiale ed è stata trattata come un Paese sconfitto; è stata consegnata nelle mani di Stalin e spostata a occidente sulla cartina geografica; è stata sovietizzata e soffocata non solo nella legittima aspirazione all’indipendenza ma anche a quella della libertà riconquistata con le armi e con il sangue versato su tutti gli scenari bellici. Di nuovo, identità e coscienza nazionale, unita alla fede cattolica, sono stati il collante del popolo polacco nell’ennesimo momento delicato della propria storia. Si pensi anche a quello che può considerarsi il punto fondativo della moderna Polonia: l’elezione di Karol Wojtyła, lotte di Solidarność e la fine del comunismo.

Quello che sta succedendo oggi in Polonia nasce da molto lontano, spiega Patricelli: “Quel che accade oggi, con l’esaltazione dell’appartenenza nazionale e religiosa anche a fini strumentali e politici, è una conseguenza logica di un percorso storico. Che nei Paesi occidentali, dove l’ultramillenaria esperienza polacca è assai poco conosciuta, spesso non si comprende, preferendo rispondere con semplificazioni e banalizzazioni, anche gravi”. E conclude: “Accostare adesso certe manifestazioni (certamente esagerate nei toni e nei contenuti e che comunque non vanno sottovalutate per la loro fenomenologia e per quello che esprimono) alla riproposizione sotto altra forma di ultranazionalismo, fascismo e nazismo, è una forzatura che va contro la storia, contro la logica e persino contro il buonsenso”.

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