lunedì, Agosto 3

Polis, Agathon ed Eudaimonia nella filosofia di Aristotele field_506ffbaa4a8d4

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Atene – “Se Platone avesse considerato il bene (agathon) come ontologicamente singolo e un supremo valore, osserva Aristotele, già dal primo libro dell’ Etica Nicomachea, che il bene non può avere un’entità ontologica, ma varia in conformità al tipo di arti, scienze e azioni in cui si possa essere coinvolti“. Così comincia la dissertazione su Aristotele e la sua filosofia da parte della docente americana  Maria Venetis, che sarà impegnata, dal 10 al 15 luglio prossimo, ad Atene per il XXIII Congresso Mondiale di filosofia intitolato ‘La Filosofia di Aristotele‘ e organizzato dall’Associazione Internazionale di Filosofia greca, dalla Società filosofica greca, dalla società filosofica di Cipro e da altri enti.

Un congresso che avverrà in quella Atene, dove Aristotele ha vissuto per la maggior parte della sua vita, studiato e insegnato presso l’Accademia di Platone, oltre ad aver fondato il Liceo. Il Congresso si propone, tra le altre cose, di esplorare e sottolineare l’importanza del pensiero filosofico di Aristotele sulla sfera pubblica, nonché le questioni generali che interessano l’umanità. Si tratterà di un incontro internazionale di importanza mondiale e che vedrà la partecipazione di studiosi, filosofi e intellettuali da tutto il mondo e che cade nel 2400 anniversario della nascita di Aristotele, a cui l’Unesco ha dedicato il 2016.

Ecco di seguito l’intervento di Maria Venetis che anticipiamo.

 

D’accordo con Aristotele, il bene è ovviamente il fine perseguito da tutti gli esseri nella loro condotta. Pertanto, se consideriamo che le azioni morali umane, intese come un tutt’uno, allo stesso modo mira allo stesso fine per la propria sopravvivenza, che è perseguita ‘per sé’, ossia come un fine a sé stante, dunque questo fine, a sentire il filosofo, deve essere identificato con il bene supremo, e cioè eudaimonia ( Etica Nicomachea 1094a 1-25 e 1095a 18).

Eleni

Approfondendo il termine eudaimonia, Aristotele inizialmente si riferisce al ‘buon essere‘ (εζν), e al ‘buon agire‘ (επράττειν), e poi prosegue ad esaminare la visione comune di eudaimonia, come l’idea che un uomo sia felice quando ha piacere, ricchezza, onori, salute, intelligenza, bellezza o qualsiasi cosa sia desiderabile, per concludere che la felicità èl’agire dell’anima in accordo con la virtù‘. Più avanti egli afferma che la natura umana regola il suo comportamento, fornendo scope per le sue azioni, poichè è razionale. Dunque, dal momento che la realtà (‘energeia’) dell’anima è in accordo con la ragione, ogni specifica azione umana punta – in un certo senso – alla perfezione, così com’è determinate dalla ragione.

Il più grande tra i gradi della perfezione, d’accordo con l’ Etica Nicomachea, è l’accordo con la virtù‘ (κατρετήν). Di conseguenza, il maggiore obiettivo, che, come detto, si capisce sia la felicità, è l’attività dell’anima che tende alla virtù o è svolta in conformità con la virtù (Etica Nicomachea 1099b 26). Si fa notare poi che la felicità (eudaimonia) contiene la perfezione e, pertanto, deve germogliare dalla più perfetta e più divina parte dell’anima, cioè la mente (‘nous’). In realtà, secondo con Aristotele, la vita felice è una vita dedicate all’intelletto, perchè questa è l’essenza dalla natura umana (Etica Nicomachea 1099a21 e 1177b19).

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