sabato, Settembre 21

PMI: viaggio nell’Italia che sfida la crisi 40

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Molise cartina fisica_imprese

“Nella nostra azienda ci sono una dozzina di dipendenti, siamo una famiglia. Se parliamo di crisi per noi è finita, è  meglio non pronunciarla mai quella parola” (Fonderia Marinelli)

“Cerchiamo di andare avanti, non molliamo, altrimenti per noi artigiani è la fine, lasciamo il posto a un mondo totalmente meccanizzato e non è giusto” (Ditta Antonella Pacifico &Co.)

Il 1° agosto l’Istat ha diffuso i risultati dell’indagine su ‘Lavoro e retribuzioni nelle grandi imprese’. Un report mensile che analizza occupazione, orari di lavoro, retribuzioni e costo del lavoro in circa 1300 imprese, con almeno 500 dipendenti, che svolgono attività nell’industria o nei servizi distributivi e alle imprese. Stando all’ultima rilevazione, che risale a maggio, l’occupazione nelle grandi imprese è diminuita dello 0,2% rispetto ad aprile (tenendo in considerazione anche i dipendenti in cassa integrazione guadagni: Cig), mentre il dato aumenta allo 0,7% rispetto a un anno fa. Nel settore industriale l’indice, al netto della Cig, segna una diminuzione tendenziale più marcata nelle costruzioni (-4,4%); tra i servizi è nel settore dell’informazione e della comunicazione che si osserva il calo più rilevante (-2,5%). Dati che trovano conferma nell’ultimo rapporto di Mediobanca: ‘Dati cumulativi su 2050 società italiane’. Coprendo il decennio 2004-2013, analizza le 2050 principali società italiane che rappresentano il 48% del fatturato delle imprese manifatturiere, con più di 20 addetti. Secondo Mediobanca, resistono meglio alla crisi le medie imprese, soprattutto quelle manifatturiere che vantano la garanzia del made in Italy.

È proprio da qui: dal sottobosco di quelle piccole e medie imprese, reale forza produttiva del nostro Paese, (stando all’ultimo censimento Istat, formato da 4,4 milioni di aziende per un totale di 16,4 milioni di addetti) che ha inizio il reportage de ‘L’Indro’ nell’Italia che sfida la crisi. Tre puntate dedicate ad alcune eccellenze italiane. Storie di aziende che, in equilibrio tra il rispetto della tradizione e la volontà di innovare, guardano al futuro cercando di esorcizzare lo spettro della crisi. Ma soprattutto storie di famiglie che da decenni tramandano, di generazione in generazione, un’attività di cui non vorrebbero vedere la fine.

Prima tappa il Molise, regione di circa 5000 chilometri quadrati e poco più di 300 mila abitanti, dove l’eco della tradizione è il segreto delle tante attività artigianali sorrette da secoli di storia. Ne abbiamo scelte due: la più antica fonderia di campane e l’arte trecentesca del merletto a tombolo.

Quando si entra nella Pontificia Fonderia Marinelli, ci si sente come avvolti da un’aurea di antico. È come se il tempo si fosse fermato lì dentro. Negli enormi locali a pianterreno dove nella penombra la luce del sole filtra dalle finestre basse accarezzando le sagome delle campane in lavorazione. Qualche passo in avanti e si è circondati da santi di cera e di gesso. Riempiono le pareti dal basso verso l’alto i volti sacri che, a contatto con il bronzo fuso, diverranno tutt’uno con la campana. È da questo luogo, quasi magico, che da circa mille anni risuona la “voce di Dio”.

Era il 1339 quando Nicodemo Marinelli fuse una campana di due quintali per una chiesa del frusinate. Il primo della lunga dinastia dei Marinelli che nei secoli ha rilevato e tramandato l’arte della “fusione a cera persa” che ha reso la Pontificia Fonderia di Agnone famosa in tutto il mondo. Oggi quella campana è conservata nel museo attiguo alla fonderia, insieme ad una rara campana gotica fusa, secondo la tradizione, oltre mille anni fa proprio nel paese alto-molisano.

“La rivista Family Business, qualche anno fa, ha classificato la nostra fonderia come la più longeva e antica del mondo”, dice con soddisfazione Armando Marinelli che, insieme al fratello Pasquale, rappresenta l’ultima generazione di fonditori agnonesi. Già nel 1954 l’azienda aveva ricevuto un importante riconoscimento da parte del presidente della Repubblica Luigi Einaudi: la medaglia d’oro come “ditta più anziana per attività e fedeltà al lavoro in campo Nazionale”. A questo deve aggiungersi, nel 1961, la concessione da parte di Papa Pio XI di fregiarsi dello stemma pontificio.

Il segreto di tanto successo? La lavorazione della campana secondo la tradizione medievale: stesse tecniche, stessi procedimenti e stessi materiali. Oggi come ieri vengono usati solo materiali naturali: il gesso e la cera per i calchi delle decorazioni; i mattoni per lo scheletro interno, l’anima della campana; l’argilla che da forma al mantello, la falsa campana; e il bronzo per la colata finale a 1250 gradi. “Potremmo tranquillamente lavorare senza energia elettrica, proprio perché i nostri sono materiali poveri”, spiega Pasquale Marinelli: “In media fondiamo dai 50 ai 70 quintali di bronzo con 13 ore di fuoco continuo, i modelli delle campane vengono scaldati con i mattoni, l’argilla viene lavorata a mano e con le mani viene spalmata sui modelli per creare i vari spessori”

La Pontificia Fonderia Marinelli e la voce di Dio che risuona da mille anni (Youtube)

Ciò non significa che in tutti questi anni non ci siano stati tentativi di cambiamento, soprattutto da parte delle nuove generazioni, ma alla fine il segreto dell’innovazione risiede proprio nella tradizione e Armando, il primo dei due fratelli Marinelli, l’ha sperimentato sulla sua pelle: “Quando sono entrato in Fonderia avevo 20 anni, mio padre era morto da poco e io decisi di lasciare la facoltà di Economia per lavorare accanto a mio zio Pasquale che allora aveva 60 anni. Eravamo due generazioni diverse, con idee diverse. Io, con l’entusiasmo delle prime responsabilità, avevo voglia di fare dei cambiamenti, ma lui con molta pazienza mi ha fatto capire il senso di questa lavorazione che non poteva essere fatta diversamente. A distanza di 40 anni, ho quasi l’età di mio zio e posso dire che paradossalmente conservando la tradizione di mille anni fa, oggi ci ritroviamo moderni”.

Così la Fonderia Marinelli non è solo campane, ma anche arte e storia. Ettore, primo figlio di Armando, è uno scultore e sono sue le incisioni che vanno a decorare le campane, come i busti e le statue destinate a chiese e privati. La storia vive nel Museo Marinelli che, inaugurato con la visita di Giovanni Paolo II, il 15 marzo 1999, ospita le campane più belle realizzate in tanti anni di lavoro, ma anche documenti e manoscritti antichi. In questo modo si lavora tutto l’anno, anche quando la produzione di campane è sospesa, grazie al museo che conta circa 30 mila visitatori l’anno. A questo deve aggiungersi Internet e la tecnologia. Il sito web della Fonderia Marinelli è un’importante vetrina soprattutto per gli acquirenti esteri, ma come dice Pasquale “Internet per gli artigiani è un po’ un’arma a doppio taglio. Spesso devo mediare con clienti che non hanno idea di quanto sia lunga e complessa la lavorazione di una campana, pensando di poter avere il prodotto subito e a costi contenuti. Per questo preferisco sempre che il cliente, dopo aver visto il prodotto sul sito, venga in fonderia per rendersi conto di tutto quello che c’è dietro ad una campana”.

In tutti questi anni, per la Fonderia Marinelli non sono mancati i momenti difficili: le pestilenze, l’interruzione durante la seconda guerra mondiale, ma soprattutto il grande incendio degli anni ’50 che bruciò il palazzo, nel pieno centro storico di Agnone, sede storica della fonderia. “Dalle pareti riesco ancora a sentire l’odore acre del fumo”, racconta Armando che oggi vive in quel palazzo insieme alla sua famiglia. “Pensavamo che fosse tutto finito, che non saremmo mai riusciti a ripartire e invece, in meno di un mese, la fonderia era rinata nel posto dove si trova oggi, un vecchio granaio”. La crisi economica si fa sentire anche in fonderia, ma come dice Armando: “In un’impresa familiare come la nostra, con una dozzina di dipendenti, la parola crisi non può essere pronunciata. Bisogna andare avanti. Lo hanno fatto i nostri antenati, dobbiamo farlo anche noi”.

Dalla “voce di Dio”, che dai monti agnonesi risuona sospesa a metà tra cielo e terra, all’armonioso ticchettio dei fuselli isernini che dal XIV secolo danno vita al pregiato merletto a tombolo.

Furono le monache spagnole a importare l’arte delle trine in Molise. A Isernia i conventi di S. Maria delle Monache e di S. Chiara divennero presto veri laboratori e si narra che Giovanna III d’Aragona amasse a tal punto i merletti a tombolo da volerne imparare la lavorazione. Sono passati oltre 700 anni e oggi il pizzo isernino rappresenta un’eccellenza italiana, un prodotto d’alta classe che sconfina nell’arte. Il segreto sta nella straordinaria abilità manuale delle merlettaie. Tra le loro dita scorrono veloci dodici bastoncini di legno, i fuselli. Avvolgono il filo seguendo i contorni del disegno appuntato sul tombolo: un grande “pallone”, pieno di paglia o fieno, sostenuto da una struttura in legno. È un lavoro senza tempo, che richiede passione e pazienza.

Tra le dita di Antonella Pacifico i fuselli scivolano leggeri da 36 anni. Un amore che condivide con Cosmo Pacifico, che oltre ad essere suo marito da quasi 30 anni è anche il suo compagno di lavoro. Insieme nel 1994 hanno dato vita alla Ditta Antonella Pacifico & Co., ma la loro storia inizia molti anni prima. Fu la nonna di Cosmo che, subito dopo la seconda guerra mondiale, decise, contro la volontà dei genitori, di rinunciare alla vita nei campi per poter imparare l’arte delle trine. Da allora tramandata per ben tre generazioni.

Il laboratorio per Antonella e Cosmo rappresenta tutta la loro vita. Ricavato al piano terra della loro abitazione, racchiude i segreti di una lavorazione perfetta e meticolosa: i disegni, fatti a mano dai nonni, sono ancora oggi la base per i modelli del pizzo; il tombolo in legno intagliato dal nonno; il pregiato lino italiano di Giori e Bellora. E poi al centro della stanza quel tavolo in legno. “È lo stesso tavolo da 36 anni, non lo abbiamo mai cambiato. Qui sopra hanno preso vita tutte le nostre creazioni”, racconta Cosmo Pacifico. “All’inizio si realizzavano solo le applicazioni in pizzo, la nostra intuizione è stata quella di unire il merletto con il puro lino italiano”. Così dal tradizionale corredo, Antonella e Cosmo hanno iniziato a produrre set da cucina, tende e cuscini, abbigliamento per neonati, tovaglie per gli altari e gotte per i sacerdoti. 

 L’arte del merletto a tombolo: un armonioso intreccio di dita e fuselli (Youtube)

“Questo lavoro ci ha dato tantissime soddisfazioni mettendoci in contatto con personalità di grande importanza”, dice sorridendo Antonella: “Durante il pontificato di Giovanni Paolo II cucimmo una tovaglia per l’altare di San Pietro e un centro tutto in pizzo antico. Così come per il presidente della Repubblica Pertini, a cui regalammo una tovaglia”.

Finora i principali clienti della Ditta Pacifico sono stati i privati e i commercianti a cui per anni hanno venduto con successo i loro prodotti. “Con la nostra attività siamo riusciti ad andare avanti crescendo due figli senza farli mancare nulla. Ma adesso i tempi sono cambiati e con la crisi la produzione ha subito un forte rallentamento”, dice Cosmo. “I negozianti che rifornivamo non riuscivano più a pagarci e così abbiamo dovuto cambiare il modo di lavorare. Se prima puntavamo molto nel tenere il magazzino sempre pieno, oggi lavoriamo prevalentemente su ordinazione e realizziamo prodotti alla portata di tutti”. I prezzi partono da un minimo di 20-30 euro, ma per cucire un piccolo centro, oppure delle scarpette per neonato, ci vogliono settimane di lavoro.

“Oggi il merletto a tombolo è diventato un lusso, un bene che non si acquista tutti i giorni, ma solo in occasioni speciali. È un’eredità”, spiega Antonella. La crisi e le tasse sempre più alte sono i principali nemici per le piccole imprese a conduzione familiare. “Oggi lavoriamo per lo Stato”, dice Cosmo consapevole che lui e sua moglie saranno l’ultima generazione di merlettai: “Non può esserci continuità, perché è un lavoro che richiede troppi sacrifici che purtroppo oggi non vengono ripagati. Nottate intere piegati a cucire e a stirare, rinunciare ai sabati e alle domeniche pur di consegnare in tempo i lavori. Prima lo facevamo con piacere perché tutto era ripagato, per i miei figli però vorrei una vita migliore”.

Ma Antonella la parola crisi non vuole neanche sentirla, perché ha un ultimo sogno da realizzare: esportare all’estero il suo marchio. “Mi piacerebbe tanto accostare l’arte del merletto a tombolo alla sartoria. Vedere il mio pizzo applicato ai capi d’abbigliamento e perché no poter vendere ai russi o agli arabi”. E così, prima di pronunciare la parola fine, Antonella e Cosmo si sono buttati in una nuova avventura: con il sito web dell’azienda hanno iniziato a vendere i propri prodotti anche online, adesso non resta che trovare dei sarti pronti a condividere la loro passione.

 

 

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