mercoledì, Settembre 30

Pil: stop a striscia negativa di due anni field_506ffb1d3dbe2

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Dalla recessione alla stagnazione. La notizia dell’interruzione della fase discendente per il Prodotto interno lordo italiano (Pil), che si protraeva ormai da due anni, è da salutare con favore, ma secondo quanto riferito dall’Istat dal punto di vista tecnio è troppo presto per festeggiare e sancire la fine della recessione. Il trend è tutt’altro che positivo, se è vero che nel terzo trimestre l’economia ha subito una contrazione dell’1,8% su base annuale e che le aziende hanno accumulato più beni nei loro inventari, mentre spese pubbliche e consumi sono scesi.

Rispetto al secondo trimestre, il risultato è invece invariato, segnando un miglioramento rispetto alle attese, che erano per un ribasso del -0,1%. Era da otto trimestri che il Pil registrava un calo. Su base tendenziale il mercato si aspettava un meno 1,9%. Il dato nel suo complesso solleva comunque dubbi sull’eccessivo ottimismo del Governo Letta, che aveva parlato di miglioramenti verso la fine dell’anno e in generale nel secondo semestre.

Rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna sono infatti scesi, con cali dello 0,2% dei consumi finali nazionali e dello 0,6% degli investimenti fissi lordi. Le importazioni sono salite +2% e le esportazioni +0,7%. Prima del dato relativo al Pil è stato reso noto quello sulla produzione industriale, che a ottobre ha segnato una crescita +0,5% rispetto al mese di settembre (+0,2%), registrando l’incremento, il secondo consecutivo, più forte da gennaio.

Le notizie sono nel complesso dunque ancora amare e c’è poco per cui brindare, visto anche che su base annuale la produzione industriale è scesa per la 26esima volta, sebbene la caduta abbia registrato una frenata allo 0,5% (corretto per effetti di calendario), il dato migliore dall’agosto del 2011. Nonostante le luci ed ombre, secondo l’analista di ING Paolo Pizzoli l’uscita dal tunnel della recessione è più vicino per l’Italia dopo la revisione al rialzo dei dati sul Pil.

Prima del dato relativo al Pil è stato reso noto quello sulla produzione industriale, che a ottobre ha segnato una crescita +0,5% rispetto al mese di settembre, registrando l’incremento, il secondo consecutivo, più forte da gennaio. Secondo l’analista di ING Paolo Pizzoli l’uscita dal tunnel della recessione è più vicino per l’Italia dopo questi numeri e dopo la revisione al rialzo dei dati sul Pil.

A incoraggiare Pizzoli è stato il capitolo delle esportazioni nette (0,4%) e il miglioramento della produzione in ottobre, definita «un buon inizio di trimestre». Tuttavia, c’è poco per cui brindare se si pensa che su base annua la produzione industriale è scesa per la 26esima volta, anche se la caduta ha frenato allo 0,5% (corretto per effetti di calendario), il dato migliore dall’agosto del 2011. ING prevede che il Pil metta a segno un incremento dello 0,2% nel quarto trimestre, sancendo a quel punto la fine del periodo di recessione.

Dopo il calo a sopresa della produzione industriale tedesca, la stessa sorte è stata riservata anche a quella francese. La contrazione è stata dello 0,3% mese su mese in ottobre, peggio della crescita dello 0,1% prevista dagli economisti e in linea con la discesa dello 0,3% vista in settembre. Bene invece il settore manifatturiero, che ha riportato un incremento dello 0,4% dopo la flessione dello 0,5% del mese scorso. In tutti i modi l’indice è l’1,1% sotto i livelli di un anno fa.

Il tasso di disoccupazione nei 34 Paesi più ricchi al mondo è rimasto invariato al 7,9% in ottobre, ma il mercato del lavoro della sola area euro è molto più debole del resto del mondo. La percentuale dei senza lavoro è sceso dello 0,1%, il primo calo da febbraio 2011, ma rimane su livelli molto elevati (12,1%). Invariati i livelli in Germania e Italia (al 5,2% e al 12,5%).

Dagli Anni 60 la deflazione in Grecia non è mai stata più bassa e uno studio di CFR mostra che i Paesi che sono a maggiore rischio di fare default nell’anno in cui il budget primario è tornato positivo. Questo perché l’esecutivo ha meno incentivi per pagare i creditori e può contare su una maggiore leva negoziale, una volta che non ha più bisogno di ricevere altro denaro in prestito per poter tenere a galla le finanze pubbliche.

Tutto ciò rende più possibile, non meno, che la Grecia fallisca l’anno prossimo e che sia costretto a lasciare l’area della moneta unica. In ottobre i prezzi al consumo hanno subito un nuovo calo del 2,9% a novembre, il livello più basso dal 1960. Alla base del trend, una combinazione di fattori quali l’alta disoccupazione, i tagli degli stipendi e gli squilibri economici.

Finora, il governo di Atene e la Troika dei suoi creditori internazionali non hanno dato segni di inquietudine, poiché la diminuzione generale dei prezzi può favorire l’export delle imprese greche. Ma l’Ocse ha avvertito che la deflazione rischia di compromettere le previsioni di crescita del paese. Il governo ellenico spera ancora di poter ottenere la prossima tranche di aiuti entro la fine dell’anno, anche se un accordo con i suoi creditori internazionali non è per nulla assicurato.

Gli aiuti finanziari a un istituto di credito in difficoltà arriveranno anche dalle banche di altri Paesi membri. Secondo quanto riferito da due funzionari europei al ‘Wall Street Journal’, i Ministri dell’Economia dell’Ue stanno studiando un piano per scongiurare il fallimento di una banca, che potrebbe essere finanziata in parte dalle sue aziende concorrenti.

Per questo ci vorrebbe però la firma di un nuovo trattato, che consenta di accumulare fondi nazionali finanziati imponendo un’imposta sulle banche, in modo che ognuna possa attingere dalle risorse di una rivale. In futuro i fondi dei singoli Paesi membri potrebbero essere poi uniti in un unico fondo di garanzia. I ministri sono anche preoccupati che le banche ripetano gli stessi errori commessi alla vigilia dello scoppio della crisi subprime.

Per evitare che il peggio si ripeta, la ‘Volcker rule’ potrebbe essere una soluzione. La norma, che prende il nome dall’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, vieta alle banche commerciali di investire nei mercati finanziari con i propri soldi. Agli istituti verrebbe anche impedito di controllare più del 3% di fondi hedge o di private equity.

Se approvate, le regole saranno più rigide di quelle proposte due anni fa, dopo che le attività di trading speculativo di JPMorgan Chase hanno portato peridte per un valore pari a 6 miliardi di dollari nel 2012. Il caso del trading della ‘Balena di Londra’ ha dato un’idea dei pericoli che le operazioni di trading speculativo possono comportare per la stabilità del sistema finanziario.

Negli Stati Uniti intanto la norma è diventata realtà. Nemmeno la tempesta di neve che si è abbattuta sulla costa est ha fermato le cinque principali agenzie di controllo dei mercati americani, fermamente intenzionate a passare una legge che impone ai big della finanza limitazioni nelle loro operazioni di trading speculative e ai casi di conflitti di interesse nel ‘proprietary trading’

Con la Volcker Rule, che entrerà in vigore da aprile dell’anno prossimo, la Federal Reserve, Federal Deposit Insurance e altri tre enti di controllo hanno imposto il divieto al ‘proprietary trading‘, nell’ultimo tentativo di evitare che il sistema bancario ripeta gli stessi errori che hanno portato allo scoppio della crisi subprime. La misura è contestata aspramente da ormai tre anni dalle banche come JP Morgan e Goldman Sachs. Le banche hanno tempo per trovare un modo per aggirare la legge e cercare di incassare profitti facili con altre attività.

 

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