lunedì, Ottobre 21

PIL, cresce chi esporta complesso

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La crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) di una Nazione potrebbe essere prevista, secondo il metodo ‘selective predictability scheme’ (in controtendenza rispetto alle previsioni economiche standard), basandosi sul confronto tra il PIL pro capite (valore monetario di una nazione) e la Fitness (capacità del suo sistema produttivo di innovare e diversificarsi a partire dalle esportazioni globali). Per cui, le Nazioni sul cui futuro economico conviene scommettere sarebbero quelle che nellultima ventina danni hanno saputo arricchire il paniere del loro export con prodotti complessi, cioè sofisticati o high tech, ma ancora non hanno incassato tutti i proventi generati da tale diversificazione delle merci. È quanto emerge da un recente studio: ‘Previsioni in economia: la dinamica eterogenea di economic complexity’ condotto dall’Isc-Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Roma, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma, e pubblicato sulla rivista ‘Plos One‘. «L’evoluzione e la competitività tra il 1995 e il 2010, misurate in tal modo, ci permettono di prevedere che le nazioni che cresceranno di più nel prossimo decennio sono quelle che hanno aumentato la loro Fitness prima che il PIL, accedendo così a mercati sempre più esclusivi e remunerativi. Il loro PIL, prima basso se paragonato alla Fitness, ha così iniziato a crescere e che continuerà a farlo per altri dieci anni», spiegano Matthieu Cristelli e Andrea Tacchella dell’Isc-Cnr, coautori dello studio.
Questo nuovo metodo potrebbe consentire di prevedere la crescita del Prodotto interno lordo di ogni Nazione del mondo. Secondo le previsioni della ricerca, Cina e India continueranno a crescere raggiungendo i 26 trilioni di dollari nel 2022; Senegal, Kenya, Madagascar, Uganda e Tanzania stanno uscendo dalla paralisi economica; Nigeria e Repubblica Democratica del Congo, invece, ci potrebbero finire presto. “I Paesi che continueranno a crescere per almeno un altro decennio sono quelli che hanno accumulato un bonus di competitività sul mercato globale che ancora non si è tradotto in un proporzionale aumento di PIL. Il metodo mostra come alcuni Paesi, che secondo visioni economiche più tradizionali si ritiene siano finiti nella paralisi economica, potrebbero invece esserne già fuori e vantare un’economia in crescita, ci spiega Luciano Pietronero dell’Isc-Cnr che ha coordinato i ricercatori.
Secondo i ricercatori, il metodo risulterebbe particolarmente utile agli investitori per capire che evoluzione economica subiranno i ‘Paesi emergenti’, nonché per scovare quelli che diventeranno tali nei prossimi anni. «Guardando alla competitività come a una variabile non uni-dimensionale ma a due dimensioni, quella monetaria e quella misurata dalla fitness, si ottengono previsioni e informazioni inaspettate. Emergono dalle previsioni due macroaree: una zona non caotica detta laminare, dove la Fitness determina la crescita, e una zona con i paesi le cui evoluzioni, a parità di PIL, risultano caotiche e determinate da fattori esogeni incommensurabili come mancanza di politica industriale, guerre civili, disastri naturali o eccessiva dipendenza dall’export di materie prime. Levoluzione delle economie si evidenzia quindi come un sistema estremamente eterogeneo, anche quando le condizioni iniziali in termini di PIL risultino identiche», continuano i ricercatori.
Pietronero, cosa si intende per prodotti complessi? Si può fare un esempio?
Il metodo che abbiamo introdotto permette di quantificare la fitness dei Paesi (che possiamo pensare con un numero che sintetizza la complessità del sistema produttivo di una nazione e che interpretiamo come competitività) e la complessità dei prodotti, che può essere pensato come il livello tecnologico richiesto da uno specifico prodotto. Noi parliamo di prodotti anche se più precisamente si tratta di categorie merceologiche, al livello di aggregazione a cui lavoriamo abbiamo circa 1000 categorie/prodotti. I prodotti ad alta complexity sono generalmente i prodotti più esclusivi, quelli prodotti da poche Nazioni (e tipicamente i prodotti più esclusivi sono anche fatti da quelle Nazioni che sono maggiormente diversificate). Esempio di prodotti di alta complexity sono la meccanica di precisione, produzione di alcuni materiali di sintesi, alcuni componenti elettronici, industria legata all’aeronautica, etc.
Non vi è il rischio di influenze non previste, esterne o interne, che possano impedire il potenziale incasso da una eventuale diversificazione delle merci?
Ovviamente questo rischio è presente, i fattori che sono al di fuori dallo schema non possono essere previsti, ma questo tipo di considerazioni si applica per qualsiasi analisi economica finalizzata a tracciare scenari macroeconomici di sviluppo di Nazioni. Come correttamente dice si tratta di crescite potenziali. Tuttavia, uno degli aspetti a nostro avviso più interessanti del nostro lavoro, è proprio la possibilità di identificare (distinguendo regimi dinamici appunto eterogenei) quali sono i Paesi per i quali la variabile Fitness è efficace nel predire la crescita, indipendentemente da altri fattori esogeni che non vengono considerati. In altre parole questi paesi risultano ‘immuni’ agli effetti delle inefficienze e congiunture sfavorevoli, che pure sono in alcuni casi certamente presenti, in virtù del loro forte potenziale di crescita. Faccio un esempio: se un Paese è nella regione di crescita laminare, la corruzione o inefficienza del sistema statale avranno qualche effetto sulla crescita ma molto difficilmente si osservano frenate nel trend di sviluppo.
Secondo il metodo ‘selective predictability scheme’, le Nazioni che cresceranno di più nel prossimo decennio sono quelle che hanno aumentato la loro Fitness prima che il PIL pro capite. Ma come può una Nazione con un PIL più basso avere una maggiore capacità di innovare e diversificare rispetto ad una Nazione con un PIL più alto, la quale può investire maggiormente in innovazione e ricerca?
Premesso che si fa riferimento al livello di PIL pro capite e non di PIL (l’Italia ha un PIL pro capite più alto della Cina ma un PIL più basso della Cina). La fitness misura il livello tecnologico, come detto in precedenza, e dal confronto con quanto in media un abitante guadagna siamo in grado di stimare quanto potenziale di crescita ha un Paese. Rispondo alla sua domanda con una domanda, come è possibile che la Cina sia diventata quasi la prima potenza economica del mondo quando nel 1961 il suo PIL pro capite era tra i dieci più bassi al mondo (e anche il PIL era molto basso)? La fitness sta esattamente misurando la parte di informazione che manca al PIL: le proprietà di competitività di un sistema economico, quelle che vengono chiamate ‘capabilities’. Queste ‘capabilities’ sono l’ossatura del sistema produttivo, possiamo pensarle come le infrastrutture, il sistema di leggi, gli aspetti culturali, il sistema educativo, e tanti altri asset il cui valore e le cui reciproche interazioni sono estremamente difficili da quantificare. La fitness è un tentativo di quantificare queste proprietà strutturali estremamente complesse a partire dal risultato che il loro insieme è in grado di produrre: l’output del sistema industriale. Il fatto che la Cina avesse un PIL più basso di molte Nazioni europee nel 1980 non le ha impedito di sviluppare un sistema educativo che oggi sforna ingegneri competitivi con quelli degli altri paesi sviluppati. Logico che i soldi contino, ma ancora più conta investirli in modo organico e coerente: un Paese che si sta industrializzando ora e che decidesse di costruire aeroplani di linea rischierebbe di buttare soldi, deve prima costruire l’ecosistema che ha permesso agli USA o all’Europa di esser leader nell’industria aeronautica. Non è un caso che la Cina solo negli ultimi anni si stia affacciando in questo settore, ha prima invaso altri settori a complexity più bassa e solo oggi sta attaccando settori ad altissima complexity come macchinari o aeronautica, riducendo il suo gap competitivo con i paesi leader di questi settori. Per essere ancora più specifici, questi asset non sono tanto i frutti della R&D a cui fa riferimento lei, quello a cui pensa è l’innovazione che fanno company come Google, Apple o Mercedes. Qui si sta piuttosto mettendo il focus su come un sistema produttivo cresce. La R&D a cui lei pensa e a cui siamo abituati nei paesi sviluppati è solo l’ultimo stadio dello sviluppo di una nazione: una volta che so fare tutto quello che c’è da saper fare, come si inventa un nuovo prodotto, settore, business, mercato? Qui invece quello che si sta analizzando è come le nazioni si sviluppano, crescono ed emergono e costruiscono un ecosistema di società civile e di infrastrutture tale da consentire un output industriale competitivo. Va sottolineato dunque che non si tratta di un mero fatto di know-how tecnologico, che potrebbe facilmente essere acquisito dall’esterno.
Basandoci sui dati analizzati nello studio, qual è la posizione dell’Italia? Come possiamo interpretare l’attuale crisi economica nei prossimi dieci anni?
L’Italia è un Paese ad alta Fitness ormai sviluppato, i segnali derivanti dal metodo sono ovviamente più deboli anche perché per i Paesi sviluppati i fattori esogeni sopra menzionati sono ovviamente molto più rilevanti. Se uno analizza i dati dell’Italia scopre che il sistema produttivo italiano è nel complesso buono, l’Italia secondo la Fitness ha occupato nell’ultimo decennio una posizione tra la 3 e la 6 al mondo. Quello che sta dicendo l’analisi è che il sistema produttivo italiano è ancora sano e ricco di ‘capabilities’, e che probabilmente i problemi sono al di fuori da questo schema: potremmo pensare ad esempio alle politiche monetarie della zona euro o al sistema di leggi poco orientato all’impresa. Ma questa lista corrisponde a speculazioni legate al buon senso. Non abbiamo elementi per dire quali degli elementi esogeni contano di più per l’Italia. Possiamo solo dire che potenzialmente i cavalli del motore del sistema produttivo italiano sono ottimi: l’uso che si fa del motore è un’altra cosa! In generale i Paesi sviluppati tendono a vivere in un regime di crescita con oscillazioni molto piccole se paragonate a quelle dei paesi in via di sviluppo. Per questo motivo predirne gli andamenti richiede attenzione per questioni diverse, più specifiche per ogni paese e meno generalizzabili rispetto al nostro approccio.
La scelta, per le aziende italiane, di investire in innovazione e ricerca nei Paesi che mostrano un importante potenziale di crescita economica (basata sull’aumento della loro Fitness) potrebbe essere una via per portare il Paese fuori dalla crisi?
Investire all’estero per uscire dalla crisi mi sembra una strategia piuttosto strana e poco naturale, direi piuttosto che si dovrebbero attrarre capitali da quei paesi che stanno emergendo o che hanno un surplus di liquidità (un esempio ne è la Cina) per rifare partire il motore se si vuole continuare la metafora automobilistica! L’Italia, nonostante i molti problemi, risulta molto competitiva per quanto riguarda diversi settori altamente tecnologici e la ricerca di frontiera. Lo studio delle dinamiche di sviluppo quindi può permetterci di identificare quali sono i contributi che l’Italia può fornire a economie in questo momento più prosperose, ad individuare i loro ‘tasselli mancanti’, al fine di attrarre investimenti che possano contribuire a dare nuovo slancio all’alta tecnologia e mantenere in futuro il vantaggio competitivo che ancora oggi abbiamo in alcuni settori.

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