domenica, Aprile 5

Piero Tosi, Maestro da Oscar

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L’ offerta museale di Firenze, particolarmente sotto le Feste Natalizie è enorme e diversificata: oltre agli Uffizi, a Palazzo Vecchio, al Bargello, a Palazzo Strozzi ( ove la mostra su Picasso e le avanguardie spagnole ha superato in questi giorni i 100 mila visitatori), al Museo 900 e ai tanti luoghi artistici, architettonici, monumentali, religiosi che la città offre, credo valga la pena fare un salto alla Galleria del Costume a Palazzo Pitti, per una mostra davvero ricca di fascino e curiosità: quella dei costumi di scena della notissima sartoria Tirelli, all’interno della quale vi è l’omaggio ad un artista, un costumista che proprio quest’anno ha ricevuto l’Oscar alla carriera. Si tratta dell’80enne Piero Tosi, che da Firenze, dov’era nato, se ne partì giovanissimo per lanciarsi nel mondo del grande cinema e delle più prestigiose scene teatrali.

Anche ai profani di simili cose, cui spesso, andando al cinema lo spettatore dedica fuggevole attenzione, i costumi esposti, visti da vicino, assumono un potere evocativo davvero straordinario e tornano immediatamente alla memoria le scene dei film più famosi di registi quali Visconti, Pasolini, De Lullo, Zeffirelli e vari altri o costituiscono, per i più giovani un forte stimolo ad accostarsi a quei capolavori entrati a far parte della nostra cultura cinematografica. E quella di Tosi è anche una straordinaria storia tutta toscana, quella che ha dato vita ad una vera e propria scuola, in cui nasce un nuovo modo di vedere il figurino e di creare il costume, che è quello di una documentazione storica e di una interpretazione psicologica del personaggio di cui il costumista dovrà realizzare l’abito di scena. Già nel ’36, Gino Carlo Sensani scriveva per la rivista “Cinema” : «Prima di “vestire” un personaggio, io cerco d’immaginare il suo aspetto fisico, di ricostruire intera la sua personalità, giungendo perfino a disegnare gli ambienti in cui egli vive». Scomparve presto, nel ’47, ma il suo lavoro fu continuato dai suoi allievi prediletti, Piero Gherardi, Mario Chiari,Dario Cecchi, Maria De Matteis e poi da altri fiorentini che alle sue idee si ispirarono: Franco Zeffirelli, Anna Anni, Danilo Donati e Piero Tosi, tutti nati negli anni ’20.

C’è un evento che ha profondamente segnato la nostra storia teatrale e cinematografica che sempre più spesso ricorre nelle cronache fino a rasentare il mito: si tratta della prima rappresentazione fatta nel dopoguerra nel Giardino di Boboli, del Troilo e Cressida di Shakespeare, in occasione del XII Maggio Musicale per la regia di Luchino Visconti. Il quale, allora aveva alle spalle appena due film (Ossessione e la Terra trema), e una breve ma intensa (quattordici regie) carriera di regista teatrale. Era, comunque, la sua prima volta al Maggio. Il Maggio degli anni della rinascita. Ebbene, alla sceneggiatura collabora il giovane Franco Zeffirelli mentre sulla scena troviamo un ancor più giovane Marcello Mastroianni nei panni di Diomede e Vittorio Gassman in quelli di Troilo. Con loro i più navigati Massimo Girotti, Memo Benassi la De Giorgi la Zareschi e vari altri. Costumi di Maria De Matteis, che si avvale della collaborazione del giovane Piero Tosi, introdotto dall’amico Franco. Un bel crogiolo di nomi che avrebbero poi fattor la storia del teatro e del cinema. E’ il 21 giugno del ’49. Il giovane Piero si è diplomato Maestro d’arte nel prestigioso Istituto d’Arte di Porta Romana, dove aveva avuto nel corso di arti grafiche maestri autorevoli come Francesco Chiappelli e Pietro Parigi. Da quella prima esperienza lavorativa il giovane costumista trae lo slancio, sospinto anche dall’amico Zeffirelli, per trasferirsi armi e bagagli l’anno successivo, a Roma. Ove lavorerà per la famosa sartoria Tirelli. La sua carriera a Roma comincia con Bellissima (1951) di Luchino Visconti. Seguiranno poi i costumi per Il Gattopardo e Morte a Venezia, sempre per la regia di Visconti. Da allora realizzerà centinaia di costumi per il cinema il teatro e l’opera, sempre con «la forza di evocazione ricostruzione del passato – scrive Moreno Bucciuna sensibilità, eccezionalmente raffinata, che elide le scorie naturalistiche».  Ma non è stato tutto facile per lui. «Troppe volte – ha detto – se non ci fosse stato Umberto Tirelli sarei scappato, mi sarei arreso, lui invece litigava con la produzione e noi vigliaccamente mandavamo avanti sempre lui».

Centinaia, migliaia i bozzetti ed i costumi disegnati e realizzati e che gli hanno consentito di legare il suo nome a produzioni teatrali, operistiche e cinematografiche celebri. E i frutti più suggestivi del suo lavoro li troviamo esposti alla Galleria del Costume, che si è arricchita fin dal 1986 della Donazione Tirelli: la vita nel costume, il costume nella vita. Qui troviamo esposti cinque esemplari realizzati per la Medea di Pasolini ( 1969), due per Ludwig ( 1973) e L’Innocente (1976) di Luchino Visconti, tre esemplari per Al di là del bene e del male di Liliana Cavani (1976), due per Il malato immaginario (1979) di Tonino Cervi, due esemplari per La storia vera della signora delle camelie (1981) di Mauro Bolognini e uno per La traviata (1981) di Franco Zeffirelli. Unica eccezione i costumi teatrali (due esemplari) per la Locandiera di Carlo Goldoni, nella storica messinscena del 1952 di Luchino Visconti, realizzata da Giorgio De Lullo. Si è qui accennato ai conflitti con le produzioni ma non sono da meno quelli con i registi.

E uno dei momenti più ostici è stato quello di lavorare con Pier Paolo Pasolini ai costumi di Medea, di cui sono presenti in Mostra i costumi che ci riportano dentro i personaggi e dentro quel film, ormai un cult. Il regista gli chiede «un assemblaggio delle cose più antiche, delle civiltà più lontane nel tempo e di tutte le tradizioni popolari». Tosi segue allora il filo conduttore delle civiltà arcaiche del Mediterraneo (Ittiti,Fenici, Greci) lontano dagli stereotipi della Grecia antica, con l’aggiunta di una originalità interpretativa che lo porta a sperimentare materiali inusuali: «come terre naturali, ocre, marroni» per i costumi della Colchide, le cui sequenze furono girate in Cappadocia o “i rosa, rossi,verde pistacchio” ispirate alle pitture del Pontormo e del Rosso Fiorentino per quelli di Corinto. Di fronte alla sua ricerca ed al suo lavoro Pasolini resta però muto. Il che mette in crisi il costumista preoccupato del suo fallimento. Soltanto quando il regista vede i prototipi e dà il “ via libera” , la tensione si scioglie. Nel suo ricordo resta il rammarico di non poter essere intervenuto, come spesso accadeva, sul volto della Callas, o meglio sui trucchi e l’acconciatura «cosicché esso restò bianco, pallido sembrando più una Madonna che Medea». Dettagli, che il pubblico non avverte ma che fanno parte del lavoro di ricerca e di creatività che caratterizza anche il lavoro del costumista, che spesso sconfina dall’artigianato all’arte.

Più a suo agio invece Tosi si è sentito nel lavorare ai costumi di alcuni film di Visconti, della Cavani, di Bolognini e Zeffirelli, tutti ambientati nel XIX Secolo, periodo più caro al costumista fiorentino: quello compreso fra il 1840 e 1890. Per questo blocco di film la ricostruzione filologica si accompagna al reimpiego di parti autentiche di abiti ottocenteschi, grazie agli acquisti di Tirelli di interi guardaroba della nobiltà romana. Per L’Innocente, tratto dal romanzo di Gabriele D’Annunzio, Tosi per descrivere la Roma del tempo si ispira alle fotografie del conte Giuseppe Primoli («ma senza dirlo a Luchino che voleva che il film fosse proustiano. Solo che giravamo a Roma»). Tutto questo per dire quanto in un’opera, un film, un lavoro teatrale, la ricerca, lo studio, la fantasia siano fondamentali e spesso, maniacali. Ma anche questo lavoro contribuisce alla qualità ed all’eccellenza del prodotto artistico. E la creatività puntigliosità e competenza di Piero Tosi, sono state premiate proprio in questo 2014, con l’Oscar alla carriera dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences di Beverly Hill, California. La Mostra è integrata arricchita da un catalogo (edito da Sillabe) e da un video, realizzato dai giovani Massimo Leo e Gherardo Zannuccoli, con il supporto del Rotary Club Firenze Brunelleschi, presentati dalla sovrintendente pro-tempore al polo Museale Alessandra Marino, dalla Direttrice della Galleria del Costume Caterina Chiarelli, da Cristina Acidini, Laura Felici, Moreno Bucci e Carlo Sisi. La Mostra resterà aperta fino all’11 gennaio.

E, per restare in tema di ricordi cinematografici, da segnalare che venerdì 12 dicembre si apre a Palazzo Bastogi, sede della Regione, una Mostra dal titolo 1954-2014: I sessant’anni del film Cronache di poveri amanti, che Carlo Lizzani, scomparso il 5 ottobre del 2013, trasse dall’opera di Vasco Pratolini, protagonisti Marcello Mastroianni e Antonella Lualdi. A presentare l’evento, organizzato da Carla Cavicchini, varie personalità del cinema, del teatro, del costume, del giornalismo, tra cui il regista Giuliano Montaldo che nel film interpretò il ruolo di Alfredo.

 

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