domenica, Ottobre 25

Piccoli atolli crescono La Cina costruisce nuove isole artificiali negli arcipelaghi contesi con Filippine e Vietnam

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Si racconta che la flotta guidata dall’ammiraglio Zheng He contasse più di 300 imbarcazioni tra giunche commerciali e navi da guerra, per un totale di quasi 30.000 marinai. Sette furono le spedizioni di carattere diplomatico, scientifico e commerciale che tra il 1405 e il 1433 solcarono gli Oceani Pacifico e Indiano andando a toccare Corea, Indocina, Indonesia, India fino a sfiorare la penisola arabica e le coste somale. Quelle stesse aree oggi implicate dalle dispute territoriali tra Cina e vicini, o dove le ambizioni marittime di Pechino si intrecciano con la battaglia internazionale contro la pirateria. La storia ci insegna che ben presto il Celeste Impero tornò ad essere una potenza continentale; la parentesi marittima venne sacrificata sull’altare della coesione interna. «La capitale ritornò a Pechino perché la minaccia mongola dal nord non era stata debellata. Le casse dello stato indirizzarono il denaro alla difesa tradizionale, nella costruzione e nella coltivazione ideologica della Grande Muraglia. Prevalse in definitiva l’impostazione conservatrice e sino-centrica dei discepoli di Confucio: la Cina è una potenza continentale, l’agricoltura prevale sulle altre attività produttive, i commercianti sono dei parassiti, il mare è pericoloso, la protezione della differenza cinese è nevralgica», scrive sul suo blog Romeo Orlandi, Presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia.

L’attivismo cinese nell’Asia-Pacifico è, in realtà, argomento di cronache piuttosto recenti. Per oltre un decennio, gli sforzi militari di Pechino sono stati finalizzati al ricongiungimento della provincia ribelle Taiwan alla madrepatria. Come sottolineano alcuni esperti, la questione taiwanese è costata alla Cina un notevole ritardo sulla tabella di marcia, mentre gli altri attori della regione –Filippine e Vietnam in primis- hanno rafforzato la loro presenza nel Mar Cinese Meridionale attraverso la costruzione di infrastrutture su atolli e scogliere di loro dominio. Proprio lo scorso 8 giugno, il personale navale dei due Paesi asiatici, sempre più uniti in funzione anticinese, aveva organizzato incontri sportivi a margine di un conclave tenutosi a Southwest Cay, suscitando le ire di Pechino. L’isola in questione, occupata dalle milizie vietnamite negli anni ’70 ma tutt’oggi rivendicata da Cina e Filippine, vanta addirittura un campo da calcio.

Secondo quanto rivelato da un ufficiale occidentale al ‘New York Times’, dal mese di gennaio la Repubblica popolare starebbe lavorando alla nascita di almeno tre nuove isole (tra i 20 e i 40 acri ciascuna) nell’arcipelago conteso delle Spratly in grado di ospitare edifici di grandi dimensioni, insediamenti umani e apparecchiature di sorveglianza. Dai primi rilevamenti, almeno un impianto sembrerebbe essere destinato ad uso militare, mentre, in generale, le isole potrebbero servire da scalo per i rifornimenti delle navi pattuglia cinesi. Accuse, queste, respinte dalle autorità di Pechino, per le quali le costruzioni hanno esclusivamente lo scopo di aumentare la capacità di soccorso umanitario e di coordinamento delle attività ittiche nazionali. E sono, peraltro, pienamente giustificate dall’«indiscutibile sovranità della Cina sulle Nansha», ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri riferendosi alle Spratly con il loro nome cinese.

Come fanno notare alcuni analisti, interpellati dal quotidiano della Grande Mela, gli Stati antagonisti hanno adottato un profilo più basso a partire dal 2002, anno in cui Repubblica popolare e nove Nazioni del Sud-est asiatico hanno sottoscritto la Dichiarazione di condotta delle Parti nel Mar Cinese Meridionale; un documento che non ha valore vincolante e non vieta esplicitamente la creazione di nuove isole o lo sviluppo di infrastrutture su quelle già esistenti, ma intima ai firmatari di «esercitare l’autocontrollo nello svolgimento di attività che potrebbero esacerbare le tensioni», astenendosi, tra le altre cose, dallo stabilire insediamenti in terre al momento disabitate. Caryle A. Thayer, professore emerito dell’University of New South Wales, in Australia, avverte: le operazioni messe in atto da Pechino «alterano lo status quo e rischiano soltanto acuire le frizioni».

Lo scorso mese, il Governo di Manila aveva protestato contro le attività di recupero portate avanti dal gigante asiatico sul Johnson South Reef, teatro di schermaglie tra il Dragone e Hanoi nel 1988, e che la Cina è riuscita ad occupare dopo l’uccisione di una settantina di vietnamiti. Oggi quello scoglio parrebbe aver cambiato completamente aspetto. Stando a quanto riportato dal ‘South China Morning Post’, presto anche il vicino Fiery Cross Reef (controllato dalla Repubblica popolare dall”88) potrebbe a sua volta diventare un’isola artificiale -con un porto e una pista d’atterraggio- grande due volte la base militare americana Diego Garcia, atollo corallino di 44 chilometri quadrati nell’Oceano Indiano.

A maggio alcuni schizzi dei progetti insulari cinesi avevano fatto una breve comparsa sui siti d’informazione nazionali, tra cui il ‘Global Times’, per poi sparire nel nulla. Mentre, a due anni dalla promozione al ruolo di prefettura, nella città di Sansha, in un altro arcipelago conteso (quello delle Paracel), la settimana scorsa è stata annunciata la costruzione di una scuola appositamente pensata per i figli del personale militare e dei residenti permanenti, che ormai si aggirano intorno alle 1.443 unità.

Gli eventi si susseguono con una rapidità insolita. Perché tanta fretta? Secondo Albert del Rosario, Segretario agli Esteri delle Filippine, Pechino starebbe attuando la propria ‘agenda espansionistica’ per anticipare la ventilata redazione di un codice di condotta con i Paesi Asean, in base al quale la Cina si troverebbe limitata nei movimenti da una serie di norme giuridicamente vincolanti. Il ‘New York Times’, considera l’ipotesi che il Dragone stia cercando di avvalersi delle nuove isole per ampliare la propria ZEE (zona economica esclusiva), che -secondo l’UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare)-, si estende a 200 miglia nautiche dalla linea di base in cui lo Stato costiero può esercitare il diritto di sfruttamento esclusivo delle risorse naturali. Ma come ci spiega Andrew Chubb, esperto di nazionalismo e Politica marittima cinese presso la University of Western Australia, “l’UNCLOS stabilisce esplicitamente che né le isole artificiali, né gli scogli disabitati (quali erano queste isole prima dell’intervento cinese) valgono nel calcolo delle ZEE. Per rivendicare la propria zona economica speciale a partire dalle Spratly, Pechino deve esercitare la propria sovranità sulle dozzine di isole ‘vere’ dell’arcipelago che, però, sono occupate da altri Paesi. Inoltre, sebbene il fenomeno abbia assunto proporzioni senza precedenti solo di recente, la Cina ha cominciato le attività di recupero della terra in questi isolotti fin dai primi mesi del 1988, e  fin dall’inizio li ha sottoposti al controllo dell’Esercito di liberazione popolare “.

Negli ultimi tempi, i rapporti con il Vietnam sono precipitati in seguito allo spostamento di una piattaforma petrolifera della China National Offshore Oil Corporation in un tratto di mare contestato, mentre le Filippine, da parte loro, cercano dallo scorso anno di trascinare la Cina davanti al Tribunale internazionale delle Nazioni Unite per la Legge del Mare, a L’Aja. Tradizionalmente, il Dragone rifiuta l’internazionalizzazione delle dispute, preferendo gestire le controversie direttamente con i Paesi interessati. Ciononostante, di recente, il Governo cinese si è dimostrato bendisposto a interagire con istituzioni multilaterali in riferimento alle proteste vietnamite, in quello che viene considerato dagli analisti un nuovo approccio alle schermaglie marittime. Lo conferma l’insolito sbandieramento ‘urbi et orbi’ delle prove video delle angherie subite da navi e aerei cinesi ad opera dei vicini asiatici.

Allo stesso tempo, il montare delle provocazioni viene da certuni collegato ad «una nuova tattica assertiva», in cui quelli che a un primo sguardo sembrano incidenti isolati vanno, in realtà, inseriti in una strategia di più ampio respiro. La Cina vuole proiettare la propria potenza marittima oltre i confini tradizionali. E la stessa corsa allo sviluppo degli atolli avrebbe come scopo ultimo il rafforzamento della presenza cinese in aree molto lontane dalla terraferma, oltre la ‘prima cintura di isole che sigilla il Mar Giallo, il Mar Cinese Meridionale e quello Orientale all’interno di un arco che si estende dalle Aleutine, in Alaska, fino al Borneo. Una linea di demarcazione immaginaria costellata di basi militari americane che, stando a quanto riferito dall’analista Du Wenlong a ‘Duowei‘, fu stabilita da Washington e alleati all’indomani della Guerra Fredda proprio per contenere l’espansione cinese.

Lo scorso autunno, il quotidiano in lingua inglese ‘China Daily’ riportava che la marina cinese «ha realizzato il suo sogno di lunga data penetrando attraverso la ‘prima catena di isole’», che comprende Filippine, le isole Curili, l’arcipelago giapponese, le Ryukyu e Taiwan. Le navi cinesi si sarebbero fatte strada verso l’Oceano Pacifico attraverso vari canali (tra cui lo stretto di Miyako) andando a «frammentare la cintura in più pezzi». Secondo il ‘Jane’s Defense Weekly’, flotte del Dragone varcano il canale di Miyako almeno una volta ogni due mesi; il prossimo passo sarà penetrare la ‘seconda catena’, che include Guam e altri territori più a Est, scrive il ‘New York Times’. Una teoria che non convince a pieno Chubb: “Le isole su cui la Cina sta costruendo infrastrutture sono molto vicine alle Filippine, alleate degli Stati Uniti. E’ innegabile che Pechino stia superando la ‘prima catena di isole’, il punto è che lo sta facendo mandando pattuglie molto più a Nord, come appunto attraverso Miyako e lo stretto di Bashi. Mi pare piuttosto che il rinnovato attivismo nel Mar Cinese Meridionale sia da contestualizzare in una strategia avviata negli anni ’80, che vede la presenza cinese nelle Spratly finalizzata sopratutto al controllo delle risorse naturali ed energetiche locali“.

 

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