domenica, Marzo 24

Piano Marshall per l’Africa? Non Può Funzionare L'Europa era già industrializzata, l'Africa no

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Si sta facendo sempre più forte l’idea che un Piano Marshall per l’Africa possa frenare l’emergenza migranti. Il Presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha sostenuto a più riprese la necessità di un grande Piano Marshall per l’Africa, per evitare che l’Europa venga «invasa dai sei miliardi di persone che vivono nella miseria». Agli inizi di giugno, intervenendo a Bruxelles agli European Development Days, il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha detto: «Serve un nuovo piano Marshall. Non è solo nell’interesse dell’Africa, è anche nel nostro interesse». La stessa cancelliera tedesca Angela Merkel è una fautrice di questa proposta.

Ma un Piano Marshall per il continente africano è davvero possibile?

Secondo l’economista americano Tyler Cowen, no. In un articolo, intitolato ‘The Marshall Plan: Myths and Realities’ (‘Il Piano Marshall: Miti e Realtà’; Washington: Heritage Foundation, 1985), Cowen mette anche in discussione il fatto che il Piano Marshall per la stessa Europa abbia avuto un vero impatto positivo.

A parere dell’economista americano, infatti, l’Europa si sarebbe ripresa comunque con o senza il Piano Marshall, aggiungendo che non esistono prove convincenti che sia stata l’iniziativa americana a provocare la crescita economica europea. Di fatto, l’aiuto americano non ha mai superato il 5% del PIL dei Paesi riceventi. Cowen scrive: «Il totale dell’assistenza economica era minuscolo comprato alla crescita che ebbe luogo negli anni Cinquanta».

A ogni modo, a prescindere dagli effetti che possa aver avuto del Piano Marshall, c’è da considerare che la condizione post-guerra dell’Europa era unica. Come nota lo stesso Cowen, l’economia europea era già industrializzata e ben integrata. Inoltre, l’Europa aveva già una lunga tradizione di istituzioni capitaliste. Cowen evidenzia anche il fatto che il fenomeno di rinascita di queste istituzioni era incoraggiato dagli stessi leader europei, come Ludwig Erhard nella Germania occidentale e da Luigi Einaudi in Italia, più che da input esteri.

In Africa, però, queste stesse condizioni che esistevano nell’Europa del dopoguerra non ci sono. Il continente africano deve costruire istituzioni ed infrastruttre ex novo e non ricostruire delle infrastrutture danneggiate, come nell’Europa post-bellica. Sono, infatti, pochi i Paesi in via di sviluppo che hanno una tradizione di capitalismo e industrializzazione. Il noto economista nigeriano ed ex Segretario esecutivo delle Commisione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite, Adebayo Adedeji, ha detto nel 2002: «Nessun Piano Marshall può funzionare per i mercati in via di sviluppo dell’Africa… L’Africa ha bisogno di essere costruita da zero, non riabilitata o ricostruita».

L’economista americano Cowen evidenzia, inoltre, che negli anni è stato dimostrato come il foreign aid sia completamente incapace di incoraggiare la nascita di simili istituzioni. Gli aiuti internazionali e il Marshall plan, infatti, promuovono soltanto il carattere ‘government-to-government’, ovvero lo statismo, e non la ‘free enterprise’ e la libertà economica.

Un Marshall Plan per l’Africa pertanto sarebbe soltanto un ulteriore costo inutile per l’Europa. Il Marshall Plan non contribuirebbe al benessere delle società africane, perché non produrrebbe una cultura imprenditoriale. Tale programma sarebbe una replica del foreign aid, che  -per come impostato- continua da anni a finanziare la falange di burocrati corrotti e progetti i cui eccessivi costi di realizzazione non sono compensati dai benefici che danno.

L’intellettuale americano James Bovard già nel 1986 descriveva in un articolo, pubblicato dal think tank Cato Institute, il fallimento degli aiuti allo sviluppo (Cato.org, 31 gennaio, 1986). Le sue parole, seppur scritte più di trenta anni fa, rimangono sempre attuali.

Bovard scrive nell’articolo: «I programmi di aiuto allo sviluppo sono stati perpetuati e incrementati non perché hanno avuto successo, ma perché il foreign aid sembra essere ancora una buona idea. Ma gli aiuti hanno raramente contribuito a sviluppare qualcosa, che i Paesi riceventi non avrebbero già potuto fare da soli. Solitamente questi aiuti incoraggiano invece i peggiori comportamenti dei Paesi riceventi, fornendo copertura a programmi e politiche che hanno affamato migliaia di persone e deragliato economie in difficoltà».

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