domenica, Novembre 17

Piano Kushner: promesse in attesa di fatti (e di $50 miliardi) Jared Kushner e Donald Trump hanno la loro idea per risolvere il conflitto tra Israele e Palestina: reggerà? Ne discutiamo con Eugenio Dacrema

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Il Presidente USA Donald Trump ha mandato il suo genero (e Senior Advisor) Jared Kushner in ‘missione segreta’ nel Medio Oriente. Lo stile non è quello da 007. Infatti, Kushner è arrivato a destinazione facendo parlare tutti – e facendo adirare i palestinesi. 

La Conferenza a Manama (Bahrein) doveva essere una due-giorni di prestigio internazionale (25-26 giugno) per presentare il Piano Kushner-Trump e risolvere una volta per tutte il conflitto tra Israele e Palestina. La “Pace per la Prosperità” di Kushner, però, non è piaciuta ai palestinesi; come mai?

La Casa Bianca, dopo due anni di lavori, ha presentato un piano economico di 50 miliardi di dollari per la stabilità, la pace e la prosperità nel Medio Oriente. Quei 50 miliardi verrebbero fatti confluire in un fondo di investimento (aperto) con l’obiettivo di risollevare l’economia palestinese e quella degli Stati limitrofi.

“La maggior parte dei soldi verrebbero forniti dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, ovvero dagli Stati del Golfo più entusiasti del Piano Kushner e più vicini alla politica estera di Trump”, ci dice Eugenio Dacrema, Research Fellow ISPI per la regione MENA. È possibile che a questi “si aggiungano anche privati, ma il grosso dei finanziamenti verrebbero dal Golfo (in minor parte Bahrein, Kuwait, Oman e Qatar). Quello pensato da Kushner è un fondo aperto: potrebbero aggiungersi anche Paesi europei ed asiatici, come d’altronde auspica lo stesso Kushner.

Il piano multimiliardario di Washington dovrebbe avere una durata di 10 anni e dovrebbe venir gestito da una “banca multilaterale di sviluppo” – e non dimentichiamo che FMI (Fondo Monetario Internazionale) e Banca Mondiale sono presenti al vertice di Manama. Il genero di Trump ha previsto che metà dei fondi (27,5 miliardi) vadano a Cisgiordania e Gaza, mentre ad Egitto, Giordania e Libano spetteranno – corrispettivamente – 9,1 miliardi, 7,4 miliardi e 6,3 miliardi.

Bisogna, però, fare una considerazione importante, secondo Dacrema: Non dobbiamo confondere la promessa fatta da Kushner con le donazioni effettive che, nel caso, verranno raccolte. 50 miliardi di dollari sono una cifra così enorme da essere difficile da immaginare quantitativamente: i soldi promessi, quasi sempre, non corrispondono mai ai soldi reali messi in campo”.

“Ricordiamoci poi che il piano di investimenti a lungo termine di Kushner può avverarsi solo dopo la risoluzione della questione politica.

“Sono molto scettico sulla riuscita del progetto”, ci spiega Dacrema, “sarà molto difficile costituire un fondo d’investimento cospicuo. Se si vedranno dei soldi arrivare, saranno per il 90 cento quelli di Arabia Saudita e Emirati Arabi”. Riyad e Abu Dhabi hanno la volontà di investire in questo piano e, soprattutto, hanno la capacità finanziaria e i mezzi per farlo – Abu Dhabi rappresenta il più grande fondo monetario del mondo”

Nel caso, invece, di Paesi come il Kuwait, il discorso è diverso: “il fondo sovrano è controllato dal Parlamento, quindi risulta molto più difficile mobilitare miliardi di dollari e giustificarli davanti ai deputati – soprattutto per Paesi economicamente in via di sviluppo come il Kuwait o per Paesi democratici e con vincoli di bilancio come quelli europei”. Insomma, Ryad e Abu Dhabi sarebbero privi di qualsiasi check-and-balances democratico o anche semidemocratico nell’elargire investimenti.

Dunque, appurato che sarà complicato mettere insieme abbastanza fondi per essere credibili investitori nella regione, rimangono da capire due cose: su cosa intende investire Jared Kushner? e quando ha intenzione di presentare il suo piano politico per la pace tra Israele e Palestina?

Andiamo per ordine. I progetti previsti da Kushner includono investimenti in sanità, istruzione, energia, acqua, alta tecnologia, turismo e agricoltura

“Già negli Accordi di Oslo del 1993 era presente un lato economico legato agli investimenti”, ricorda Dacrema, “ come nel caso dello sviluppo turistico della Palestina basato su un’economia di real estate – come del resto è stato fatto in Giordania con la costruzione di resorts per lo sviluppo turistico del Mar Morto”.

Il piano Kushner, infatti, propone quasi un miliardo per strutturare un settore turistico in Palestina. Ovviamente, un piano che guarda molto al futuro: considerando Hamas a Gaza, gli attacchi e i contrattacchi missilistici con Israele, la tenue sicurezza in una Cisgiordania occupata che non fanno ben sperare per la costruzione di hotel, ristoranti, villaggi e infrastrutture turistiche.“La situazione palestinese è oltremodo più complicata rispetto a quella giordana: nell’eventualità remota che si possa fare, in Palestina può resistere un turismo religioso o che si serve dell’atmosfera ‘mitologica’ che avvolge la regione”, suggerisce Dacrema.

Il turismo, in ogni caso, non può essere il punto di arrivo per una ricostruzione della Palestina: le zone su cui agire sono molto più strutturali e ‘viscerali’. “Bisogna costruire un impianto istituzionale solido e credibile, oltre che risolvere la bancarotta imminente e edificare infrastrutture in tutto il Paese”. Anche se, ragiona Dacrema, il problema è quello di dare alle istituzioni palestinesi“l’idea di aiuti internazionali – che andavano forte negli anni Settanta e Ottanta – e che hanno concesso a molte realtà del Medio Oriente di vivere esclusivamente grazie a questi aiuti – come nel caso della Giordania con gli aiuti dal Golfo e dagli Stati Uniti”

La Giordania per l’area è un simbolo: un Paese che – maliziosamente – potremmo considerare come si era soliti fare con la Libia, ovvero ‘uno scatolone di sabbia’, ma che è molto di più. La monarchia giordana, ora rappresentata da Abdullah II, ha compiuto riforme prettamente estetiche, appoggiandosi pesantemente all’entrata di aiuti economici internazionali: la Corona giordana ha ricevuto soldi senza imposizioni di condizionalità, potendo così evitare riforme strutturali o processi di democratizzazione.

In esclusiva a Reuters, Kushner ha assicurato che il fondo includerà «responsabilità, trasparenza, anticorruzione e garanzie di condizionalità» per proteggere gli investimenti. Secondo Dacrema, “tolto il turismo, la Palestina potrebbe assumere le stesse caratteristiche della Giordania: economia reale e produzione interna assenti, ma stile di vita oltre le proprie possibilità reali grazie ad aiuti internazionali esterni”

Ma, forse, qualcosa si può salvare: “se il Piano di Kushner si fosse  presentato in miglior maniera, ci sarebbe stata una reale possibilità di trovare un accordo con i palestinesi. Tolti i ribelli e gli attivisti più convinti, il piano economico di Kushner potrebbe anche funzionare: le persone comuni della Palestina anelano una rendita lavorativa e un migliore stile di vita se garantiti dagli aiuti internazionali. “Il problema, però, è che facendo così si vanno a modificare altri equilibri nella regione (a livello di migranti e di stabilità politica) che potrebbero contrariare, ad esempio, Giordania e Libano”. Sembra quasi la classica scena cinematografica in cui tappando un buco per fermare l’acqua se ne apre un altro vicino – solo che, in questo caso, non c’è proprio nulla da ridere.

In ogni caso, l’Amministrazione Trump prevede che il piano di investimenti farà più che raddoppiare il PIL palestinese, smorzando il tasso di povertà di metà e riducendo di molto il tasso di disoccupazione – senza, però, specificare dettagliatamente come saranno finanziati i progetti.

Per quanto riguarda, invece, il piano politico di Kushner, il mondo dovrà aspettare. Sul sito ISPI, Eugenio Dacrema scrive che «dopo aver subito numerosi rinvii, il “Patto del Secolo” ha ricevuto un nuovo colpo – forse questa volta mortale – dall’annuncio di nuove elezioni israeliane. Il fallimento di Netanyahu nella ricerca di una nuova maggioranza parlamentare ha fatto slittare l’annuncio almeno fino al prossimo autunno, periodo che però cade in concomitanza con l’inizio della campagna per le elezioni presidenziali del 2020 negli Stati Uniti».

Diciamo che le stelle non sono proprio allineate. Anche perché il piano economico è stato contestato duramente dal negoziatore palestinese Hanan Ashrawi: «Queste sono tutte intenzioni, queste sono tutte promesse astratte», aggiungendo poi che solo una soluzione politica può risolvere il conflitto.

Ma se quella soluzione politica si discosta dalla classica soluzione ‘a due Stati’ e vira bruscamente verso la creazione di un’entità palestinese senza esercito e senza controllo dei confini, allora il tavolo salta. Nei piani della Casa Bianca, la Palestina diventerebbe uno Stato protetto, nella regione di Gaza, dall’esercito egiziano del Presidente Abdel Fattah al-Sisi e, nella regione della Cisgiordania, da quello del Re Abdullah II. Inoltre, Kushner e Trump pensano che il ‘diritto al ritorno’ degli emigrati palestinesi non debba più venir contemplato. Insomma, come scrive Dacrema, quello americano è «un piano che azzera di fatto le principali storiche rivendicazioni del popolo palestinese».

Il Senior Advisor di Mr. Trump, dall’altra parte, continua a pensarla diversamente: a Reuters confida che questo piano economico è simile al Piano Marshall del Secondo dopoguerra. Kushner coccola la sua creazione, soprattutto quando la paragona al piano di investimenti che ha, di fatto, costruito l’economia europea e dato il via alla pace nel Vecchio Continente dopo gli orrori del nazifascismo.

L’ultimo desiderio di Jared Kushner, in ogni caso, è che le delegazioni dei Paesi del Golfo si convincano dell’efficacia del piano americano per poi convincere il Presidente palestinese Mahmud Abbas (conosciuto anche come Abu Mazen). Kushner lancia un messaggio indiretto verso Ramallah: «Ci piacerebbe vederti al tavolo per negoziare e cercare di trovare un accordo per migliorare la vita del popolo palestinese». Ora, però, possiamo solo aspettare le prossime mosse di Abbas.

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