giovedì, Novembre 14

Peter Thiel, Google fa il gioco della Cina La stoccata del cofondatore di PayPal contro il colosso hi-tech

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Peter Thiel, cofondatore di Paypal collocato su posizioni politiche vicine all’amministrazione Trump, ha recentemente espresso l’opinione che la Cia e l’Fbi dovrebbero mettere Google sotto indagine per tradimento. Nello specifico, le preoccupazioni del miliardario, esternate nel corso di un intervento tenuto in occasione della National Conservatism Conference di Washington, vertono sui legami costruiti dall’azienda guidata da Larry Page con la Cina, e più in particolare per l’accordo raggiunto nel dicembre 2017 tra Google e il governo di Pechino per la messa a punto di Dragonfly, un motore di ricerca dotato di filtri specifici per oscurare link e pagine internet sgradite all’apparato dirigenziale dell’ex Celeste Impero. Il rapporto di collaborazione instaurato tra l’azienda di Mountain View e la Cina, ha aggiunto Thiel, avrebbe favorito l’infiltrazione di agenti cinesi in progetti strategici legati a campi di particolare rilevanza quali l’intelligenza artificiale.

A suo avviso, pur di riguadagnare l’accesso al gigantesco mercato cinese, Google, benché ritiratasi ufficialmente dal progetto Dragonfly, avrebbe accettato di lavorare fianco a fianco con i tecnici dell’Esercito Popolare di Liberazione, e contro le forze armate statunitensi. Una presa di posizione a dir poco clamorosa, che sotto certi aspetti ricalca i rilievi mossi dal Pentagono lo scorso settembre, che  identificava nella Cina il «produttore unico o fornitore primario per materiali cruciali per la fabbricazione di munizioni e missili» e invocava l’intervento del governo per porre fine alle «distorsioni del mercato operate da Pechino, perché rischiano di far perdere agli Stati Uniti le tecnologie e le capacità industriali alla base della nostra potenza militare». Alcune misure adottate dall’amministrazione Trump, a partire da quelle a difesa delle tecnologie nazionali e da quelle finalizzata alla reindustrializzazione del Paese (o quantomeno al rimpatrio delle produzioni strategicamente cruciali), vanno indubbiamente nella direzione auspicata dai militari.

Così come, del resto, la recente decisione di Google di sospendere la collaborazione con Huawei attraverso il blocco del trasferimento di hardware, software e servizi tecnologici di punta sugli smartphone prodotti dall’aziende cinese. Nell’arco di poche settimane, però, il colosso si vide costretto a fare marcia indietro, arrivando ad esercitare pressioni sulla Casa Bianca per convincere Trump a revocare il bando contro Huawei, o quantomeno a esonerarla dal divieto di vendere al colosso di Shenzen i propri servizi una volta scaduta la licenza temporanea (pari a 90 giorni). Secondo Larry Page e i suoi collaboratori, l’iscrizione di Huawei nella ‘lista nera’ delle aziende cinesi stilata dal governo sarebbe infatti suscettibile di generare effetti opposti a quelli sperati dagli strateghi statunitensi. Vale a dire di obbligare Huawei a sviluppare un proprio sistema operativo destinato a porre fine al semi-monopolio detenuto da in materia da Google.

Le ripercussioni, tuttavia, non si produrrebbero sul solo terreno dell’economia, ma anche sul ben più sensibile comparto strategico, perché, come denunciato sempre da Google, la messa a punto di un sistema operativo da parte di Huawei conferirebbe alla Cina la buone possibilità di hackerare gli smartphone. I notevoli sforzi profusi finora da Huawei per rendersi il più possibile autonoma dai fornitori hi-tech occidentali hanno già consentito al gruppo di realizzare, attraverso la consociata HiSilicon, il partner Taiwan Semiconductor Manufacturing e altre società minori, il chipset Kirin, il quale è andato a sostituire i chip fabbricati dall’azienda statunitense Qualcomm presenti in gran parte degli smartphone di fascia più alta. Ora, secondo quanto rivelato dal ‘Financial Times’, Huawei si starebbe preparando a compiere il passo successivo, vale a dire alla messa a punto di una sorta di ‘clone’ di Android privo però dei servizi erogati generalmente da Google, tra cui Google Play Protect, il sistema preposto alla difesa di ciascun telefono dalle potenziali minacce portate dalle app. In tal caso, al di fuori di eventuali antivirus installati appositamente dagli utenti, sarebbe direttamente Huawei ad assumersi il compito di fornire ai dispositivi le funzioni legate alla protezione informatica; un rischio per la sicurezza nazionale che gli Stati Uniti non possono permettersi di correre.

Anche in virtù di ciò, Google ha fortemente ridimensionato le sue attività in Cina, e ricevuto per questo il diretto supporto di Larry Kudlow, che in qualità di direttore del National Economic Council – e pertanto consapevole del rapporto di stretta alleanza che tutti i giganti della Silicon Valley intrattengono con la Cia e l’apparato di intelligence Usaha affermato pubblicamente di ritenere,  a differenza di Thiel, che «Google lavori per l’America e le sue forse armate, non per la Cina».

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