martedì, Ottobre 20

PeSCo: tra cooperazione nazionale e autonomia strategica europea Quali prospettive per l'Italia lungo l’iter verso la Difesa comune? Intervista a Nicoletta Pirozzi, Docente di Scienze Politiche presso l’Università ‘Roma Tre’ e Responsabile del Programma ‘Unione Europea: politica e Istituzioni’ dello IAI

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La ridotta capacità tra gli Stati di trovare compromessi sui diversi dossier denota, come ha rilevato Antonio Villafranca, Ricercatore dell’ISPI, diverse spaccature interne all’UE. Come conciliarle con la cooperazione strutturata permanente, specie in un settore a carattere tradizionalmente ‘sovranista’ come quello della difesa?

In realtà, la PeSCo, essendo un esperimento di differenziazione, nel processo di integrazione, in un settore specifico come quello della Difesa, viene incontro alle differenze esistenti all’interno dell’Unione. Negli ultimi anni, anche a causa dell’incapacità di prendere decisioni efficaci e tempestive ‘a 28’, ci si è resi conto che il panorama politico interno all’UE è ancora molto differenziato, in termini di interessi nazionali. E lo è anche dal punto di vista delle capacità di difesa e della volontà degli Stati membri di impiegarle in determinati contesti. Introducendo un meccanismo di differenziazione, e quindi la possibilità che un gruppo ristretto di Stati membri – che sono più volenterosi e più capaci – possano andare avanti nel processo di integrazione e possano portare avanti azioni in nome e per conto dell’UE, in realtà va esattamente in questa direzione. La riflessione, essenzialmente, è stata: smettiamo di raccontarci la favola di un’Europa unitaria che decide compattamente anche in questi settori sensibili e diamo agli Stati membri che possono e che vogliono la possibilità di portare avanti il processo di integrazione. Badando bene, però a non escludere gli altri: innestando, cioè, un processo aperto che permetta agli Stati che decidessero, in un secondo momento, di entrare – oppure che riuscissero ad acquisire le capacità necessarie – di entrare a far parte di questo processo di integrazione. Pertanto, non vedo le due cose in contraddizione.

L’Italia ha sempre propeso per la natura inclusiva del processo di adesione. Circa i progetti che coordina e il suo ruolo nella PeSCo, quali sono gli interrogativi, i rischi e le criticità di fronte all’effetto trainante degli Stati che si pongono alla guida della Difesa comune?

Innanzitutto, dal punto di vista politico, l’Italia è stata tra i maggiori fautori di una più forte integrazione nel settore della Difesa. In effetti, se ripercorriamo le tappe della PeSCo, possiamo sicuramente fare riferimento all’iniziativa dell’agosto 2016, proveniente dal Ministro Roberta Pinotti e dall’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, proprio in termini di creazione di una ‘Schengen della Difesa’ (un terminologia non troppo appropriata). Era comunque chiaro che vi fosse la volontà politica italiana di portare avanti questo esperimento di integrazione differenziata nel settore della Difesa. Quando la PeSCo è stata lanciata, l’Italia ha figurato tra i primi promotori, tanto che la sollecitazione all’Alto Rappresentante è venuta proprio da 4 Stati membri (Italia, Francia, Germania e Spagna) proprio nel senso di un’attivazione di questo processo all’indomani della Brexit.

Se, sul piano politico, l’interesse dell’Italia è chiaro, sul piano pratico e operativo ci scontriamo con tutta una serie di interrogativi che hanno a che fare con una spesa italiana sulla Difesa ben lontana dal 2% previsto all’interno degli accordi NATO , un settore di ricerca e sviluppo che andrebbe sicuramente potenziato e anche una certa fatica ad agganciarsi ai grandi soggetti europei che fanno da traino nel settore della Difesa. Mi riferisco in particolare alla Gran Bretagna, che ora lascerà l’UE, ma anche alla Francia e ad altri Stati membri. Quindi, da parte italiana, ciò che occorrerà fare ora che la PeSCo è stata lanciata è puntare decisamente su alcuni progetti e settori-chiave, come peraltro sta già facendo, e cercare di rimanere ben agganciata al ‘gruppo di testa’. Sebbene la PeSCo abbia visto la partecipazione di 25 Stati membri e, pertanto, si sia rivelata una scelta molto inclusiva – anche troppo rispetto al disegno iniziale – , ovviamente al suo interno si creeranno dei campioni, delle ‘teste di ponte’ tra le quali l’Italia dovrà essere presente.

Potrebbe lasciarci con una previsione, sul breve periodo, ora che lo strumento di integrazione è stato varato? Quanto siamo lontani da un esercito europeo?

Siamo molto lontani, almeno per ora. Quello che fa la PeSCo – è che la PeSCo è – è avvicinare progressivamente gli Stati membri portando a un embrione di gestione comune delle capacità europee. Parliamo di un coordinamento tra i Ministri della Difesa, in termini di pianificazione nazionale, e del lancio di progetti congiunti, inerenti allo sviluppo delle capacità, che potranno permettere un domani all’UE di intervenire in una serie complessa di scenari. In questo frangente, allora, non stiamo costituendo una forza comune europea, ma solo avviando un processo che, tra un numero di anni che giudico considerevole, potrebbe portare alla creazione di un esercito unico. È un passo, ovviamente, benvenuto e anche necessario, malgrado la prospettiva ‘lunga’.

Possiamo stimare un margine di un decennio?

Sì, almeno.

Il ‘gruppo di testa’ al quale alludeva è costituito da Francia e Germania?

Fin dall’inizio, entrambi i Paesi, con tutte le cautele tedesche e le ‘spinte in avanti’ francesi, hanno trainato il processo. Anche la Spagna, però, ha svolto un ruolo attivo e potrebbe entrare – si spera, con noi – a far parte di quel gruppo.

 

 

 

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