martedì, Novembre 12

Perché Trump ritira gli Usa dal trattato internazionale sul commercio di armi? Le ragioni alla base della decisione

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Nei giorni scorsi, Donald Trump si è presentato al vertice annuale della National Rifle Association (Nra) tenutosi a Indianapolis per dichiarare che la sua amministrazione profonderà ogni sforzo possibile per convincere il Congresso a non ratificare il trattato internazionale sul commercio delle armi firmato nel 2013 da Barack Obama e adottato a su ampia scala sulla base di una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. «Gli Stati Uniti»ha annunciato il tycoon newyorkese – «recederanno da questo cattivo trattato. Togliamo la nostra firma. Le Nazioni Unite riceveranno presto una notifica attestante il fatto che gli Usa si oppongono a questo trattato».

La decisione è stata interpretata da numerosi osservatori statunitensi come una sorta di regalo alla Nra, potentissima lobby che vanta poco meno di sei milioni di affiliati risultata determinane sia per promuovere la candidatura di Trump che per schiudergli le porte della Casa Bianca. Durante il suo discorso, non a caso, il magnate ha più volte ribadito la sacralità del secondo emendamento, la legge da sempre invocata dai membri della Nra che consente a ogni cittadino statunitense di circolare armato. Sia perché «quando le armi sono fuori legge, solo i fuorilegge hanno le armi», sia in ragione del fatto che «la libertà dell’America è sacra e gli americani rispetteranno le leggi americane e non quelle di Paesi stranieri». In realtà, il trattato implica soltanto l’introduzione di una blanda regolamentazione atta a disciplinare a livello internazionale il trasferimento di armi convenzionali – tra cui carri armati, aerei e navi da guerra. Al momento della firma, l’allora segretario di Stato John Kerry spiegò che la norma non avrebbe avito alcuna conseguenza sulla vendita domestica di armi da fuoco, e che l’intento alla base del provvedimento era quello di proibire la vendita di armi se ritenuta in grado di agevolare l’attuazione di crimini di guerra, attentati e violazioni sistematiche dei diritti umani.

La presa di posizione di Trump si configura quindi da un lato come una mossa dalla forte valenza elettorale, essendo stata effettuata a poco più di un anno di distanza dalle presidenziali del 2020. D’altro canto, il ripudio del trattato per la vendita internazionale di armi si spiega con la tutela degli interessi di cui è titolare l’apparato militar-industriale statunitense. Le statistiche fornite dall’autorevole Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) pongono gli Stati Uniti in cima alla graduatoria dei Paesi che investono maggiori risorse a fini militari. Si parla di un esborso pari a qualcosa come 649 miliardi di dollari, nel cui ambito non rientrano i budget del Dipartimento per gli Affari dei Veterani, delle 17 agenzie di intelligence e di altri apparati quali il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale e, soprattutto il Dipartimento dell’Energia, che ha speso quasi 15 miliardi di dollari per l’ammodernamento dell’arsenale nucleare. Ricomprendendo queste voci di spesa nel computo complessivo, la spesa militare reale degli Stati Uniti ammonterebbe a circa 1.000 miliardi di dollari. In altre parole, Washington dedica il 25% del proprio budget al potenziamento del proprio apparato bellico, sia perché dall’apparato industriale dipendono centinaia di migliaia di posti di lavoro, sia perché è su di esso che si basa la capacità statunitense di garantire al dollaro il ruolo di moneta di riserva internazionale. Il che consente alla Federal Reserve di stampare banconote a ciclo continuo attraverso cui vengono importate merci da tutto il mondo e finanziato il gigantesco debito pubblico statunitense, che ha da poco oltrepassato quota 22 trilioni di dollari a cui vanno sommati quasi 400 miliardi di interessi annui, destinati a raddoppiare a partire dal 2025.

L’incremento del deficit di bilancio statunitense dipende quindi in larga parte dagli stanziamenti che gli Usa destinano annualmente alla difesa, ritenuti necessari specialmente alla luce del contesto attuale che vede una serie di Paesi, a partire da Russia e Cina, mettere in seria discussione l’egemonia del dollaro e la stessa integrità dell’ordine economico e geopolitico impostosi all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. Come ha scritto nel 2006 l’economista James K. Galbraith, «nel corso degli anni abbiamo lasciato deteriorare la nostra posizione commerciale nell’economia mondiale, passando dall’assoluta supremazia […] alla situazione attuale […]. Per il mantenimento del nostro standard di vita siamo divenuti dipendenti dalla disponibilità del resto del mondo ad accettare asset in dollari (azioni, obbligazioni e liquidità) in cambio di beni e servizi reali: il prodotto del duro lavoro di gente molto più povera di noi in cambio di biglietti che non richiedono alcuno sforzo per essere prodotti. Per decenni, il mondo occidentale ha tollerato l'”esorbitante privilegio” di un’economia fondata sul dollaro come riserva mondiale perché gli Stati Uniti rappresentavano la potenza necessaria per garantire […] una sicurezza affidabile contro il comunismo e la rivolta sociale, così da creare le condizioni nelle quali molti Paesi da questo lato della “cortina di ferro” hanno potuto crescere e prosperare. Queste motivazioni sono svanite [con il crollo dell’Urss]e la “guerra globale contro il terrorismo” non ne rappresenta un sostituto persuasivo. Così, quella che un tempo era una transazione effettuata a malincuore con il Paese egemone – che rappresentava pur sempre l’elemento di stabilizzazione del mondo – è ora vista, in cerchie sempre più ampie, come la continua sovvenzione a uno Stato predatore».

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