lunedì, Aprile 6

Perchè preoccuparsi per la cancellazione delle Olimpiadi? Il rinvio costerà tra i 5,2 e i 5,6 miliardi di euro. Il Cio potrebbe chiedere il risarcimento, e la stessa cosa potrebbero fare gli sponsor, ma forse l’opinione pubblica non gradirebbe

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Nella serata giapponese dello scorso 24 marzo, dopo un lungo tergiversare, Tokyo, in accordo con il CIO, ha deciso il rinvio delle Olimpiadi al 2021, causa coronavirus-COVID-19. Si chiameranno sempre ‘Tokyo 2020’, ma si terranno nel 2021 in data da definirsi.
Esperienza simile Tokyo l’aveva già vissuta nel 1940, quando avrebbe dovuto ospitare i Giochi, cancellati a causa della seconda guerra mondiale.
Per qualcuno un sospiro di sollievo, per altri sbalordimento e disperazione, tanto che c’è chi come il nuotatore azzurro Luca Dotto, che si è sentito in dovere di mettere un po’ di ordine nella testa di quegli atleti che si stavano strappando le vesti: «Ragazzi ma stiamo dando i numeri? Il 
vero dramma lo sta vivendo chi è malato, o chi alla fine di questo periodo perderà il lavoro e non saprà come dar da mangiare alla propria famiglia!».

In effetti, in un momento in cui morte e disperazione sembrano essere le sole prospettive e il mondo è fermo, chiuso in casa, non sono in pochi a chiedersi ‘perché ci si dovrebbe preoccupare per il rinvio delle Olimpiadi?’, malgrado sia il primo rinvio della storia dell’evento.
Il perché c’è e sta tutto in quel che le Olimpiadi sono, o meglio sono divenute, un business strepitosamente grande.

Il rinvio costerà tra i 5,2 e i 5,6 miliardi di euro. Se il rinvio fosse stato di due anni, sostengono gli analisti, la somma avrebbe superato i 13 miliardi di euro.
Per quanto Takuji Okubo, direttore dell’Asia del Nord dell’Economist Corporate Network, sostenga che «il rinvio delle Olimpiadi ha un impatto negativo relativamente marginale, anche perchè il Giappone ha già investito sulle infrastrutture», bastano pochi numeri per capire la portata del problema economico che il rinvio comporta.
Le Olimpiadi giapponesi quotano 11mila atleti da oltre 200 Nazioni con migliaia di personale dell’entourage, danno lavoro a circa 50mila persone di ogni categoria, comportano un flusso si spettatori e annesso turismo sul territorio di migliaia, probabilmente milioni di persone, già venduti 4,6 milioni di biglietti che dovranno essere rimborsati se non riescono essere slittati al prossimo anno. 5.632 appartamenti delle palazzine del Villaggio Olimpico dovevano essere venduti ad un prezzo tra i 700 e 1,6 milioni di dollari e la consegna chiavi era già stata già fissata, come da contratto, nel corso del mese di novembre.

E poi ci sono i numeri di quello che si definirebbe indotto. Uno per tutti: le TV, ovvero pubblicità. La ‘Nbc’ negli Stati Uniti aveva già sottoscritto accordi per oltre 1,25 miliardi di euro in pubblicità. Oltre il 70% delle entrate del Cio, circa 4,5 miliardi di dollari, arriva dai diritti televisivi. Ed è da precisare che il ricchissimo Cio ha una sola risorsa commerciale, appunto le Olimpiadi. Le entrate totali del CIO durante l’ultimo ciclo olimpico -i Giochi di Sochi del 2014 e i Giochi di Rio del 2016- sono stati di 9,3 miliardi di dollari, di cui il 73% (6,8 miliardi di dollari) in pubblicità e il 18% da sponsorizzazioni. Sempre secondo le analisi di questi giorni, ci sono oltre 100 Nazioni, soprattutto dell’Africa e del Centro America, che per poter praticare sport basilari vengono finanziati solo dal Cio.
Mal di testa ancora più grande per il
Giappone, chesi stima che abbia già investito 20,6 miliardi di dollari.

Insomma, un problema economico pesante, che ora potrebbe diventare oggetto di lavoro per i tribunali.
Il
contratto della città ospitante stabilisceespressamente, nella clausola 66, che se il Paese ospitante si trova in uno stato di guerra o disobbedienza civile, il CIO può, a sua esclusiva discrezione, risolvere il contratto. Non basta: l’incapacità di ospitare i giochi è una delle contingenze specifiche che consente al CIO di risolvere unilateralmente il contratto senza pregiudicare i suoi diritti di chiedere un risarcimento al comitato organizzatore di Tokyo; altresì è previsto che il Giappone assume l’impegno di ‘indennizzare e tenere indenneil CIO da qualsiasi pretesa di terzi in merito al ritiro del CIO dai giochi, come quelli delle emittenti televisive.

I problemi legali potrebbero derivare daibiglietti già venduti, dai contratti con le emittenti televisive e relativi pacchetti pubblicitari, e dagli sponsor. Quelli che detengono i biglietti, quelli che hanno il diritto di trasmettere le Olimpiadi e quelli con sponsorizzazioni ‘ufficiali’ esclusive possono ora tentare di recuperare i propri soldi in tutto o in parte.
«Gli organizzatori di Tokyo e il CIO potrebbero sostenere che si applicano le cosiddette clausole di forza maggioree che gli impegni contrattuali assunti con gli sponsor e le emittenti sono stati interrotti da una causa imprevista e naturale», sostiene Jack Anderson, docente di diritto sportivo all’Università di Melbourne.
Gli avvocati specializzati nel diritto dello sport sono al lavoro, per quanto esistano già rapporti secondo cui gli organizzatori non sarebbero ritenuti responsabili se le Olimpiadi venissero annullate a causa di ‘forza maggiore’, tra cui catastrofi naturali, guerre e ‘stati di emergenza connessi alla salute pubblica’.

A ciò si aggiunga il fatto che l’opinione pubblicanon vedrebbe di buon occhio «l’emittente o lo sponsor che tenta di intraprendere un’azione legale in un momento in cui il mondo sta affrontando la sua più grave emergenza sanitaria del secolo. Le perdite commerciali subite dai grandi sponsor aziendali per un evento che può essere riprogrammato genereranno attualmente poca simpatia pubblica».

Insomma, il danno economico c’è, ed è evidente, ma potrebbe essere momentaneo.

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