lunedì, Ottobre 21

Perchè non sarà guerra nello Stretto di Hormuz? Perché l’oro nero non è più tanto oro Al centro della partita non c’è Hormuz, che non sarà chiuso, bensì l’accordo sul nucleare. Il ruolo del petrolio negli equilibri politici mondiali imminenti sarà marginale

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Nella nuova geopolitica il petrolio non farà più la differenza? E’ la conclusione alla quale si potrebbe arrivare guardando bene i fatti delle ultime settimane nel Golfo. Dopo gli attacchi iraniani delle scorse settimane alle petroliere in navigazione nel Golfo, lo scontro ora si concentra sull’Europa, in particolare la Gran Bretagna.
Venerdi 19 luglio i Guardiani della rivoluzione iraniani hanno annunciato di aver sequestrato una nave cisterna britannica nello Stretto di Hormuz, per non aver rispettato le norme marittime internazionali, la Stena Impero, diretta in Arabia Saudita. La nave avrebbe improvvisamente lasciato le acque internazionali e si sarebbe diretta verso l’isola iraniana di Qeshm, dove i Guardiani della rivoluzione hanno una base. 

L’azione dei Guardiani della rivoluzione arriva nel giorno in cui la Corte Suprema di Gibilterra ha prolungato di 30 giorni il sequestro della petroliera iraniana Grace 1, fermata il 4 luglio scorso dalle autorità della Rocca perchè sospettata di trasportare greggio alla Siria in violazione delle sanzioni Ue. Teheran aveva denunciato il sequestro come un atto di ‘pirateria’, chiedendo in più occasioni il rilascio della nave. 

Londra, dopo le scaramucce verbali, martedì ha inviato a Teheran un mediatore per discutere la questione del rilascio della petroliera britannica. Fatto di non poco conto, con Teheran ora si tratta.
Certo, è Londra che tratta, non è la UE, non è Bruxelles, né Washington. Ma Londra di certo ha concordato l’iniziativa con Washington, molto probabilmente non con Bruxelles, dell’Unione la Londra di Boris Johnson si ritiene già fuori, e poco gliene importa. Non per nulla ieri il nuovo Segretario alla Difesa americano, Mark Esper, ha detto che Washington stava cercando di disinnescare la situazione di stallo nel Golfo.
Si mettono da parte le bordate e gli insulti fatti strillare dai media internazionali, e si va al tavolo. E laseduta al tavolo è probabilmente proprio quello a cui mirava l’Iran, che all’Europa sta oramai da tempo rimproverando di non aver fatto rispettare l’accordo 2015 sul nucleare, imponendosi sugli Stati Uniti. Si perché la vera ‘carne’ della vicenda è l’accordo sul nucleare.

Infatti la mossa, quella del mediatore, molto rapidamente ha raccolto il favore di Rohani che, dopo aver precisato che lo stretto di Hormuz «non è un luogo in cui manipolare le norme internazionali» , e che l’Iran non consentirà a nessun Paese di violare la sicurezza del Golfo Persico e dello stretto di Hormuz, ha promesso che la Gran Bretagna troverà una risposta adeguata da parte del suo Paese nel caso decidesse di «correggere l’errore» di aver sequestrato una nave iraniana pur difendendo il sequestro della Stena Impero come «forte, preciso e professionale». Il Governo iraniano, ha dichiarato  Rohani, «non ha mai perso ne perderà mai qualsiasi occasione di dialogo», purché sia un dialogo «giusto e legale all’ombra della dignità al fine di risolvere problemi e contrasti» , precisando che non accetterà «assolutamente una resa camuffata da dialogo».

L’Iran ha dichiarato di aver sequestrato la Stena Impero dopo che il Regno Unito aveva sequestrato la Grace 1, al largo di Gibilterra. A questo punto, la Gran Bretagna si sarebbe offerta di rilasciare Grace 1 a condizione che l’Iran fornisca garanzie che la nave non continuerà a trasportare petrolio iraniano in Siria.

Secondo alcuni osservatori, Boris Johnson -arrivato al 10 Downing Street in piena crisi- potrebbe essere tentato di cercare una via d’uscita rapida; una delle ipotesi che circolano è lo scambio delle navi cisterna nel contesto di un accordo più ampio,che potrebbe prevede tra il resto lo scongelamento di fondi iraniani congelati da Londra e la liberazione della donna britannico-iraniana, Nazanin Zaghari-Ratcliffe e altri soggetti con doppia cittadinanza detenuti come chip di contrattazione da Teheran.
Soluzioni di questo genere potrebbero non piacere a Donald Trump, sul quale invece Boris punta molto. Il dispiacere di Trump si potrebbe ritorcere contro quel rapporto preferenziale USA-GB che Boris cerca, ma gli analisti sono concordi nel dire che il primo a non volere per davvero  -al di là di quel che dice- la guerra con l’Iran -almeno a motivo del Golfo, e sul nucleare ancora preferisce la guerra di logoramentoè proprio lui.

Martedì il Presidente iraniano aveva assicurato che l’Iran è «il guardiano della sicurezza e della libertà di navigazione» nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz nel Mare di Oman e non cerca, dopo la cattura della petroliera britannica, un’escalation della tensione in questa zona strategica del Paese.
Pronunciamento significativo in particolare dopo che la Gran Bretagna aveva chiesto a Bruxelles  una «missione marittima a guida europea»  per proteggere le navi che passano da Hormuz e Teheran aveva immediatamente respinto la proposta. La missione a guida europea, secondo Londra, sarebbe altro rispetto alla coalizione internazionale auspicata nelle scorse settimane da Washington per scortare le petroliere nel Golfo Da sottolineare che nelle stesse ore  a Parigi era arrivato il viceministro iraniano degli Esteri, Abbas Araghchi, nella veste di ‘inviato speciale del presidente’, per colloqui sull’accordo nucleare del 2015. Perchè questo è il vero scontro in essere tra Iran e Usa, il resto dell’Occidente, a partire proprio dall’Europa, del nucleare non è affatto preoccupata, e secondo gli osservatori più attenti con ragione.

Al centro della partita non c’è Hormuz, che nessuno di fatto è interessato a chiudere, bensì l’accordo sul nucleare. Lo Stretto è stato ed è solo una illusione ottica, meglio, un diversivo per spostare l’attenzione -e la tensione- sul nucleare. Trump, come suo solito, ha sparato e ora sta facendo il passo indietro, alla chitichella, facendo di tutto perché sembri che le sue pallottole hanno colpito il bersaglio. Di fatto non è così, anzi.

«Non c’è alternativa al passaggio dello Stretto di Hormuz, se non per un 10% dei 20 milioni di barili di petrolio che ci transitano ogni giorno», sostiene, in una dichiarazione alle agenzie, il Presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli.  «Le sole alternative sono via terra: dall’Arabia Saudita al Mar Rosso e dall’Iraq alla Turchia. Ma sono vie già saturate».
In realtà, nella storia, un blocco totale di Hormuz «non si è mai verificato. Nonostante le velleità iraniane di minacciare una chiusura di Hormuz, non è mai rimasto chiuso».
Una chiusura è così improbabile, secondo Tabarelli, che il mercato ha praticamente ignorato il sequestro da parte dei Pasdaran iraniani di una petroliera britannica. «Alla notizia del sequestro il prezzo del petrolio, che aveva chiuso a 64 dollari, è salito ma di appena un dollaro. Il mercato  è ora segnato da un eccesso di offerta. La produzione Usa è esplosa e, oltre all’autosufficienza, gli Stati Uniti potrebbero diventare esportatori netti entro la fine dell’anno». Valutazione condivisa anche da ‘Oilprice’, che sostiene che a differenza del mese scorso, lo scontro militare non è preso in considerazione, il prezzo del petrolio è sceso, a causa dell’ampia offerta mondiale di petrolio. «Sembra che la maggior parte dei partecipanti al mercato siano convinti che non ci saranno conflitti aperti tra Occidente e Iran». 

Gli Usa possono infischiarsene di quanto accade nel Golfo, -e Trump lo ha detto apertamente nei giorni scorsi parlando dell’autonomia energetica degli USA- e «l’impatto sui prezzi in questo momento è molto limitato. Siamo lontani dai 110 dollari al barile del 2014 e ancora di più dai 140 dollari del 2008. E questo nonostante l’assenza del petrolio di Venezuela e Libia e la decisione Opec di tenere bassa la produzione», ha affermato Tabarelli. 

La conclusione del Presidente di Nomisma Energia è che «gli Usa mai come ora potrebbero uscire dal ginepraio del Medio Oriente», affermazione che ci fa tornare alla domanda iniziale.
Ebbene, la fine della dipendenza USA dal petrolio dei Paesi del Golfo non solo offre una fantastica chance a un Presidente che probabilmente non la saprà o vorrà raccogliere, ma adombra quello che sarà il ruolo del petrolio negli equilibri politici mondiali imminenti:  marginale.
E la marginalità del petrolio comporterà la marginalità dei Paesi del Golfo, che, riconversione delle loro economie a parte, potrebbero non accettare questa nuova loro posizione, quale sarà la loro reazione, il loro asso nella manica si vedrà, e forse proprio lo scontro in atto tra forze sunnite e forze sciite ci può far fare ipotesi e ragionamenti.

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