venerdì, Novembre 15

Perché la Fed inietta nuova liquidità nel sistema? Le incognite che si nascondono dietro la decisione della Banca Centrale Usa

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Nei giorni scorsi, la Federal Reserve ha costantemente incrementato le iniezioni di liquidità nel sistema, e annunciato che effettuerà operazioni quotidiane analoghe attraverso il suo distretto newyorkese quantomeno fino al prossimo 10 ottobre. Fino ad ora, gli interventi sono rimasti entro la soglia dei 75 miliardi di dollari al giorno, ma, ha chiarito un portavoce della Fed, nei prossimi giorni le cifre potrebbero sfondare quel tetto. Inoltre, l’istituto guidato da Jerome Powell si è detto pronto a condurre ulteriori transazioni qualora se ne presentasse la necessità.

L’intervento della Federal Reserve mira in tutta evidenza a riportare la calma nel cruciale mercato interbancario, vale a dire quel ‘luogo’ – naturalmente ideale – in cui gli operatori alle dipendenze di ciascun istituto di credito si approvvigionano quotidianamente (in genere tra le cinque e le otto del mattino, ma le operazioni tendono comunque a protrarsi nell’arco di tutta la giornata lavorativa) della liquidità di cui hanno bisogno rivolgendosi ai loro simili, e impegnandosi a restituire loro entro brevissimo termine (di solito 48 ore) la somma ottenuta elevata da una quota prestabilita di punti base (pari a un centesimo dell’1%) al di sopra del tasso di sconto.

L’andamento del mercato interbancario rappresenta un indice particolarmente utile a saggiare lo stato di salute del sistema finanziario, perché dà la misura della fiducia che le banche ripongono nei confronti degli altri istituti di credito. Per cui, finché le banche accettano di prestarsi il denaro tra di loro pretendendo come contropartita interessi che rimangono entro gli intervalli di oscillazione dei tassi fissati dalla Banca Centrale, il sistema è da considerarsi in equilibrio. Il discorso cambia però radicalmente nel momento in cui gli istituti cominciano a elevare il tono delle pretese, o addirittura declinano le richieste di liquidità avanzate dai loro simili. Entrambe le situazioni tendono a presentarsi come effetto pratico di un drastico calo della fiducia nei confronti del circuito finanziario, o della solidità delle banche richiedenti. Le quali, private della possibilità di rifornirsi di liquidità sul mercato interbancario, possono sempre ‘correre ai ripari’ approvvigionandosi direttamente dalla Banca Centrale, che in qualità di ‘prestatore di ultima istanza’ presta agli istituti richiedenti tutto il denaro di cui necessitano a un interesse sensibilmente più basso.

Il problema è che quando una banca bussa alla porta del ‘prestatore di ultima istanza’, ammette esplicitamente di trovarsi nei guai. Cosa che finisce per alimentare ulteriormente la sfiducia nei confronti del sistema, e a indurre quindi gli istituti a chiudere i rubinetti della liquidità. Il risultato finale è il cosiddetto credit crunch, che, dapprima confinato al settore bancario, tende a tradursi in una restrizione dei prestiti all’economia reale e quindi, a ricasco, a culminare con il blocco dell’attività economica. Esattamente quello che accadde nel 2008 in seguito al crack di Lehman Brothers.

Di qui la decisione dellla Federal Reserve di immettere quasi 300 miliardi di dollari di liquidità per oliare gli ingranaggi del grande meccanismo finanziario, inceppatisi in conseguenza di un’improvvisa carenza di fondi disponibili imputabile al pur ‘timido’ Quantiative Tightening (progressiva riduzione del bilancio da parte della Fed attraverso la liquidazione dei suoi asset in eccesso accumulati durante la fase monetaria iper-espansiva), all’incremento delle emissioni di titoli di Stato da parte del Dipartimento del Tesoro per finanziare un debito federale in continuo aumento e ai provvedimenti presi dalle aziende per raccogliere il denaro contante necessario a pagare le imposte trimestrali.

Nello specifico, la strozzatura si è verificata sul mercato dei repurchase agreement (meglio note come repo) di tipo overnight, dove cioè le banche si prestano denaro tra di loro impegnando come garanzia Treasury Bond o titoli di altra natura – altrettanto ‘sicuri’ – che riacquistano nell’arco di un giorno. In questo segmento di mercato, i tassi su ogni singola operazione erano schizzati dal 2 ad oltre il 10% in pochissimo tempo, costringendo di fatto la Fed a scendere in campo con proprie transazioni repo a basso tasso di interesse. Cosa che equivale a fornire denaro a basso costo alle banche, così da intensificare le pressioni al ribasso sui tassi.

Il problema, sollevato da non pochi addetti ai lavori, è che l’approccio tattico e a suo modo ‘minimalista’ adottato dalla Federal Reserve possa rivelarsi insufficiente a riportare la calma nel sistema. A loro avviso, la situazione potrebbe richiedere interventi ben più robusti e di carattere strutturale rispetto a quelli effettuati finora, come ad esempio la creazione di un ufficio permanente facente capo alla Fed incaricato di effettuare operazioni repo in maniera sistematica, o addirittura il ripristino dei programmi di Quantitative Easing richiesti a gran voce da Donald Trump in persona.

Per ora, l’istituto guidato da Powell si è limitato ad affiancare all’ondata di operazioni repo una ulteriore riduzione degli interessi versati sulle riserve in eccesso depositate presso la Fed al fine di mobilitare ulteriori risorse. Ma è tutto da vedere se la linea operativa adottata dalla Banca Centrale statunitense si rivelerà efficace come i gestori della politica monetaria Usa si aspettano.

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