mercoledì, Settembre 30

Perchè gli insediamenti israeliani sono illegali

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Lo scorso 17 dicembre, il Parlamento europeo, ha approvato una risoluzione, a favore «in linea di principio» del riconoscimento dello Stato palestinese, nel contesto della quale si sottolinea l’illegalità degli insediamenti israeliani -le così dette ‘colonie’in base al diritto internazionale. « pone in evidenza che gli insediamenti sono illegali in forza del diritto internazionale; invita entrambe le parti ad astenersi da qualsiasi azione suscettibile di compromettere la fattibilità e le prospettive di una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati» recita la risoluzione.

Una delle poche norme certe del diritto internazionale è quella, contenuta anche in un famoso Trattato del 1933, il Trattato di Montevideo che, all’articolo 11, disconosce le cosiddette «situazioni territoriali illegittime». L’art. 49 della quarta Convenzione di Ginevra, d’altra parte, fa espresso divieto di acquisire la sovranità sui territori occupati durante un conflitto bellico.

Il significato delle due disposizioni citate, è molto semplice e molto netto:
1° in caso di guerra (Convenzione di Ginevra) se accade, come spesso accade, che le Forze Armate di uno dei belligeranti occupino una parte del territorio dello Stato con il quale sono in guerra, possono legittimamente farlo e quindi possono legittimamente ‘amministrarlo’, ma non possono in nessun caso acquisirne la sovranità, cioè il possesso definitivo. Anzi, addirittura, lo Stato occupante è tenuto a mantenere in vita sul territorio occupato, non solo la legislazione, anche, se possibile, il sistema giudiziario ivi esistente. È il caso, tanto per intenderci, della situazione che abbiamo vissuto quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, Trieste e il suo circondario furono a lungo sotto occupazione militare degli Alleati.
2° in nessun caso, ripeto in nessun caso (Convenzione di Montevideo) uno Stato può riconoscerecome appartenenti allo Stato che li ha presi (con o senza una guerra) i territori in questione e quindi comportarsi nei loro confronti come di fronte ad un possesso legittimo.

Equivarrebbe ad accettare la legittimità della conquista ormai da secoli considerata illegittima dal diritto internazionale.

Con la guerra del 1967, Israele acquisì, occupandoli militarmente, alcuni territori, sia appartenenti senza dubbio alcuno ad altri Stati (Egitto per il Sinai, Siria per le Alture del Golan), sia (la Cisgiordania e la Striscia di Gaza) al futuro Stato della Palestina.
Futuroperché di uno Stato della Palestina, separato e distinto da Israele, si parla nella prima raccomandazione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite in materia (adottata in una delle primissime sessioni della Assemblea stessa, nel 1947, risoluzione n.181), atto confermato nel 1967 con l’unica risoluzione significativa in materia del Consiglio di sicurezza, la risoluzione 242, con cui si imponeva ad Israele di rientrare nei confini pre-guerra del 1967.

Israele, ma anche i palestinesi, hanno sempre  -la prima, a lungo per poi ‘intiepidirsi’, i secondi solo molto tardi, dato che hanno inizialmente negato la ‘validità’ di quella risoluzione-  sostenuto la volontà di costituire uno Stato unico di Palestina più Israele.

Israele, addirittura, ha incluso esplicitamente la risoluzione del 1947 nel proprio Atto di Costituzione del 1948, ma oggi, di fatto, non sembra minimamente tenerne conto.
I palestinesi, invece, a partire dalla fine degli anni Settanta e, in particolare, con la propria platonica «dichiarazione di indipendenza» (1988), hanno accettato l’idea dei due Stati, sia pure con grande difficoltà.

Entrambi, poi, nel 1991, hanno sottoscritto un accordo a Oslo, con il quale hanno di fatto accettato la divisione e, successivamente, Israele ha anche iniziato il «redeployment» delle sue truppe in Cisgiordania.

Il fatto è, però, che fin dai tempi del primo insediamento ebraico in Israele (la Palestina come ‘territorio senza popolazione’), l’idea di molti ebrei, poi israeliani (a partire dagli anni Trenta), era quella di acquisire progressivamente l’intero territorio della Palestina: il famoso ‘piano D’ della Haganah, l’esercito clandestino ebraico durante l’occupazione britannica, poi trasformato nell’odierno Esercito israeliano (Tsaal).
A partire dalla fine della guerra del 1967, Israele ha iniziato una politica, sempre più intensa, di insediamento dicoloniebrei nel territorio destinato alla futura Palestina.
Talvolta, annettendo formalmente quei territori, talaltra semplicemente occupandoli e sfruttandoli e, infine, collegandoli fra di loro con strade interdette ai Palestinesi.

Chi guardasse oggi una cartina della ‘Palestina’ non potrebbe non restare sconcertato.

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Si tratta sicuramente di una violazione innanzitutto della risoluzione del 1967. Ma, anche se Israele nega di potere applicare le Convenzioni di Ginevra (specie la quarta, che non ha nemmeno ratificato) perché non esiste uno stato di guerra in Palestina, sta in fatto che la stessa Corte Internazionale di Giustizia, con la sentenza sul cosiddetto Muro del 2003, ha definito illecita l’acquisizione di quei territori, stante tra l’altro, appunto, lo stato di guerra, con la conseguente necessità di applicare la citata Convenzione di Ginevra, con riferimento quindi al territorio e ai prigionieri di guerra che non sono terroristi.

Prova ne è che, ancora di recente, con la risoluzione con cui la Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconosce alla Palestina la natura di Stato, si ribadisce che ogni negoziato non può non partire dai confini del 1967, cioè sostanzialmente da quelli del piano di partizione del 1947, sia pure sensibilmente ampliati a favore di Israele dopo la guerra del 1948.

È un fatto certo, per il diritto internazionale, che quei territori devono, in teoria almeno, essere restituiti alla Palestina, il che non impedisce che su di essi si possa negoziare.
I giuristi direbbero: ‘restitutio in integrum’, dopo la quale si può anche trattare. Un caso ci fu per la Rhodesia, ma parlarne sposterebbe il fuoco della trattazione.

Situazione analoga è quella di Gerusalemme che, nel piano di partizione del 1947, avrebbe dovuto restare la capitale di entrambi gli Stati, ma che, dopo la guerra del 1967, è stata annessa da Israele, che oggi pretende di annettersi anche il resto della città.
Anche qui l’evidente contrarietà al diritto internazionale dei comportamenti di Israele salta agli occhi, al punto che perfino l’Italia, come quasi tutti gli altri Stati che hanno relazioni con Israele, ha rifiutato di trasferire la propria Ambasciata a Gerusalemme (da Tel Aviv, la capitale di Israele ‘ufficiale’), proprio in ossequio al principio del non riconoscimento delle situazioni territoriali illegittime.

La situazione, allo stato attuale è questa.

Oggi, come noto, intervengono due fatti nuovi.
Il primo, le cui conseguenze sono tutte da verificare, è la sentenza n. 400 del Tribunale di primo grado dell’UE, che rinvia ad un ulteriore approfondimento la decisione sulla qualificazione di Hamas, il partito politico dominante a Gaza, come associazione terroristica.
La cosa, comunque da approfondire, è importante perché potrebbe essere il primo passo per la accettazione di Hamas come una parte legittima della controversia, e quindi della trattativa, non diversamente da come accade oggi senza discussione per l’OLP.
L’altro, è la deliberazione del Parlamento Europeo che, facendo seguito alle deliberazioni di altri Parlamenti di Stati europei (Gran Bretagna, Svezia, Francia e Portogallo, con la consueta ‘coraggiosa’ assenza dell’Italia) invita l’UE a ‘riconoscere’ la Palestina, sulla base del criterio dei due Stati, delimitati, in principio, dai confini del 1967.

Va solo sottolineato che, pur a prescindere dal valore poco più che simbolico della decisione -che non a caso sottolinea come siano gli Stati membri a dovere agire in materia-, la risoluzione è importante per la sua ‘trasversalità’, dato che nel PE i Parlamentari non sono rappresentati per gruppi nazionali, ma solo per gruppi politici, e 5 di essi, in quanto tali, si sono pronunciati a favore della risoluzione. Sarebbe logico attendersi che esprimano il punto di vista dei rispettivi Partiti nazionali che, dunque, ne potrebbero trarre indicazioni sul proprio comportamento.

La strada, peraltro, sembrerebbe ancora lunga, pur se, alla fine, pare che la tanto bottegaia Europa pare avere molta più onestà intellettuale di tanti Governi.

È appena, infatti, il caso di ricordare come già parecchi anni fa, nel 2010, la Corte di Giustizia dell’UE (sentenza Brita GmbH, C-386/08) si fosse pronunciata con nettezza sulla titolarità del territorio palestinese da parte della Palestina e non di Israele, tanto più che oltre dieci anni ancora prima, l’UE (allora CE) stipulò un trattato commerciale con la … Palestina e solo dopo con Israele.

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.