giovedì, Ottobre 17

Per un’Europa dei diritti, bisogna anticipare le mafie

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Il giorno in cui l’Italia ricorda i 25 anni dalla strage di Capaci, costata la vita al giudice Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo, e ai tre agenti della scorta, Vito SchifaniRocco DicilloAntonio Montinaro segna un drammatico passaggio della Storia del nostro Paese.

L’Italia vive nel 1992 in rapida successione Tangentopoli, la rottura di equilibri quarantennali di potere democristiano, il passaggio di poteri tra Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Repubblica. Il Paese comprende allora più chiaramente che cosa è la mafia, proprio in quel 23 maggio: è sabato pomeriggio, alle 17.56 scoppia l’inferno sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Tutto il Paese ricorda. Nessuno dimenticherà persino il luogo in cui si trovava in quel pomeriggio.
Il sacrificio di Giovanni Falcone e di tutti gli altri eroi della lotta alla mafia non è stato vano: l’argomento criminalità, da allora sempre più, viene affrontato nelle sue numerose sfaccettature.

Dal 1992 ad oggi, molto è cambiato nella consapevolezza dei cittadini. È diventato sempre più chiaro che le mafie non agiscono, né sono note alle forze inquirenti, soltanto per azioni eclatanti o atti di criminalità comune. Per comprendere le mafie è necessario studiare l’economia e comprendere quanto abbiano interesse a intercettare i grandi capitali. Bisogna comprendere le connessioni con il mondo politico e le possibili connivenze con lo stesso e con le istituzioni di un Paese. Non si può, inoltre, prescindere da una comprensione del fenomeno nelle sue specificità locali, che portano alla individuazione di differenti forme di criminalità in base ai contesti.

Non si può, altresì, dimenticare che sempre più è necessario inquadrare il contrasto alle mafie entro una cornice transnazionale. La collaborazione tra i diversi Stati nelle operazioni è quindi necessaria, a numerosi livelli.

Per quanto riguarda l’Unione europea, rispetto alla proposta di un piano comune contro le mafie lanciato il 25 ottobre scorso, come si colloca la notizia dei numerosi arresti di lunedì 15 maggio scorso in Calabria, nell’operazione Johnny guidata dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, che hanno interessato la cosca Arena?  Si può parlare di un significativo avanzamento nella questione, là dove fino a poco tempo prima si è ritenuto che le misure prese fossero insufficienti?

A tal fine, va ricordato il fatto che nella risoluzione non legislativa approvata alcuni mesi fa, il Parlamento europeo ha chiesto l’adozione di un Piano d’azione europeo per l’eliminazione della criminalità organizzata, della corruzione e del riciclaggio di denaro. Gli eurodeputati hanno chiesto, inoltre, l’adozione di norme a livello UE per la confisca dei beni delle organizzazioni criminali, e il loro riutilizzo a fini sociali, e per la protezione degli informatori, i cosiddetti ‘whistleblower’.  Si riscontrò allora la piena maggioranza del Parlamento europeo nell’approvazione del piano, con 545 voti favorevoli, 91 voti contrarli e 61 astensioni.

È da ricordare il fatto che l’Europa, fino al 2008, anno in cui entrò in vigore il Trattato di Lisbona, ha conosciuto la classificazione delle sue politiche nei tre pilastri, tra cui lo sviluppo ed il consolidamento di uno Spazio Europeo di Libertà, Sicurezza e Giustizia. Con la decisione quadro n. 584 del 13 giugno 2002, da parte del Consiglio europeo in materia di Giustizia ed Affari Interni, vennero tal fine specificate le caratteristiche e le modalità di applicazione dell’importante istituto giuridico del mandato d’arresto europeo. Il suo scopo è quello di evitare che la circolazione di beni, persone, merci e capitali si traduca nella moltiplicazione di opportunità per la criminalità organizzata. Si ritiene anzi che in futuro, sempre di più, l’identità europea sarà plasmata proprio dalla capacità di intervenire contro le reti del crimine che possono disporre di mezzi ingenti e rappresentare un pericolo per la convivenza civile. L’Europa non può reggersi se non si dota al suo interno dei più efficaci mezzi di contrasto all’illegalità.

Per fare il punto della situazione, abbiamo contattato l’Onorevole Luciano Violante, magistrato fino al 1983,  Presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 1992 al 1994, presidente della Camera dei deputati dal 1996 al 2001, professore ordinario di Istituzioni di diritto e procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino fino al 2009. 

L’Unione europea dispone di strumenti efficaci per contrastare la criminalità organizzata?

Lo strumento migliore è la cooperazione basata sullo scambio di informazioni e su incontri periodici destinati all’analisi del fenomeno e dei suoi mutamenti.

A suo avviso, rispetto alla risoluzione non legislativa di qualche mese fa, si può parlare di un passo in avanti nella lotta alla ‘ndrangheta in ambito europeo? 

So che l’attenzione in Europa occidentale è alta. Non so dire se è adeguata in Europa orientale.

La crescita della ndrangheta è un problema molto serio che mette a rischio la sicurezza internazionale. Negli ultimi anni, quali sono i dati più rilevanti da considerare, in termini di cifre, in relazione alla sua presenza e alle sue azioni? 

Il numero di processi e di condanne, tanto al nord quanto in Calabria.

Quale può essere da questo punto di vista la valenza della recente operazione Johnny, che ha visto in Calabria numerosi arresti nella cosca Arena, coinvolgendo tra l’altro imprenditoria e Chiesa?

È troppo presto per dare un giudizio; si dispone solo di notizie giornalistiche e non sempre questo tipo di informazioni sono attendibili.

In che misura gli affari della ‘ndrangheta, rispetto al tradizionale controllo del territorio con le estorsioni e, un tempo, i sequestri di persona, si sono spostati sul grande capitale, quindi sulla droga, sul riciclaggio, sui paradisi fiscali?

La ‘ndrangheta si occupa di tutto ciò che può dare un reddito e garantire un controllo.

Limpressione è che, nonostante i numerosi sequestri di beni, gli arresti e i processi, la ‘ndrangheta negli anni scorsi si sia rinforzata, è così?

Non mi pare. Mi pare invece che abbia una grande capacità di autoriproduzione che non siamo ancora riusciti a bloccare. Occorrerebbe una riflessione più approfondita proprio su questo aspetto.

Si deve ancora constatare che, nello Spazio europeo, che dovrebbe essere alimentato dalla volontà di cooperazione tra Stati membri, in realtà le mafie possano trovare terreno fertile e rafforzare le proprie tutele?

Se si collabora, le mafie possono essere sconfitte. Contro il crimine organizzato non si vince se non si è coordinati e organizzati.

È ragionevole ritenere che, sempre di più, operazioni di questo tipo possano essere efficaci attraverso il coordinamento tra gli Stati membri? 

Certamente purché si sia convinti della strategia del primo colpo. Non bisogna attendere che la mafia capisca. Dobbiamo essere noi a capirla per primi.

Sapere che si attuano operazioni di questo tipo ha a suo avviso un effetto positivo o negativo sull’opinione pubblica europea? In che termini ne esce il nostro Paese?

Un Paese che combatte la mafia anche perdendo alcuni dei suoi uomini migliori, come l’Italia, si è guadagnato rispetto.

Si può sperare che, sempre di più, attraverso operazioni di contrasto alle mafie nasca una nuova cultura della cittadinanza, sia a livello nazionale che europeo e mondiale, tale da arrivare un giorno all’estinzione della ‘ndrangheta e delle altre forme di criminalità? 

Sono d’accordo. Occorre una nuova pedagogia dei valori civili.

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