giovedì, Agosto 6

Per stare in Europa, urlare non serve a niente La politica della minaccia di una nostra uscita o di una nostra opposizione permanente, rischia di ritorcersi contro di noi

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Nel corso della serata del 22 Agosto, in un “post” su facebook, che ormai sostituisce le agenzie di stampa ma specialmente gli addetti stampa del Governo, un irritatissimo Matteo Salvini, urlava contro l’Europa rea di non fare nulla per risolvere il tema dei migranti da lui imprigionati insieme all’equipaggio sulla nave Diciotti, ‘vergogna’ diceva. Gli dava, curiosamente, ragione il prof Cacciari, in diretta a ‘in Onda’, anche se con motivazioni diverse, ma entrambi critiche verso una certa “indifferenza” europea al tema dei migranti in Italia. Poi, in aggiunta, il 24 Agosto un redivivo tenente di vascello De Falco, urlava il suo ‘scendete da quella nave, cazzo’: una sorta di nemesi.

Forse potrebbe essere questa apparente consonanza di idee e intenti, una buona occasione per una breve pausa di riflessione su un tema fondamentale, che, se mal gestito come sembrerebbe proprio che sia, rischia di costarci molto, ma proprio tanto. Perché ormai è una moda, tanto diffusa quanto perniciosa  irrazionale, quella non tanto e non solo di parlare male dell’Europa, ma di proporsi o sperare che finisca. Con una, però, importante variante che in realtà nasconde la realtà, evidente per esempio nel Robespierre-Di Maio: minacciare strafasci, ‘a meno che …’. A meno che cosa? A meno che la ‘cattiva e crudele Europa’ non ‘permetta’ ad esempio di sforare il bilancio, cioè di aumentare ancora il debito pubblico italiano per permettere al Governo di fare quelle cose costose che ha promesso e per le quali non ha i soldi. Vale la pena di ricordare che il debito pubblico italiano è già pari ad una volta e mezzo il PIL, cioè tutto ciò che in Italia si produce in un anno. Chi ha voglia di darci altri soldi se non a interessi sempre più alti?

L’impressione che si ricava da ciò, è che davvero la gran parte dei nostri politici e la grandissima parte dei nostri concittadini poco o nulla sappiano di cosa sia realmente e quanto sarebbe devastante distruggerla, l’Europa come Istituzione.

Cominciamo da lì: tranquilli sarò breve. L’idea cardine dei giallo-verdi è tornare agli stati nazionali di un tempo, non poi tanto lontano, si parla del 1951, la data in cui inizia l’avventura europea, dopo una guerra devastante, terribile, che ha visto combattersi, come accadeva da oltre un millennio, proprio quegli stessi stati nazionali cui si vorrebbe tornare: agli stati e ai relativi conflitti? Una domanda: quali sono i confini dell’Italia, della Francia, della Germania, dell’Austria? Quei confini, oggi grazie all’Europa sono chiari, consolidati e sostanzialmente irrilevanti, a che serve un pezzo in più o in meno se siamo in un sistema comune? Dovrebbe far pensare che mentre in Europa non si spara un colpo di cannone dal 1946, alle nostre porte, nei Balcani, ci si è massacrati (e si continua a farlo) per definire confini, creare Stati, ecc.

La creazione dell’Europa ha fatto dimenticare, ha fatto passare in secondo piano le rivendicazioni territoriali semplicemente perché non hanno più senso e non hanno più senso perché l’Europa (se non la distruggono) è come un unico Stato e vorrebbe essere un unico Stato. Ma, si obietta, così io non sono più ‘padrone a casa mia’ perché le decisioni sulle cose che mi riguardano vengono prese da altri l’Europa. Ma questa è più che una sciocchezza è una menzogna, come vediamo fra un momento.

Secondo alcuni l’idea reale non sarebbe di tornare agli Stati nazionali, ma di svincolarli dalla regole della convivenza europea, certamente in parte asfissianti, ma fortemente volute da alcuni, che non sono disposti a cambiarle se non in cambio di un comportamento giudizioso da parte degli altri. In altre parole si deve trattare per trovare un punto di incontro.

L’UE, in verità, non ha ‘limitato’ la sovranità dei cittadini italiani, anzi l’ ha aumentata perché oggi un cittadino italiano attraverso le istituzioni europee mette lingua su cose che interessano ai tedeschi e ai belgi, ecc. Certo, in modo contorto e incerto, e attraverso una limitazione dei poteri dello stato nazionale, che però partecipa a tutte le decisioni europee. Che però sono, come sempre, decisioni politiche in cui i più “forti”, quelli che hanno più carte da giocare o che sanno creare migliori alleanze, prevalgono, anche se le decisioni vanno assunte, come vedremo fra un minuto, all’unanimità.

Cerco di spiegarlo meglio, perché in realtà l’UE è tutta qui.

Nel 1951 l’idea fu di mettere insieme le risorse (carbone e acciaio) come se fossero tutte di tutti e affidarne la gestione ad una serie di organismi creati dagli Stati stessi. Poi il discorso si è allargato all’intera economia. Alcuni temi, purtroppo, sono rimasti fuori da questa nuova forma organizzativa: in particolare l’attività militare, la legislazione sul lavoro e la gestione della economia. Mentre, almeno per i 18 stati che vi partecipano la moneta è diventata unica e il sistema bancario è gestito in maniera centralizzata. Gestire un moneta unica senza avere una politica economica unica, è a dir poco difficile: è questo che si deve fare, centralizzare di più, non eliminare la moneta unica.

L’organizzazione dell’UE è semplicissima e chiara. Accanto al Parlamento europeo, ancora oggi privo di poteri adeguati (sono gli Stati, anzi i governi, che non vogliono darglieli) vi sono sostanzialmente due organi. La Commissione, quella che Di Maio definisce “i burocrati” e il Consiglio. La Commissione, però, non ha niente a che fare con i burocrati: è un sorta di governo i cui membri, che sono uno per ogni Stato europeo, sono nominati dai singoli Governi. In genere sono uomini politici di lungo corso, altro che burocrati e a ciascuno viene assegnato un ‘dicastero’, come i Ministri, insomma: sono dei burocrati i Ministri? Ma, la Commissione attenzione, non ha poteri propri (se non delegati) perché il potere decisionale finale, l’ultima parola sulle decisioni operative in tutte le materie è del Consiglio (dei capi di governo o dei ministri a seconda dei casi) che il più delle volte decide all’unanimità: anzi in genere, pur potendo talvolta decidere a maggioranza, fa di tutto per decidere all’unanimità e in genere ci riesce. Questa è sì una limitazione di efficienza, ma anche una garanzia per i più deboli: basta saperla sfruttare.

Voglio dire e mi fermo qui per non essere noioso, che tutte le decisioni che ci vengono dall’Europa, e che molti dei nostri politicanti descrivono come degli ordini, delle imposizioni, sono assunte con il nostro consenso. Sta a noi negoziare, trattare, ragionare per ottenere altro. Ma se minacciamo, strilliamo (anche se solo per ottenere di fare cose che non si dovrebbero fare) “restiamo isolati”, come si dice … cioè induciamo gli altri stati a fare quello che cercano sempre di non fare: decidere a maggioranza appena possibile, oppure, ed è una tentazione sempre più forte e chiara in molti stati europei, farci fuori: buttare loro fuori noi e non, come immaginano i nostri furbi giallo-verdi usare la minaccia di una nostra uscita.

Dato che, come dicevo, la politica economica non è centralizzata a Bruxelles, come quella del lavoro, accade che, che so, in Romania il costo del lavoro sia più basso che in Italia e quindi una azienda italiana preferisce risiedere in Romania piuttosto che in Italia o in Francia. Così come, se un paese (la Germania ad esempio) fa una politica economica migliore della nostra, è più ricca di noi e quindi è politicamente più influente di noi.

Il problema, dunque, è politico e in politica contano i rapporti di forza e specialmente di forza economica. Andare allo scontro non serve a nulla; l’unica possibilità per ottenere ciò che vogliamo è trattare, trattare, trattare, ma con le spalle al sicuro: cioè con la certezza che noi le regole le rispettiamo davvero e solo così possiamo pretendere che anche gli altri le rispettino.

Pretendere che l’Europa si occupi dei migranti, mi spiace per il Prof. Cacciari, è insulso perché non è di sua competenza, perché non si è mai riusciti a centralizzare questa questione, per l’opposizione di molti Stati e in particolare proprio di quelli che tanto piacciono ai nostri giallo-verdini.

Certamente, il meno che ci si possa fare da Stati europei è che tutti se ne occupino per motivi di civiltà e di umanità, temi nei quali noi non abbiamo certo brillato, e dunque certo vergogna, ma: anzitutto a noi, e poi agli altri affinché il tema migranti diventi un tema europeo (cioè della UE) con le relative norme obbligatorie, piuttosto che vantare successi inesistenti e strillare che l’Europa non rispetta i patti, che non ha fatto, come dice continuamente il nostro Presidente del Consiglio.

Come ho già detto, la politica della minaccia di una nostra uscita o di una nostra opposizione permanente, rischia di ritorcersi contro di noi. Votare contro il bilancio non serve a nulla. A noi servirebbe (ma ci vorrebbero politici capaci e lungimiranti) di cambiare il contenuto del bilancio per metterci quei provvedimenti che possono interessarci, ma per farlo occorre lavorare, negoziare e proporre cose serie. Se, come dice oggi un certo Bagnai, le ‘regolette europee sono deleterie’, dobbiamo cambiarle, senza dimenticare che noi le abbiamo votate: violarle serve solo a metterci nei guai.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.