giovedì, Novembre 14

‘Pentiti’: per le loro famiglie è un inferno Quando le colpe dei padri le pagano i figli

0

Un altro ‘evaso’ definitivo. Melfi, provincia di Potenza. Sera del 27 ottobre. Un detenuto (X.Y.), di 41 anni decide di farla finita; il ‘solito’ lenzuolo, come al ‘solito’ arrotolato; come al ‘solito’ annodato alle grate di una finestra; come al ‘solito’ ci si lascia andare, un colpo secco, il ‘buio’.

Questa ennesima ‘evasione’ viene comunicata dalla segreteria regionale della Uil-pa Polizia Penitenziaria. I soccorsi non si sono fatti attendere; non c’è stato ugualmente nulla da fare. Il detenuto aveva organizzato bene la sua evasione, aveva studiato orari e situazione più opportuna. Non una decisione improvvisa; al contrario: il risultato di lunga, meditata decisione, attuata con determinazione.

La nota del sindacato parla di «bollettino di guerra a livello nazionale…si manifestano eventi critici di ogni genere, da gesti di autolesionismo e/o auto-soppressivi ad aggressioni ai baschi azzurri per futili motivi, solo perché forse, sono le prime persone con cui hanno contatto i detenuti che sfogano la propria rabbia per le difficili condizioni di vita detentiva, anche a seguito del sovraffollamento carcerario, che è un fattore principale di negatività per raggiungere le finalità e gli obiettivi trattamentali sanciti dall’art. 27 della Costituzione».

Cosa aggiungere che già non sia stato detto, e ancora detto, e ancora detto? Sempre in tema di giustizia che con la giustizia ha poco o nulla a che spartire. I cosiddetti ‘pentiti‘ (che più propriamente andrebbero chiamati ‘collaboratori di giustizia’), spesso hanno famiglia; spesso con figli. Sul capo di questi ultimi – che al pari dei padri vanno tutelati e protetti – spesso cadono le colpe di chi li ha generati.

Non se ne parla; la cosa non fa parte dell’agenda politica; non sono notizie divertenti che appassionano i dibattiti in TV, gli editorialisti e i commentatori hanno altro cui pensare. Per i figli di quei padri, la vita è un piccolo, quotidiano, inferno. Non sono pochi: quasi duemila. Nati in famiglie criminali, sono stati testimoni di episodi raccapriccianti, data la ‘professione’ del padre. Poi quest’ultimo decide di saltare il fosso; tutti i familiari stretti entrano nel sistema di protezione, e in poche ore si trovano scagliati in una dimensione del tutto nuova, diversa; difficile da governare. Altra casa, altra città, rotti i ponti con tutti i vecchi amici e conoscenti… Per ragioni di sicurezza, sempre nascosti, con altri nomi, il timore di essere scoperti, e di poter finire nel mirino di possibili vendette… Sembrano cose ‘piccole’: ma per chi non ha più l’originaria identità, tutto diventa difficile, complicato; anche le cure mediche, le vaccinazioni, la possibilità di beneficiare di un asilo o un ‘nido’, e cresciuti, le cose normali: il cinema, la discoteca, le ragazze, il ‘semplice’ andare a scuola …

L’ultima relazione presentata alla Camera dei deputati sulle speciali misure di protezione per i collaboratori di giustizia, sulla loro efficacia e sulle modalità generali di applicazione, offre un quadro che fa pensare: ragazzini che crescono vittime di mille problemi psicologici: «Tra i minori sotto protezione prevalgono disturbi di adattamento e della sfera cognitivo-emotiva, principalmente connessi con le difficoltà scolastiche e le reazioni comportamentali di disadattamento».

Problemi, sembra incredibile, anche di comunicazione con il prossimo. Spesso i figli di ‘collaboratori di giustizia’ si esprimono solo in dialetto; come passare inosservati quando – a Brescia o a Pinerolo, a Pordenone o a Carpi, si parla solo stretto dialetto calabrese o casertano? Sono centinaia di ragazzini: 387 con meno di 5 anni; 517 tra i 6 e i 10; 623 tra gli 11 e i 15; 329 tra i 16 e i 18.

La relazione assicura: «Tutti i minori sotto protezione frequentano le scuole dell’obbligo e una larghissima percentuale prosegue regolari corsi di istruzione…Moltissimi ragazzi si dedicano ad attività sportive, interagiscono normalmente col gruppo dei pari e praticano attività culturali extrascolastiche». Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha affrontato la problematica dei testimoni di giustizia. Ora nella sua agenda c’è quest’altro grosso problema da affrontare e gestire.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore