domenica, Ottobre 25

Penisola coreana: la soluzione passa sempre per Pechino

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La Corea del Sud ieri ha proposto al Nord di avviare un dialogo per ridurre le tensioni nella penisola, in particolare dopo la riuscita del test di un missile intercontinentale da parte di Pyongyang. Questa offerta di dialogo è la prima da quando, nel maggio scorso, è stato eletto alla presidenza della Corea del Sud Moon Jae-In, più aperto alla trattativa del suo predecessore, e si tratta anche dei primi colloqui a livello militare degli ultimi tre anni.

Anche la Croce Rossa ha proposto un incontro tra i rappresentanti delle due Coree per tentare di rilanciare almeno le riunioni tra le famiglie coreane divise dalla Guerra (1950-1953).
Il Ministero sudcoreano della Difesa ha suggerito la data di venerdì per una riunione a Panmunjom, il cosiddetto ‘villaggio della tregua’, alla frontiera tra le due Coree: si tratterebbe del primo incontro intercoreano ufficiale dal dicembre 2015. I colloqui, nelle intenzioni di Seul, avrebbero l’obiettivo di mettere fine a “tutti gli atti ostili” lungo la linea di demarcazione militare che separa i due Paesi. La linea, ampia quattro chilometri, ha la funzione di zona-cuscinetto.

La Croce Rossa ha chiesto che il negoziato per le riunioni delle famiglie si tenga nello stesso luogo il 1 agosto.

Il Giappone ha respinto oggi la proposta della Corea del Sud di colloqui militari con la Corea del Nord, spiegando che la priorità dovrebbe essere accordata invece a pressioni su Pyongyang attraverso un sistema di sanzioni. “Non è tempo di dialogo. E’ tempo di fare pressioni”, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri giapponese Norio Maruyama, in occasione della visita a New York del capo della diplomazia Fumio Kishida. “E’ tempo di aumentare le pressioni per condurre un dialogo serio”, ha commentato. Il Giappone è favorevole a nuove sanzioni contro la Corea del Nord e allo stesso tempo ritiene che Russia e Cina debbano fare di più per attuare pienamente l’attuale serie di misure che prendono di mira i loro rapporti economici con Pyongyang.

I ministri degli Esteri dell’Unione europea, riuniti oggi in consiglio a Bruxelles, hanno concordato lo studio di nuove sanzioni contro la Corea del Nord, in conseguenza del test missilistico intercontinentale operato da Pyongyang lo scorso 4 luglio. “Il Consiglio considererà azioni aggiuntive appropriate, in accordo con gli alleati chiave e con le delibere del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, hanno spiegato i titolari degli Esteri Ue in un comunicato. Non si sono registrate reazioni della Cina all’apertura di dialogo da parte di Seoul.

Nelle stesse ore è circolata voce di un cambio di potere a Pyongyang che “potrebbe accadere in qualsiasi momento”, ha detto un diplomatico americano dell’Amministrazione Obama, Antony Blinken, riportato dal quotidiano ‘Asahi Shimbun’. Su tale eventualità non vi sarebbero colloqui attivati tra Corea del Sud, Cina, Giappone, USA, molto probabilmente, secondo il quotidiano, perché la Cina non vuole innervosire  Pyongyang. Un cambio di potere che potrebbe essere figlio di un colpo di Stato da parte di alcuni settori dell’Esercito, mentre non viene presa in esame l’eventualità, che pure a livello di rumors era circolata, di un intervento americano volto a uccidere Kim, ipotesi scartata dalla gran parte degli analisti.

Per oltre due decenni gli sforzi internazionali per frenare le ambizioni nucleari della Corea del Nord sono stati inutili. Pyongyang ha ripetutamente violato i propri impegni per la denuclearizzare e non dimostra alcuna volontà di rispettare gli impegni. Una Corea del Nord dotata di armi nucleari non è un problema solo per gli Stati Uniti e la Cina, è un problema di tutti. La politica dell’ex Presidente americano Barack Obama della ‘pazienza strategica’ ha fallito, l’Amministrazione Trump ha cambiato approccio e ha iniziato a fare pressioni sulla Cina. Pechino deve affrontare la realtà che i programmi nucleari e missilistici della famiglia Kim si oppongono agli interessi cinesi e una minaccia alla stabilità regionale, sostiene Zhu Feng, analista cinese del ‘Foreign Affairs’, magazine molto vicino al Pentagono.

La tacita amicizia, residuo di rapporti vecchi quanto la Guerra Fredda, tra Cina e Corea del Nord, secondo Feng, non ha più senso e, anzi, rappresenta un fardello di cui Pechino dovrebbe liberarsi. Sebbene non vi sia mai stata da parte cinese una reale e netta rottura con il regime di Pyongyang è ormai chiaro che le due nazioni perseguano percorsi completamente diversi, per quanto riguarda l’economia, la politica estera e quella interna: Pechino è anni luce più vicina all’eterno rivale nordcoreano, la parte meridionale della Penisola, rispetto a quanto lo sia verso il suo ex-alleato. Feng cita sondaggi e studi che indicherebbero un cambio di prospettive anche nell’opinione pubblica: la questione polarizza gli intervistati, ma una gran parte dei cinesi ritiene il dilemma dello smantellamento dell’arsenale nucleare nordcoreano di primaria importanza per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti e il resto della Comunità Internazionale.

Il punto centrale dell’argomentazione di Feng è il pericolo che una Nordcorea armata fino ai denti rappresenta per Pechino. Seppure gli esperimenti e i test per incrementare la portata dei missili e raggiungere bersagli caldi come Washington e le metropoli della costa orientale statunitense siano ancora lontani dal mostrare risultati apprezzabili, la capitale cinese è ormai ‘coperta’ dalla gittata delle armi nordcoreane. Non solo: la questione degli incidenti nucleari, per la Feng, non può essere ignorata: diversi milioni di persone al confine settentrionale con la Corea del Nord sarebbero a rischio di evacuazione nel caso la grande mole di materiale nucleare dovesse presentare problemi. Eppure il rischio di una Corea unificata e sotto l’ombrello degli Stati Uniti – pericolo temutissimo da Cina e Russia – continua a influenzare pesantemente l’intero approccio del Governo di Pechino verso la questione coreana.

Eppure le circostanze geopolitiche potrebbero far sperare: una nuova Amministrazione americana, un nuovo Governo in Corea del Sud e – potenzialmente – un cambio di rotta da parte dei cinesi potrebbero rappresentare i proverbiali ‘pianeti allineati’ e sbloccare finalmente il dilemma della penisola. Fino ad ora, nonostante le paure, Corea del Sud e Stati Uniti sembrano aver trovato terreno comune, nonostante i diversissimi approcci alla faccenda (tendente al dialogo Seoul, determinata verso le sanzioni Washington), con una cooperazione dettata dal pragmatismo. Sta ai cinesi, ora, decidere cosa fare. Per Feng, l’allineamento alla comunità internazionale è la scelta giusta. L’alternativa resta però allettante: un avvicinamento alle posizioni del Cremlino, partner sempre più amico di Pechino, probabilmente intenzionato a usare il sempre maggiore peso nella questione coreana come merce di scambio nelle trattative riguardo scenari ben più caldi, come l’Ucraina e la Siria.

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