lunedì, Dicembre 16

Pena di morte, Amnesty: calano le esecuzioni, aumentano le condanne

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Calano (rispetto il 2015) le esecuzioni, aumentano le condanne. Questo, in sintesi telegrafica, quanto emerge dall’annuale rapporto di Amnesty International sulla Pena di morte nel mondo.

Nel  2016, Amnesty International ha registrato un calo del 37% del numero di esecuzioni rispetto allo scorso anno. Almeno 1.032 persone sono state messe a morte, 602 in meno del 2015, anno in cui Amnesty International ha registrato il più alto numero di esecuzioni dal 1989.
Nonostante la significativa diminuzione, il numero complessivo di esecuzioni nel 2016 si è mantenuto più alto della media registrata nella decade precedente. Questi dati non includono le migliaia di sentenze capitali che si ritiene siano eseguite in Cina, dove i dati sull’uso della pena di morte rimangono classificati come segreto di Stato. Il solo Iran è responsabile del 55% di tutte le esecuzioni registrate. Insieme ad Arabia Saudita, Iraq e Pakistan ha eseguito l’87% di tutte le sentenze capitali registrate lo scorso anno.

Amnesty  ha registrato che 3.117 persone sono state condannate a morte in 55 Paesi nel 2016. Il numero totale di sentenze capitali costituisce un aumento significativo  rispetto a quello del 2015 (1.998) e supera il primato registrato nel 2014 (2.466).
ll numero di Paesi che hanno emesso condanne a morte è diminuito da 61 del 2015 a 55  del 2016, pari a quelli del 2014.

L’Iraq ha più che triplicato il numero di esecuzioni, l’Egitto e il Bangladesh lo hanno raddoppiato. Nuove informazioni sul numero di esecuzioni in Malesia e soprattutto in Vietnam, hanno fornito una maggiore comprensione del livello e della reale portata dell’uso della pena capitale in questi paesi. Il numero totale di esecuzioni in Iran è comunque diminuito del 42% rispetto allo scorso anno (da almeno 977 ad almeno 567). Una significativa riduzione nell’emissione di sentenze capitali, pari al 73%, è stata registrata anche in Pakistan.
Le esecuzioni sono diminuite notevolmente anche in Indonesia, Somalia e Stati Uniti d’America. Per la prima volta dal 2006, gli Stati Uniti d’America non sono comparsi tra i primi cinque esecutori mondiali, in parte a causa dei ricorsi legali sul protocollo dell’iniezione letale e anche alla difficoltà di reperire i farmaci per le esecuzioni tramite questo metodo.
Amnesty International ha registrato esecuzioni in 23 Paesi, due in meno rispetto al 2015. La Bielorussia e le autorità dello Stato di Palestina hanno ripreso le esecuzioni dopo un anno di interruzione, mentre Botswana e Nigeria hanno eseguito le loro prime condanne a morte dal 2013.
Nel 2016 non sono state segnalate esecuzioni in sei Paesi: Ciad, Emirati Arabi Uniti, Giordania, India, Oman e Yemen, che invece ne avevano eseguite nel corso del 2015.

E’ stato compiuto un numero significativamente più elevato di condanne a morte comminate in Bangladesh, Camerun, India, Indonesia, Iraq, Libano, Nigeria, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Thailandia e Zambia rispetto allo scorso anno; tuttavia, diminuzioni particolarmente rilevanti si sono riscontrate in Egitto e Stati Uniti d’America. Per alcuni dei Paesi elencati, per esempio la Thailandia, l’aumento è dovuto al fatto che le autorità hanno fornito ad Amnesty International informazioni dettagliate sull’uso della pena di morte nel 2016.

Esecuzioni pubbliche sono state registrate in Iran (almeno 33) e in Corea del Nord.

Amnesty International ha ricevuto  resoconti in base ai quali almeno due persone in Iran sono state messe a morte per  reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Nel 2016 l’Iran ha condannato a morte altri minorenni. Amnesty International ritiene che minorenni  condannati a morte negli anni passati siano tuttora  detenuti  nei bracci della morte in Bangladesh, Indonesia, Iran, Maldive, Nigeria, Pakistan e Papua Nuova Guinea.
L’imposizione e l’esecuzione della pena capitale contro persone minorenni al momento del  reato rappresentano una violazione del diritto internazionale.

Amnesty ha puntato l’attenzione quest’anno sulla Cina. Il Governo cinese utilizza un sistema segreto per occultare «uno scandaloso numero di esecuzioni», denuncia Amnesty International, secondo cui Pechino rimane ‘leader mondialedei Paesi in cui viene praticata la pena di morte, anche se in mancanza di trasparenza ufficiale sui dati.
L’organizzazione premette che la base di dati giudiziari resi noti dal Governo di Pechino su internet «è un passo di apertura», ma parziale che non riferisce di centinaia di casi. «La base dei dati cinesi contiene solo una parte infinitesimale delle migliaia di condanne a morte che Amnesty stima siano emesse ogni anno».
Citando fonti di stampa, Amnesty sottolinea, ad esempio, che tra il 2014 e il 2016 almeno 931 persone sarebbero state condannate a morte, ma nelle cifre ufficiali cinesi vengono indicate solo 85 sentenze di condanna. , sempre secondo Amnesty, vengono riferite le cifre degli stranieri messi a morte per narcotraffico o altri delitti, benchè la stampa locale abbia dato notizia di almeno 11 casi. Il regime di Pechino, che classifica la maggior parte dei casi di pena di morte come ‘segreto di Stato’, è la conclusione di Amnesty, «realizza una divulgazione parziale e affermazioni che non possono essere verificate per difendere il suo progresso in termini di riduzione delle esecuzioni, ma allo stesso tempo mantiene una segretezza quasi assoluta. Questo è deliberatamente fraudolento».

In tutto il mondo, almeno 18.848 persone si trovavano nel braccio della morte alla fine del 2016.

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