giovedì, Luglio 18

Pedofilia: Papa Francesco drastico e nettissimo, ma non arriva alla radice Manca la domanda giusta, ossia perché esiste tale reiterazione, perché il fenomeno è così vasto e drammatico

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Papa Francesco è tornato, ancora una volta e in modo drastico, sulla drammatica questione della pedofilia, usando parole di violenza quasi sconosciuta, soprattutto perché si tratta di un atto di autoaccusa. Non è l’invettiva di Giovanni Paolo II contro i mafiosi, stavolta il destinatario è la Chiesa stessa.

Rovina terribile, dolore, vergogna, sono alcune delle espressioni utilizzate dal Pontefice, tuttavia sopra di esse si collocano senza dubbio un paio di affermazioni di notevole peso morale e pratico. La prima è l’accusa alla Chiesa, rea di avere affrontato in ritardo la questione. La seconda è una presa di posizione personale, nettissima, ossia il rifiuto di concedere la grazia a quei consacrati pedofili che fanno o faranno richiesta in tale senso. Quest’ultima, soprattutto, rompe con la stucchevole mistica del bordeggiamento e del dovere del perdono che, se può valere in mille altri ambiti, con la pedofilia non dovrebbe trovare cittadinanza, come Francesco rimarca con la sua decisione.

L’attuale capo della Chiesa si è sempre espresso con estrema chiarezza su questi temi, contattando in taluni casi personalmente le vittime e le loro famiglie, prendendo sulle proprie spalle l’enorme responsabilità che grava sull’intero apparato e sui consacrati che si sono macchiati di quei crimini. Un comportamento, quello di Francesco, piuttosto lontano dalle derive diplomatiche vigenti nell’universo vaticano.

A tutta prima, quella posata dal Papa, sembrerebbe una pietra tombale sulla questione, una specie di giudizio finale, definitivo, in realtà sposta di pochissimo l’approccio al fenomeno, che rimane all’interno di un metodo di interventoa posteriori‘, repressivo, che scatta, se scatta, quando un atto si è materializzato, il danno non è più rimediabile e la vittima non può più difendersi, giacché le offese si sono oramai depositate nella sua storia, pervadendola per intero, divenendo tutt’uno con essa.

Nelle settimane precedenti all’intervento di cui sopra, il Pontefice si era ancora cimentato sul tema della pedofilia all’interno della Chiesa, scrivendo la prefazione al volume di Daniel Pittet, che dai 9 ai 13 anni era stato vittima di reiterati abusi sessuali da parte di religioso. Il Papa, nell’occasione, aveva chiesto perdono, ricordando che siamo di fronte a «un’assoluta mostruosità, un peccato terribile», contrario a tutto ciò che la Chiesa insegna. Francesco non aveva neppure dimenticato quelle vittime che si sono tolte la vita, e si chiedeva «Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male».

Eppure, manca la domanda giusta, ossia perché esiste tale reiterazione, perché il fenomeno è così vasto e drammatico, fino a essere oramai percepito come ‘culturale’ all’interno della chiesa. Se quella domanda venisse posta si arriverebbe alla conclusione che i criteri di selezione dei consacrati sono pressoché fallimentari e determinate conseguenze ne sono il logico precipitato. Una contraddizione che è destinata ad aggravarsi, fino a quando non si smetterà di giocare col celibato che, oltre a essere insostenibile per i soggetti e inesistente di fatto, impedisce alla Chiesa di pescare i candidati al sacerdozio in un oceano potenzialmente enorme, accontentandosi di uno stagno.

Ricordo ancora che papa Francesco, pochi mesi fa, ricevendo in Santa Marta un gruppo di novizi e pre-novizi salesiani, aveva raccomandando di stare attenti a tutti quei giovani che «vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». Tradotto nel linguaggio dei giovani, impedire agli sfigati di entrare in seminario. Il Papa sa benissimo che chi entra in seminario appartiene spesso alla categoria che egli evoca.

Più volte abbiamo parlato di tale grave criticità su queste pagine, ma anche in alcuni settori della Chiesa oramai l’allarme è altissimo. Meno di un mese fa sono state rese pubbliche le conclusioni di un’indagine condotta dal 2013 al 2017 su 450 sacerdoti, da padre Giuseppe Crea, comboniano e psicologo, e dal pastore Leslie Francis, anglicano e psicoterapeuta. Dell’indagine aveva dato conto anche il quotidiano dei vescovi, ‘Avvenire‘, intervistando uno dei due autori, per la precisione padre Giuseppe Crea. Emerge come siano sempre più numerosi i preti che scoppiano, sopraffatti da una «micidiale miscela di stress ed esaurimento emotivo che prosciuga le forze di un individuo e lo mette ko» e ancora, che «molti abbandonano, altri restano ma irrimediabilmente feriti dal ricorso smodato all’alcol, usato come anestetico dell’anima. Altri, una minoranza destinata però a una forte visibilità mediatica, precipita in pratiche sessuali estreme o patologiche, perfino commettendo reati».
Le parole diventano severissime con una Chiesa, «incline al cambiamento soltanto quando vi è costretta e non può farne a meno; e, in ogni caso, sempre per lenta evoluzione e mai per rapida rivoluzione». Ancora peggiori i giudizi sul versante della formazione del personale religioso, del quale «Vengono vagliate le motivazioni esterne e tutti, chi più chi meno, dicono: voglio diventare prete, religioso o religiosa per essere santo, ossia vicino a Cristo, suo collaboratore stretto». «Una risposta che collima con le richieste dell’istituzione. Purtroppo assai raramente vengono indagate le motivazioni subconsce. Ad esempio, spesso il futuro presbitero cerca una comunità-mamma, a cui affidarsi e in cui trovare solidità e sicurezza».

Il cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Cei, a proposito di uno dei tanti atti terroristici cui assistiamo, esortava a contrastare il terrore costruendo la civiltà dell’amore. Una posizione condivisibile, ma dobbiamo domandarci chi è oggi in grado di farlo, egli stesso si deve chiedere se la Chiesa non sia diventata, involontariamente, un ostacolo al tentativo di Dio di raggiungere gli uomini.

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