lunedì, Agosto 3

Pd, scissione inevitabile Resa dei conti tra renziani e minoranza interna, ma il premier va avanti con le ‘riforme’

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Venti di scissione nel Partito Democratico dopo la spaccatura di ieri alla Camera sul Jobs act (già in Senato per la terza lettura). Matteo Renzi si reca al Quirinale da Giorgio Napolitano che gli impone di andare avanti con le ‘riforme’. E, infatti, Maria Elena Boschi minaccia di porre la fiducia sulla legge di stabilità che arriva venerdì alla Camera. Susanna Camusso annuncia che la Cgil sta valutando di ricorrere all’Europa contro il Jobs act che «viola i diritti fondamentali del lavoro». E la stessa Corte europea dà ragione al ricorso degli insegnanti precari contro il rinnovo sistematico dei contratti a tempo determinato. Dopo il crollo elettorale, il comitato di presidenza di Forza Italia non riesce a sopire la faida interna guidata da Raffaele Fitto. Matteo Salvini nuovo leader del centrodestra? Angelino Alfano rifiuta la proposta dell’ex Cavaliere. Il presidente forzista della commissione Difesa della Camera, Elio Vito, dice no agli F35.

Dopo la drammatica votazione di ieri a Montecitorio, dove la maggioranza renzian-alfaniana ha retto per un solo voto (316 i sì), il Jobs act è tornato oggi in commissione Lavoro al Senato per la terza lettura. Scontato il voto di fiducia che a sentire i proclami di Matteo Renzi dovrebbe arrivare entro la prossima settimana. Meno scontato, invece, (anzi, quasi impossibile) che il Partito Democratico riesca a ritrovare l’unità interna. La ‘fronda dei 40’ (civatiani, cuperliani, dalemiani, bersaniani) ha, infatti, aperto un solco ormai incolmabile tra i fedelissimi di Renzi e la minoranza ‘di sinistra’. Nel Pd tira aria di scissione, senza dubbio. Come e quando lo decideranno le circostanze politiche dei prossimi mesi, comprese le imminenti dimissioni di Giorgio Napolitano da presidente della Repubblica.

A proposito, oggi il premier, accompagnato dal ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, è salito al Quirinale per un consulto fuori programma. «Il governo», riporta una scarna nota del Colle, «considera possibile e condivisibile con un ampio arco di forze politiche l’iter parlamentare delle leggi elettorale e costituzionale». Versione ufficiale ‘soft’ che copre il diktat di Napolitano di andare avanti con le cosiddette ‘riforme’ prima della sua imminente dipartita politica. Forte della spinta propulsiva del Colle, Renzi ha dunque deciso di continuare a tirare diritto: legge elettorale entro l’anno. Nel pomeriggio poi, la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha stabilito che la legge di stabilità approderà in aula alla Camera tre domani e venerdì 28. Parlamento aperto anche sabato e domenica, con la Boschi che ha già minacciato il voto di fiducia.

Ieri era stato un insolitamente risoluto Pippo Civati a votare no al Jobs act (gli altri frondisti tranne uno hanno preferito astenersi) e a dichiarare di essere pronto a lasciare il partito. Oggi, ad aprire il valzer delle ‘polemiche Democratiche’ ci ha pensato di primo mattino Rosy Bindi ‘la brutta’ (copyright di Alessandra Moretti). Intervistata dal ‘Corriere della Sera’, la donna politica ‘più bella che brava’ (questa volta i diritti sono di Silvio Berlusconi) ha detto senza peli sulla lingua (estetista come per la Moretti?) che «se il Pd torna a essere il partito dell’Ulivo, che unisce e accompagna il Paese, non ci sarà bisogno di alternative. Ma se il Pd è quello di questi ultimi mesi, è chiaro che ci sarà bisogno di una forza politica nuova». Una elegante perifrasi per confermare l’ipotesi scissione già in atto. A Pierluigi Bersani, che della ‘ditta’ è stato segretario, tocca invece per forza fare la parte del poliziotto buono. Dalle colonne della renzianissima ‘Repubblica’ lo ‘smacchiatore finito smacchiato’ assicura che non ci sarà «nessuna scissione» perché gli elettori che si sono «autosospesi» vogliono che le cose siano cambiate «dentro al partito». Una interpretazione dell’abbandono di Renzi da parte del popolo piddino che suona un po’ come una forzatura.

Che Renzi si sia infilato in un vicolo cieco lo dimostrano le parole dell’alleato Angelino Alfano che da Rtl 102.5 si intesta addirittura la paternità del Jobs act che «abbiamo non solo votato, ma anche promosso e fortemente voluto perché serve ad assumere». Una riforma del lavoro ‘di destra’ per gli alfaniani alla Maurizio Sacconi. Peccato che il premier si fosse affrettato pochi giorni fa, proprio sul quotidiano di Carlo De Benedetti, a definire il Jobs act una cosa ‘di sinistra’. Il ‘Corriere’ è stato invece involontario palcoscenico del battibecco tra il leader della minoranza interna (sconfitto alle primarie) Gianni Cuperlo e il ‘giovane turco’ Matteo Orfini, passato armi e bagagli nel renzismo da quando è stato eletto presidente del partito. A Cuperlo non è andato proprio giù che i suoi siano stati definiti «primedonne» sul quotidiano di via Solferino dall’oscillante Orfini, e oggi su facebook ha replicato lasciando intendere che il presidente del partito si sia venduto a Renzi pur di ottenere quella carica. Controreplica immediata di Orfini che ha ribadito le sue accuse alla minoranza interna tacciata, in pratica, di tradimento. Nel Pd volano gli stracci.

Le cose non vanno meglio sull’altro fronte, quello degli alleati-oppositori (vedi patto del Nazareno) di Forza Italia. Il terremoto provocato dalle elezioni regionali sta ancora scuotendo dalle fondamenta il berlusconismo al tramonto. Convocato nel tardo pomeriggio un infuocato comitato di presidenza del partito anche se, già in mattinata, intervistato da Giovanni Minoli su Radio24, il ‘nuovo Fini’ Raffaele Fitto aveva spergiurato di non pensare affatto di rompere con FI perché convinto che «le battaglie vadano fatte all’interno del partito anche quando può apparire molto difficile farle». Bugia da galateo politico. Il ‘parroco di Lecce’ si affanna ancora ad invocare le primarie, quando invece il ‘tycoon di Arcore’ dichiara ufficialmente di voler affidare le chiavi del nuovo centrodestra (con la n minuscola) al trionfatore della tornata elettorale Matteo Salvini, ma in realtà resta ancora convinto di poter tornare personalmente in corsa. Legge Severino permettendo.

Il ‘Marine Le Pen padano’, dal canto suo, si è già montato la testa e questa mattina su facebook si è scagliato contro il canone Rai, la tassa più odiata dagli italiani. Salvini esulta per il passo indietro del governo che voleva inserire l’iniquo balzello nella bolletta elettrica e rilancia proponendo un referendum per abolirlo definitivamente. Messe di voti assicurata. Parole da ‘celodurista’ anche contro Alfano che per il leader leghista «può stare soltanto in panchina. Ma non perché‚ lo dico io: si è messo in panchina da solo. Io costruisco un’alternativa a Renzi, non posso farlo con chi fa parte del governo Renzi». Risposta netta alla precedente chiusura del numero uno Ncd che, definendosi uno della «generazione Erasmus» (proprio come Renzi), aveva rifiutato un’alleanza azzurro-nero-verde, anti europea e anti euro. Comunque sia, l’ala ‘diversamente alfaniana’ del suo partito (Maurizio Lupi, Nunzia De Girolamo) crede ancora in un rassemblement con Silvio.

L’ennesima richiesta di stop al programma di acquisto da parte del governo italiano dei caccia F-35, prodotti dall’americana Lockheed Martin, questa volta non arriva dai soliti pacifisti di sinistra (categoria quasi estinta), ma dal ‘destrissimo’ deputato di FI Elio Vito, Presidente della commissione Difesa della Camera. «Nel corso dell’indagine conoscitiva», ha detto Vito durante un Convegno sui ‘sistemi d’arma destinati alla Difesa’, «da diverse parti politiche è stata manifestata la necessità di rivedere la pianificazione di taluni programmi di acquisizione di sistemi d’arma in corso di esecuzione con particolare riferimento al programma Forza Nec e al programma F35». Dichiarazione di portata epocale (potere della crisi economica) che fa il paio con la conversione da Sì Tav a No Tav del deputato piddino Stefano Esposito nella vicenda della costruzione del tunnel in Val di Susa, divenuto di colpo troppo costoso.

 

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